Francesco Duci

Nato a Bueggio di Vilminore (BG) il 04 febbraio 1928
Prima professione il 29 settembre 1946
Professione perpetua il 29 settembre 1949
Ordinazione sacerdotale il 03 luglio 1955.
Attualmente risiedeva presso la Comunità di Bolognano (TN).

Nato il 4 febbraio 1928 a Bueggio di Vilminore, in provincia di Bergamo, in una famiglia contadina numerosa e profondamente cristiana, portò sempre con sé la semplicità delle sue origini. Una fede ricevuta in casa e in parrocchia, fatta di gesti quotidiani. La sua vocazione nacque proprio lì, tra il servizio alla messa “tutti i giorni, inverno ed estate”, anche se inizialmente segnata da esitazione: “La mia risposta fu prontamente di no… non me ne sentivo per niente capace”.

Entrato giovanissimo nella Scuola Apostolica di Albino, il 24 ottobre 1940, visse gli anni della guerra tra privazioni e paura: fame, freddo, allarmi continui. Eppure, ricordava quel tempo con uno sguardo sorprendentemente sereno: “Nonostante le ristrettezze, li ricordo con vera nostalgia”. Iniziò il cammino religioso nel 1945, tra Albino (dove fu ricevuto postulante) e Albisola dove fu novizio e dove emise la prima professione nel 1946. Nel 1949 pronunciò la professione perpetua. Frequentò il Ginnasio ad Albino tra il 1940 e il 1945. Dopo il Liceo e la Filosofia tra Foligno e Monza e gli studi teologici tra Bologna e Roma, fu ordinato sacerdote il 3 luglio 1955. Conseguì poi la licenza in teologia nel 1957 presso la Pontificia Università Gregoriana.

Tra il 1949 e il 1952 fu prefetto ad Albino, esperienza che egli stesso considerava tra le più significative per la sua crescita: anni intensi “dal primo mattino all’ultima ora della sera”, vissuti come occasione per conoscersi e maturare nell’insegnamento.

Dal 1958 fu stabilmente a Bologna, presso lo Studentato, dove insegnò teologia dogmatica e fondamentale per oltre quarant’anni. Fu anche prefetto degli studi (1965-1967), consigliere e segretario provinciale (1963-1966), oltre che bibliotecario a partire dal 1967, ruolo che svolse con dedizione e grande passione fino al quando, nel 2022 per necessità di salute, fu trasferito a Bolognano.

Alla domanda su cosa avesse imparato in tanti anni di insegnamento, la sua risposta resta una sintesi del suo stile: “Ho imparato soprattutto ciò che dovevo poi insegnare. Ho imparato a far l’alunno di me stesso”. Un atteggiamento di umiltà intellettuale e apertura continua, che ha caratterizzato tutta la sua attività.

Fu testimone diretto del passaggio dal periodo preconciliare al rinnovamento del Concilio Vaticano II, vissuto con consapevolezza e fiducia: “È la provvidenziale fortuna che ci è toccata”. Per lui non si trattava di una rottura, ma del compimento di un lungo cammino già in atto nella teologia del dopoguerra.

Nel suo insegnamento, anche la disciplina più impegnativa, la Dogmatica, rivelava un volto diverso: la sua capacità di “entrare nell’esperienza spirituale del cuore”. Una via per approfondire la relazione con Dio e con gli altri. In particolare, si dedicò alla teologia fondamentale, concentrandosi sulla storicità di Gesù di Nazaret, tema allora al centro della ricerca teologica internazionale.

Accanto all’attività accademica, svolse un’intensa opera culturale ed ecclesiale: fu revisore di riviste come Il Regno (dagli anni ’60) e Settimana (dal 1974), e docente presso lo Studio Teologico di Bologna e gli Istituti di Scienze Religiose di Bologna e Imola. Tra il 1993 e il 2001 fu anche revisore ecclesiastico su nomina dell’arcivescovo di Bologna.

Non fece mai mancare il suo impegno pastorale, convinto che “non si dovesse ridurre la teologia a pura scienza”, ma mantenerla in relazione con la vita spirituale e la missione della Chiesa. Collaborò con parrocchie, guidò esercizi spirituali e offrì percorsi di formazione, soprattutto a comunità religiose.

Nel 2008 gli fu dedicato il volume Collaboratori della vostra gioia, raccolta di saggi in suo onore, segno della stima e della gratitudine di colleghi, allievi e amici per una vita interamente dedicata all’insegnamento, alla formazione e all’animazione culturale della Chiesa.

Dopo oltre sessant’anni trascorsi a Bologna, è stato capace di accettare il trasferimento a Bolognano in totale obbedienza e fiducia: anche lì ha saputo leggere con serenità la nuova fase della vita, trovando una comunità che lo ha colpito profondamente: “Una lieta impressione disarmante”, disse in un’intervista dell’aprile 2024 (pubblicata sul CUI 564 di maggio 2024). Anche in quella stagione più fragile della vita ha saputo custodire il gusto delle relazioni semplici, dei momenti condivisi, della gioia quotidiana. Guardava a quel tempo non come a un declino, ma come a un’opportunità di comunione ricevuta e donata. Di lui resta così l’immagine di un sacerdote e di un maestro che, fino alla fine, ha continuato ad abitare la vita con gratitudine, mitezza e fiducia: un uomo che ha saputo pensare in profondità senza perdere la semplicità, insegnare senza smettere di imparare, credere senza irrigidirsi e che ha vissuto davvero ciò che insegnava.

Si è spento l’8 di aprile, alle ore 7.45, pochi giorni dopo la Pasqua.

Simona Nanetti


Omelia alle esequie di p. Francesco Duci

 At 4,1-12; Sal 117; Gv 21,1-14

Bolognano, 10 aprile 2026

«Sublimità e semplicità, grandezza e umiltà, santità e vicinanza all’uomo peccatore, elevatezza e nascondimento, comunione intensa con Dio e attenzione premurosa all’uomo, tenerezza e sdegno profetico, comprensione per la fragilità umana e esigenze totalitarie nelle sue richieste, realismo drammatico e sereno ottimismo, gravità e candore, conoscenza della malvagità innata del cuore umano e fiducia nelle sue possibilità di conversione, capacità di dominare uomini e cose e impotenza silenziosa davanti ai suoi giudici… Tutto in lui sembra reggersi sul filo del paradosso, per poi unificarsi con armoniosa spontaneità nella sua persona, tanto autentica e semplice che pare scontata. Nessuna figura umana, che la storia e la letteratura di tutti i tempi conoscano, è paragonabile all’uomo dei vangeli. Prima ancora che lui ci provochi con la sua domanda: «Chi dite che io sia?» (Mt 16,15), già noi stessi ce lo stavamo chiedendo: «Ma chi è mai costui?» (Mt 8,27)» (Gesù detto il Cristo, 31-32).

Ho voluto riportare questo brano che conclude il capitolo iniziale del libro più famoso di p. Duci, Gesù detto il Cristo. In esso emerge tutto il fascino per la figura di Gesù, come è illustrata dai Vangeli e trasmessa a noi dalla fede della Chiesa. «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati» (At 4,12), abbiamo sentito nella lettura tratta dagli Atti degli apostoli.

La persona di Gesù, con il suo fascino inesauribile, ha illuminato tutta la vita di p. Francesco e ne ha forgiato l’insegnamento. Per tutti noi p. Duci è stato soprattutto il maestro. La sua passione, la sua competenza, hanno conquistato molti di noi nelle lezioni di teologia. Persino una certa sua enfasi teatrale nasceva da questa passione. Dalla volontà di trasmettere, prima ancora che un contenuto, la gioia e la freschezza di un incontro.

Ha vissuto in modo appassionante anche la sua appartenenza alla Congregazione dei Sacerdoti del S. Cuore di Gesù. L’espressione “Sacro Cuore” per lui si deve risolvere «semplicemente, senza residui e senza supplementi, nella persona di Cristo […]: equivale a un nome personale, a un titolo cristologico, destinato come tale ad esprimere ciò che Cristo è nel mistero della sua persona e ciò che egli compie con il suo esser Cuore per la salvezza del mondo» («Per una cristologia del Sacro Cuore», Dehoniana 1980).

Per questo diceva che, dopo il Concilio, quando gli istituti religiosi erano chiamati a rivedere il loro carisma per riportarlo alla sorgente viva del Vangelo, era contento di appartenere a un Istituto che aveva come riferimento il cuore di Gesù, centro del Vangelo. L’ultima enciclica di papa Francesco ce lo ha ricordato: nel Sacro Cuore «possiamo trovare tutto il Vangelo, lì è sintetizzata la verità che crediamo, lì vi è ciò che adoriamo e cerchiamo nella fede, ciò di cui abbiamo più bisogno» (Dilexit nos, n. 89).

P. Francesco ha vissuto questa verità con l’intera sua esistenza. Entrato bambino alla scuola apostolica di Albino, ha emesso i voti religiosi nel settembre del 1946 ed è stato ordinato sacerdote nel 1955. Ha compiuto gli studi teologici a Roma, all’università Gregoriana conseguendo la licenza in teologia (1957). Subito dopo è stato inviato allo Studentato di Bologna, dove ha trascorso più di sessant’anni, fino a quando, alla fine del 2022, è stato trasferito nella comunità di Bolognano. Ricco di umanità, appassionato, accogliente e attento a ciascuno, ha vissuto con fedeltà la sua vocazione religiosa, il suo ministero presbiterale, il suo compito di insegnante e di responsabile, per molti anni, della biblioteca dello Studentato.

Qualche anno fa scriveva al Provinciale una frase che ogni nostra comunità religiosa dovrebbe meditare incessantemente: «Restare famiglia di Dio gioiosamente, fino in fondo, anche se crescono difficoltà e limiti, puntando tutto sulla scommessa della fede e dell’amore del Cuore di Cristo» (Lettera del 06.02.2013).

P. Francesco ha vissuto gli ultimi giorni consapevole dell’imminenza della morte, restando sereno e fiducioso nell’attesa del Padre di Gesù che accoglie con gioia il figlio che ritorna a casa, pronto a far festa con lui nello Spirito. In questa eucaristia, presenza del Risorto, lo consegniamo al Padre. Chiediamo che ora possa contemplare la Trinità beata e che il fascino che lo ha conquistato quaggiù diventi lassù contemplazione amorosa e gioia eterna.

Così scriveva nel suo testamento, datato 2 febbraio 2012:

«Per la mia sepoltura ritengo preferibili:

  • il cimitero più vicino,
  • il funerale più semplice,
  • l’inumazione con la sola croce.

Ma ciò che, alla fine, parenti e confratelli riterranno di dover fare, andrà bene anche per me, cremazione compresa.

Ringrazio di cuore coloro che, in un modo o nell’altro, vorranno occuparsi di questo ultimo servizio fraterno, e coloro che mi ricorderanno a Dio nella loro preghiera. Chiedo perdono a coloro che avessi rattristato col mio carattere e il mio comportamento. Faccio assegnamento sulla loro bontà.

Ringrazio i tanti miei famigliari e parenti che hanno rallegrato la mia vita sulla terra col loro aiuto e il loro affetto duraturo. Ringrazio la famiglia dehoniana che mi ha accolto nel nome del Cuore di Gesù.

Ma ringrazio innanzitutto il Figlio di Dio per aver voluto vivere e morire insieme con noi, aprendo anche a noi il suo stesso destino eterno. Spero nell’incontro definitivo con lui, che da tempo imploro: “Vieni, Signore Gesù!”.

E venga anche nella vita di tutti voi che continuate a camminare sulla terra dei vivi: “Siate lieti nella speranza, forti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera” (Rm 12,12)».

Nel Vangelo di oggi, è il discepolo amato a indicare a Pietro la presenza del Signore Risorto: «È il Signore!» (Gv 21,7). Colui che nell’ultima cena ha reclinato il capo sul Cuore del Maestro è anche colui che lo riconosce Risorto. Mi piace pensare che p. Francesco, discepolo fedele del Cuore di Cristo, dica oggi a noi tutti: «È il Signore!»

p. Stefano Zamboni
Superiore Provinciale ITS


Francesco Duci scj: in memoria di un maestro

P. Francesco (1928-2026) ha formato, in una carriera di docenza teologica che ha coperto quasi mezzo secolo, generazioni e generazioni di religiosi dehoniani – per molti dei quali le sue lezioni e corsi rimangono impressi nella memoria fino a oggi.

Della teologia p. Francesco è stato un vero e proprio maestro in un senso quasi medioevale e monastico. La cella della sua stanza, con una scrivania coperta di libri e minuti appunti di preparazione delle lezioni; la biblioteca, di cui è stato direttore per decenni, in cui stava imbevendosi di tutto ciò che arrivava. La politica culturale con cui ha diretto quella che oggi è diventata la biblioteca provinciale dei dehoniani è stata lungimirante e di rara intelligenza.

In essa, chi la frequenta oggi, vi può trovare uno specchio fedele del Vaticano II e delle piste teologiche da esso aperte: dalla patristica alla teologia della liberazione; dall’esegesi alla storia della Chiesa; dalla teologia fondamentale alla morale. Autori e tematiche che hanno caratterizzato il post-Concilio della Chiesa cattolica che, spesso, col suo fiuto allenatosi sulla lettura attenta delle maggiori riviste teologiche europee, p. Francesco anticipava rispetto al dibattito pubblico ecclesiale.

Quella di p. Francesco è stata una teologia quasi esclusivamente orale. I suoi scritti pubblicati sono perle rare strappate alla ritrosia che lo caratterizzava per ciò che concerne la pubblicazione. Perché la sua è stata sempre una teologia in divenire, fino alla fine, che resisteva a chiudersi in un sistema che avrebbe significato anche una sorta di congedo dall’esercizio dell’intelligenza della fede.

Questa pura oralità ha impedito di portarlo alla ribalta della scena teologica italiana tra gli anni Settanta e Novanta – scenario di cui è stato sicuramente all’altezza. Questo però non sminuisce di nulla la qualità e originalità del suo percorso teologico, che spinge ad annoverarlo tra i maestri della teologia italiana post-conciliare.

Formatosi alla Gregoriana, con studi in dogmatica, negli anni precedenti il Concilio, seppe trasformare l’aridità logica della neoscolastica in una prospettiva di teologia sistematica vibrante, incentrata su Gesù e la sua storia attestata nelle Scritture, anche grazie alle armoniche spirituali della devozione al Sacro Cuore – che, a sua volta, si sfrondava nella sua riflessione di tutti gli orpelli cosmetici grazie al solido impianto cristologico con cui la vagliava.

Le aperture più significative e affascinanti della sua teologia si concentravano nella cristologia, nell’antropologia teologica e nella teologia dei sacramenti. Più sofferto e controllato era il suo pensiero teologico sulla Chiesa; che si faceva però più arioso e pungente quando si passava dall’ecclesiologia alla teologia pastorale.

A p. Francesco la Provincia dehoniana dell’Italia settentrionale ricorse negli anni Settanta per gestire la crisi della rivista Il Regno, che allora era parte delle attività culturali e editoriali della Congregazione. A lui, infatti, fu affidato il vaglio della lettura delle bozze prima della pubblicazione del numero della rivista. Ufficio, questo, che ha esercitato con diligenza e sapienza – senza invadere la professione altrui e senza alcun protagonismo indebito. Tale consuetudine si è protratta anche per tutti gli anni Novanta quando, anche a suo dire, la cosa non era più necessaria. Spesso a tavola usava dire: «Non capisco perché continuano a mandarmi le bozze, forse sono preoccupati che non legga il numero dopo che è uscito…».

La sua parola, la sua intelligenza teologica, il suo modo di narrare Gesù, hanno fatto bene alla Chiesa, alle persone e alla Congregazione – che ora lo lasciano andare in pace ad abitare l’intimità di Dio di cui è stato appassionato indagatore nel tempo della vita.

Da SettimanaNews a firma della Redazione.

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