Aldo Marchesini dottore

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Discorso di dottorato

Quelimane – Bologna 10/09/26

Desidero iniziare il mio discorso ringraziando il Consiglio di Direzione dell’Università Licungo per il grande onore di avermi conferito il titolo di Dottore Honoris Causa, nonché per la gentilezza di aver organizzato una cerimonia online, data la mia impossibilità di viaggiare tra l’Italia e il Mozambico.

Sono tuttavia felice di potermi rivolgere a voi con queste parole di amicizia, nostalgia e ricordi.

Vorrei che il mio discorso dimostrasse la veridicità di queste parole, che cito dal premio Nobel Gabriel García Márquez:

“La vita non è ciò che si vive

ma ciò che si ricorda

e come lo si ricorda, affinché possa essere raccontato.”

Il mio primo incarico come chirurgo fu presso l’Ospedale Rurale di Mocuba, alla fine di gennaio del 1975.

Quando arrivai in città, trovai una targa di piastrelle con una mappa della Zambézia e questo annuncio, rivolto a chiunque arrivasse:

“Mocuba, dove tutte le strade si incrociano e la Zambezia abbraccia”.

Ai visitatori sembrerà un inno di orgoglio degli abitanti, ma per me, arrivato come unico medico del distretto e unico chirurgo nel nord di tutta la Zambezia, scoprii presto che si trattava di un avvertimento molto significativo: qualsiasi auto o ambulanza che trasportasse pazienti, a qualsiasi ora del giorno e della notte, sarebbe arrivata cercando me.

Nell’anno e mezzo che trascorsi a Mocuba, ho compreso quanto fosse vero quell’avvertimento

L’Ospedale Rurale aveva circa 150 letti e c’era un programma per le visite in reparto, le visite ambulatoriali e gli interventi chirurgici, ma il servizio di cui ho più nostalgia è quello che non poteva avere alcun programma: il pronto soccorso

Potrebbe sembrare un po’ strano, per via del costo in termini di fatica, dato che richiedeva di essere svegliato nel cuore della notte per assistere un paziente in condizioni critiche, o un parto prolungato in maternità, o feriti in un incidente stradale. Queste chiamate, tuttavia, mi hanno permesso di accedere a esperienze interiori che, alla fine, mi hanno gratificato proprio per la loro unicità.

Tra coloro che, con me, erano gli abitanti di Mocuba, solo io potevo conoscere realtà come quelle che sto per raccontarvi, unico tra tutti.

Nelle chiamate dopo mezzanotte, avevo la netta sensazione di essere praticamente l’unico a comprendere in cosa consista la verità della notte, compresa nella sua qualità di creatura. Era come un dono personale che Dio mi aveva fatto, un regalo fatto da Lui! Mi sembrava di essere l’unico ad avere il privilegio di dare una coscienza alla creatura notte!

Quando l’infermiere di turno del pronto soccorso veniva a svegliarmi, bussando alla porta, correvo a lavarmi la faccia, a indossare il camice, a prendere la torcia e a dirigermi verso l’ospedale.

Lì mi attendeva una seconda felicità. Alzavo lo sguardo e scoprivo, nell’oscurità più totale, un cielo pieno di stelle luminose, poiché la città riceveva elettricità dal generatore solo fino a una certa ora. Erano stelle che mi sembravano nuove, perché diverse da quelle che brillavano quando mi ero addormentato.

A volte, nel cuore della notte, vedevo un uccello silenzioso scendere da un albero, sorvolarmi sbattendo le sue ampie ali e poi tornare al suo ramo. Non era del tutto chiaro se fosse allarmato dalla mia intrusione nel suo territorio o se fosse un gesto di cortesia, un saluto dettato dalla dolcezza che la notte africana infonde nei cuori. Avrei voluto riconoscerlo. Un corvo? Un gufo? O una semplice colomba? Alla fine, capii che il nome più preciso poteva essere solo quello di l’“uccello della notte”!

Giro ora per un’altra pagina della mia vita, così come la ricordo nella sua qualità di poter essere raccontata.

Sono le due passate del pomeriggio e guardo fuori dal finestrino dell’aereo. Non voglio perdermi nemmeno un istante del panorama, perché volo con fratel Giuseppe, un infermiere della mia congregazione, entrambi trasferiti da Mocuba alla provincia di Tete.

L’aereo ha iniziato la discesa verso l’aeroporto.

Com’è diversa dalla verde Zambezia! Il terreno è arido e pieno di grosse pietre. La pianura è punteggiata da baobab, alberi attualmente spogli, ognuno solitario, distanti l’uno dall’altro. Dall’orizzonte entra nella pianura il grande fiume Zambesi con ampie anse, fino ad attraversare la città di Tete, sotto un bellissimo ponte sospeso.

Nella sala d’attesa dell’aeroporto incontriamo il direttore dell’Ospedale Provinciale, il dottor Cardoso, figlio di genitori portoghesi, che ha scelto di mantenere la cittadinanza mozambicana.

Ci salutiamo e, mentre aspettiamo l’arrivo dei bagagli, ci dà subito le informazioni.

“Meno male che siete arrivati! Perché sono stato nominato dal Ministro come Direttore Provinciale della Sanità per la Zambezia e partirò per Quelimane domani pomeriggio. Nella nostra provincia di Tete il personale è molto ridotto e io sono l’unico chirurgo. Il dottor Marchesini dovrà necessariamente rimanere all’Ospedale Provinciale di Tete fino all’arrivo dell’équipe di medici cooperanti cinesi. Questo pomeriggio inizieremo il nostro giro nei reparti. Domani completeremo il giro e discuteremo i pazienti più gravi.

Così fu il nostro arrivo nella provincia di Tete.

Rimasi lì per quattro anni.

Conservo lì, ancora, gran parte di quella vita vissuta, che ricordo come la si ricorda per poterla raccontare…

Fu durante quegli anni che si consolidò in me la passione per scrivere ciò che stavo vivendo. Ho scritto racconti e ho scritto poesie. E continuo a scrivere, per non lasciare che ciò che vivo svanisse. In quegli anni appresi il “gusto di raccontare”.

Songo era un villaggio che ospitava le abitazioni degli ingegneri e dei tecnici delle aziende che, al mio arrivo, avevano appena terminato la costruzione della grande diga di Cahora Bassa sul fiume Zambesi e dell’enorme centrale idroelettrica.

Il mio compito era quello di lavorare, come unico medico e chirurgo, nell’ospedale rurale di Songo, con 120 posti letto, e di fornire assistenza ai due centri sanitari del distretto.

Di Songo conservo un ricordo indimenticabile, entrato nella mente e sulle labbra di tutti i pazienti e gli infermieri dell’ospedale: “Pa Citatu”.

Citatu, nella lingua locale, significa mercoledì, e “pa” è un avverbio di tempo, quindi “Pa Citatu” significa mercoledì, e intendendo significare tutto ciò che accadeva in quel giorno!

Il programma prevedeva la visita ai due centri sanitari del distretto di Songo: Marrere, a circa 50 km in direzione di Tete, e Chitima, sulla strada che da Tete riportava a Songo, passando tra le colline. Lì, i pazienti selezionati durante la settimana attendevano di essere visitati dal medico.

Lungo la strada, tuttavia, si erano formate spontaneamente altri tre o quattro ambulatori per le visite, all’ombra di un albero. Gli abitanti che vivevano vicino alla strada avevano scelto questi luoghi per aspettare il medico, che passava ogni mercoledì.

Ma Pa Citatu non si limitava alla visita ai malati nei centri sanitari e lungo il percorso; Si trattava di viaggiare stretti l’uno all’altro, nel caldo torrido e soprattutto nel frastuono della vecchia Land Rover chiusa, che ci accompagnava per tutta la durata del viaggio. Per rivolgere una parola a un vicino, bisognava urlargli nell’orecchio!

All’andata, i pazienti dimissione tornavano a casa con i loro familiari e i loro effetti personali, avvolti in una capulana (una sorta di panno) chiusa ai quattro angoli.

Al ritorno, salivano i pazienti che avevano bisogno di entrare in ospedale.

Durante il viaggio, si aveva l’impressione che il sole fosse il nostro compagno, da un capo all’altro del cielo, e ad ogni sosta potevamo sentire il canto delle cicale, che cantavano al sol leone, senza smettere mai.

Arrivavamo a Songo al tramonto, quando il sole si nascondeva dietro le colline, al termine di un viaggio durato un’intera giornata, consapevoli che quel tramonto era diverso da tutti gli altri: era, difatti, la fine di un altro memorabile “Pa Citatu”!

Ora mi trovo a Quelimane, dove lavoro da molti anni all’Ospedale Generale. Tutti mi conoscono e molte persone vengono a trovarmi a casa, aspettandomi sulla panchina di cemento sotto alcuni alberi. Oggi mi aspetta un uomo di mezza età. Attira la mia attenzione perché non è seduto sulla panchina, ma appoggiato ad essa.  Mi avvicino e scopro che il suo avambraccio sinistro è fissato da profonde cicatrici contro il dorso della mano. La sua posizione, appoggiato alla panchina, è dovuta a una grave amputazione del femore, causata da una gravissima ustione durante una crisi epilettica.

Mi spiega di essere venuto a chiedermi di trovargli una sedia a rotelle presso l’officina del Centro Ortopedico. Chiacchieriamo e scopro che si chiama Augusto e che non ha parenti in vita. È completamente solo e senza fissa dimora. Dorme nel mercato centrale, alloggiato nella veranda di un commerciante di buon cuore.

“E come fa a mangiare e a vestirsi?”

“C’è sempre qualcuno che mi dà l’elemosina.”

“E per spostarsi?”

“Mi muovo seduto sul sedere e, quando ricevo l’elemosina, prendo un taxi in bicicletta. Stamattina sono venuto così.”

È seduto per terra, ma si vede solo una gamba. L’altro pantalone è vuoto e arrotolato in vita. Con la mano sana, mostra che gli restano solo cinque centimetri di coscia.

“Signor Augusto, lei soffre di epilessia. Prende farmaci?”

“No, perché cado solo una volta ogni pochi mesi e non sono mai andato al centro medico per farmi curare.”

“Quando si è ustionato così gravemente?”

“Nel 2012.”

“E come ha fatto a vivere in tutti questi anni? Ha parenti?”

“No, non ho nessuno, né genitori, né figli, né fratelli, né zii.”

“Come ha fatto a vivere così, da solo?”

«Persone di buon cuore, vicini, amici, conoscenti mi hanno aiutato.»

«E per il cibo e per i vestiti?»

«Chiedo l’elemosina. C’è sempre qualcuno che mi dà un metical.»

«Come si sposta in città?»

«Cammino sul sedere e, se devo spostarmi, prendo il taxi-bicicletta, quando ho un po’ di meticais.»

Mentre parla, lo osservo un po’ più attentamente. É molto pallido.

Mi chino e chiedo il permesso di osservare la tua congiuntiva. È bianca.

“Può mostrarmi la lingua?”

Bianca anche lei

“Come sta con le forze? Ce la fa?”

“Di forza ne ho poca”

“Signor Augusto, lei ha pochissimo sangue, ha una grave anemia. Ha bisogno di una trasfusione.

Dovrebbe andare al Pronto Soccorso dell’ospedale per farsi curare.”

Entro e scrivo una richiesta di visita e analisi del sangue per il Pronto Soccorso.

Torno poco dopo e gli consegno il modulo e i soldi per prendere il taxi-bicicletta.

Tre giorni dopo era domenica. Uscendo dalla cappella di casa dove avevo celebrato la Messa, lo trovai sul bordo del prato, ai piedi del cancello.

“Buongiorno, signor Augusto. È appena uscito dall’ospedale? Ha ricevuto la trasfusione?”

“Sì, mi hanno fatto la trasfusione subito al Pronto Soccorso.”

«Ho qui i documenti dell’ospedale».

Li guardo: emoglobina 3,5 g/dL, prescrizione di solfato ferroso per un mese a domicilio.

«Come si sente dopo la trasfusione?».

«Oh, molto meglio. Mi sento forte».

«Mi scusi, dottore. Potrebbe pagarmi di nuovo il taxi-bici per il mercato?»

Prendo le monete e gliele porgo. Lui allunga la mano aperta come per formare un piccolo vassoio e io le appoggio sopra. Alza la mano, insieme all’altra, quella ritratta, verso il cielo, come per offrirle a Dio. Poi si inchina profondamente e rimane in breve preghiera. Alla fine mi dice: «Grazie!». E, camminando sul sedere, si dirige verso il cancello per fermare il primo taxi-bicicletta che passa, per andare al mercato.

Ora ho raggiunto l’età in cui la saggezza impone di riconoscere che sia giunto il tempo di voltare pagina nel libro della vita. Voltare pagina apre la possibilità di iniziare a vivere qualcosa di nuovo, qualcosa di non ancora vissuto, ma allo stesso tempo, guardando le pagine chiuse, si ha la sensazione che la vita vissuta non sia finita, ma continui a vivere, in attesa di dare la gioia di poterla ancora raccontare!

                                                                                                          p. Aldo Marchesini

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