Liceo classico Leone Dehon - Monza
L’Istituto Leone Dehon di Monza diventa scuola riparativa

In una scuola succede di tutto. Si studia, si cresce, si fanno amicizie, si litiga, ci si fraintende. Qualche volta ci si ferisce, magari anche senza volerlo. E quando qualcosa va storto, la domanda arriva puntuale: «E adesso che cosa facciamo?».

La risposta più immediata, soprattutto quando si tratta di ragazzi, è spesso quella di individuare chi ha sbagliato e decidere quale conseguenza debba affrontare. Una nota, una sospensione, un provvedimento disciplinare. Tutto comprensibile, qualche volta anche necessario. Ma basta questo per risolvere ciò che è accaduto? E soprattutto, che cosa succede alle relazioni tra le persone coinvolte?

Da settembre 2026, l’Istituto Leone Dehon di Monza ha assunto ufficialmente una nuova prospettiva educativa: essere una scuola riparativa. Detto così potrebbe sembrare uno dei tanti progetti che ogni anno arricchiscono i documenti scolastici. In realtà, dietro queste due parole c’è una storia, fatta di persone, incontri, domande e soprattutto di un cammino durato circa quattro o cinque anni.

Una storia nata dal basso

C’è un particolare che merita di essere raccontato. Questa iniziativa non è nata direttamente dai religiosi dehoniani presenti nella scuola. A metterla in movimento è stato un gruppo di laici, sensibili alla cultura della giustizia riparativa e capaci di riconoscere, in questa prospettiva, qualcosa di profondamente vicino alla spiritualità di padre Dehon.

È una storia interessante anche per questo: un’intuizione che appartiene alla nostra tradizione spirituale viene raccolta, riletta e tradotta in una proposta educativa da persone che ogni giorno abitano la scuola.
Il percorso non è stato improvvisato. Nel corso degli anni alcuni docenti hanno cominciato ad approfondire il significato della giustizia riparativa, coinvolgendo progressivamente anche gli studenti. Un lavoro accompagnato con particolare attenzione e competenza da Mirko, che ha contribuito a dare continuità e concretezza alle diverse tappe.

Non si è trattato semplicemente di organizzare qualche incontro sul tema del perdono o della riconciliazione. La domanda che ha accompagnato il cammino è stata molto più pratica: possiamo imparare a gestire diversamente le difficoltà che nascono nelle relazioni scolastiche? Oggi quel cammino ha trovato una prima forma istituzionale. La scuola si è dotata di un protocollo e di una Commissione riparativa, strumenti che permettono di affrontare con modalità specifiche i conflitti, le tensioni e le situazioni problematiche che possono verificarsi nella comunità scolastica.

Non aggiustare le persone, ma prendersi cura delle relazioni

Essere una scuola riparativa non significa diventare una scuola dove nessuno sbaglia. Sarebbe un’impresa piuttosto improbabile, considerato che a scuola convivono ogni giorno centinaia di adolescenti e adulti, ciascuno con la propria storia, il proprio carattere e le proprie fatiche! Significa piuttosto provare a cambiare il modo di guardare ciò che accade.

Quando nasce un conflitto, non basta chiedersi quale regola sia stata infranta e chi debba pagarne le conseguenze. Occorre anche domandarsi chi è stato coinvolto, quali ferite si sono prodotte, quali responsabilità possono essere riconosciute e che cosa si potrebbe fare per ricostruire un rapporto.
Non è una strada più facile. Talvolta è persino più impegnativa di un provvedimento disciplinare, perché chiede alle persone di fermarsi, ascoltare, riconoscere le proprie responsabilità e provare a immaginare un passo diverso.

Naturalmente non tutto si può risolvere con un incontro o con una stretta di mano. Non sempre le persone sono pronte a parlarsi e non ogni ferita può essere rimarginata rapidamente. Anche i tempi e le disponibilità personali devono essere rispettati.

Ma proprio qui sta la scelta educativa: non considerare una persona definitivamente identificata con l’errore che ha commesso e non lasciare che un conflitto determini da solo il futuro delle relazioni.
I primi passi concreti sono già cominciati. Il protocollo è stato sperimentato in una situazione che ha coinvolto una classe e si sta valutando un ulteriore intervento. Sono esperienze ancora iniziali, delicate, che richiedono discrezione e attenzione alle persone coinvolte.

Non abbiamo risultati straordinari da esibire. Abbiamo piuttosto un modo di lavorare che sta cominciando a misurarsi con la realtà. Ed è già qualcosa di significativo.

E padre Dehon che cosa c’entra?

Per chi conosce la spiritualità dehoniana, la parola riparazione non è certamente nuova. Anzi, insieme all’amore, appartiene al cuore della nostra esperienza spirituale.

Naturalmente la riparazione vissuta e proposta da padre Dehon non coincide con la giustizia riparativa sviluppata nell’ambito educativo e sociale contemporaneo. Sono percorsi differenti, nati in contesti differenti. E sarebbe poco corretto confonderli.

Ma è difficile non riconoscere una vicinanza profonda.

Padre Dehon non ha mai pensato che l’amore potesse rimanere soltanto una bella disposizione interiore. L’attenzione al Cuore di Cristo lo ha portato a guardare anche le ferite delle persone e della società del suo tempo. Per lui la spiritualità non poteva essere separata dalla vita.

E forse proprio qui possiamo incontrare il senso di quanto sta accadendo nella nostra scuola.

Riparare non significa semplicemente riportare le cose a come erano prima. Talvolta non è nemmeno possibile. Significa scegliere di non rimanere indifferenti quando qualcosa si rompe nelle relazioni umane. Significa assumersi una responsabilità, anche piccola, perché una ferita non produca soltanto altre ferite.

C’è qualcosa di molto dehoniano in questo atteggiamento: non limitarsi a constatare ciò che non funziona, ma cercare di mettersi dalla parte di chi ha bisogno di ricostruire.

E c’è anche qualcosa di bello nel fatto che siano stati soprattutto dei laici a riconoscere questa possibilità e a darle forma nella vita scolastica. Forse è anche così che un carisma continua a vivere: quando non rimane custodito soltanto nelle parole di chi lo ha ricevuto, ma genera nuove sensibilità, nuove domande e nuovi modi di agire.

Una scelta, non un traguardo

Sarebbe ingenuo pensare che, avendo scritto un protocollo e istituito una Commissione, la scuola sia diventata improvvisamente un luogo dove ogni conflitto trova una soluzione felice.

Non sarà così. Ci saranno difficoltà, tentativi non riusciti, resistenze, errori e probabilmente anche qualche delusione. Ci sarà bisogno di continuare a imparare, soprattutto da parte degli adulti.

Perché una scuola riparativa non è semplicemente una scuola che chiede agli studenti di cambiare comportamento. È una comunità nella quale anche gli adulti accettano di interrogarsi sul proprio modo di ascoltare, giudicare, intervenire e accompagnare.

La scelta compiuta dall’Istituto Leone Dehon non è dunque una medaglia da appuntarsi sul petto, ma un impegno che dovrà essere verificato e rinnovato nella vita quotidiana.

Forse è questa la notizia più interessante da condividere con le nostre comunità dehoniane: una parola che appartiene da sempre al nostro patrimonio spirituale sta trovando, grazie all’iniziativa e alla sensibilità di alcuni laici, un’espressione nuova nella vita di una scuola.

Non sappiamo ancora dove ci condurrà questo cammino. Sappiamo però che vale la pena provarci.
Perché educare significa anche questo: aiutare qualcuno a scoprire che, persino quando si è sbagliato o si è ferito un altro, l’errore non deve necessariamente essere l’ultima parola della propria storia.

p. Gianmaria Piazzalunga

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