Silvano Ruaro

Ho avuto l’occasione di fare una chiacchierata con padre Silvano Ruaro, missionario a Mambasa, nell’est della Repubblica Democratica del Congo, una zona segnata da violenze, bande armate e totale assenza di sicurezza. Eppure ho sentito un grande entusiasmo mentre parlava della sua vocazione e di ciò che fa ogni giorno, perfino mentre mi raccontava di quando, lo scorso 2 dicembre, è stato convocato a Parigi per testimoniare nel processo sui crimini commessi durante il conflitto che ha insanguinato il nord-est della Repubblica Democratica del Congo tra il 1998 e il 2003.

Pur senza cercare visibilità, p. Ruaro ha risposto alla convocazione della giustizia francese, deponendo per quasi tre ore davanti alla Corte d’Assise di Parigi. Padre Silvano, originario di Monte Magrè di Schio e oggi 87enne, ha raccontato quanto afferma di aver visto in prima persona. Una testimonianza che ha contribuito a ridefinire il quadro delle responsabilità delineato dall’accusa: l’ex signore della guerra Roger Lumbala è stato condannato a 30 anni di carcere; tuttavia, secondo la testimonianza di padre Silvano la responsabilità principale ricadrebbe su Jean-Pierre Bemba, attuale vicepremier e ministro dei Trasporti: a lui sarebbe attribuibile l’80% delle colpe, contro il 20% di Lumbala.

La nostra chiacchierata si è focalizzata sulla sua esperienza di missionario: dalle sue parole la missione si delinea come un luogo di ascolto e accoglienza per molti rifugiati che hanno assistito a massacri, mutilazioni e violenze estreme; spesso raccontano ciò che hanno vissuto senza emozioni, come se il dolore fosse diventato insopportabile anche da esprimere. L’ascolto diventa quindi una delle missioni principali, ma anche la più faticosa, perché espone i missionari a un carico umano enorme.

Oltre al sostegno spirituale, la missione deve affrontare emergenze concrete: mancanza di cibo, medicinali, sicurezza e risorse per oltre 2.600 rifugiati e centinaia di studenti dell’istituto “Bernardo Longo”.

Il suo racconto si è concentrato sugli eventi dell’11 ottobre 2002, in un contesto già devastato da guerre tribali, massacri, profughi e continue fughe della popolazione civile. La situazione precipita quando i combattimenti si avvicinano a Mambasa: nonostante rassicurazioni ufficiali, scoppiano scontri armati e la popolazione fugge nel panico. Soldati e civili scappano, la missione resta tragicamente vuota, soprattutto di bambini mezzo all’orrore. Nonostante le rassicurazioni ufficiali, i combattimenti tra le milizie di Mbusa Nyamwisi e quelle di Jean-Pierre Bemba si avvicinano a Mambasa. I soldati entrano in città, sparano, saccheggiano e terrorizzano la popolazione. La gente fugge nella foresta, spesso di notte, senza nulla. I missionari scelgono consapevolmente la non-violenza, convinti che ogni forma di resistenza armata sarebbe inutile e pericolosa. La chiesa diventa rifugio, luogo di preghiera e di protezione durante notti segnate da spari, urla e paura costante.

Nei giorni successivi, gruppi di soldati si alternano nella missione, aumentando il clima di terrore. I religiosi vengono minacciati e derisi, ma continuano a restare accanto alla popolazione. Intanto la crisi umanitaria si aggrava: oltre 2.600 rifugiati trovano riparo nella missione e, nel giro di poche settimane, più di 20.000 persone sono costrette a fuggire per evitare il rischio di un massacro su larga scala. La violenza colpisce in modo particolare donne e bambini, rendendo ancora più evidente l’ingiustizia e l’assurdità della guerra.

Per cercare aiuti concreti e rompere il silenzio internazionale, padre Ruaro parte per Kampala, dove contatta l’ONU, le ambasciate e la radio vaticana, denunciando la gravità della situazione. Nel frattempo, a Mambasa e a Beni la popolazione continua a vivere nel terrore: si moltiplicano gli ostaggi, i saccheggi e le violenze, soprattutto durante il periodo natalizio, vissuto non come tempo di festa ma come tempo di angoscia e attesa del peggio.

Solo il 31 dicembre arriva finalmente la notizia di un cessate il fuoco, ottenuto anche grazie alle pressioni internazionali. Con l’inizio del nuovo anno emergono timidi segni di ripresa: arrivano osservatori dell’ONU, ONG e aiuti umanitari; alcune scuole riaprono; la popolazione inizia lentamente a tornare. Tuttavia le ferite morali e psicologiche restano profonde e le domande sul senso di tanta sofferenza rimangono senza risposta.

La testimonianza si conclude con una riflessione etica e spirituale molto forte: il vero scandalo non è solo la violenza, ma anche il silenzio e l’indifferenza del mondo. Di fronte al male, l’unica risposta possibile è restare accanto alle vittime, condividere il dolore, “salvare la gente” e difendere la dignità umana. La missione, in mezzo alla guerra, diventa così un segno concreto di resistenza morale, di fede vissuta nei fatti e di speranza, anche quando tutto sembra perduto.

Attraverso il racconto diretto della violenza, della paura e della sofferenza vissute dalla popolazione civile durante il conflitto del 2002, padre Ruaro pone una domanda profonda alla coscienza: è possibile restare indifferenti di fronte al dolore degli innocenti?

La guerra, come emerge dalle sue parole, non è solo uno scontro armato tra fazioni, ma una tragedia che colpisce soprattutto i più deboli: donne, bambini, profughi, persone costrette a fuggire nella foresta, a perdere tutto, persino la capacità di piangere. In questo contesto, la missione di Mambasa assume un ruolo che va ben oltre quello religioso: diventa un centro di accoglienza, di ascolto, di aiuto concreto e di difesa della dignità umana. La scelta dei missionari di restare accanto alla popolazione, pur consapevoli dei rischi, è una presa di posizione etica forte, fondata sulla non-violenza e sulla solidarietà.

Uno degli aspetti più significativi della testimonianza è la denuncia del silenzio e dell’indifferenza della comunità internazionale. Padre Ruaro mostra come la violenza venga aggravata non solo dalle armi, ma anche dall’assenza di attenzione e di intervento. Solo quando la tragedia viene portata all’attenzione dell’ONU, delle ambasciate e dei media internazionali si aprono spiragli di speranza che conducono, alla fine, al cessate il fuoco del 30 dicembre. Questo dimostra che la parola, la denuncia e la testimonianza possono diventare strumenti di giustizia.

Dal punto di vista umano e spirituale mette in luce una fede che non è evasione dalla realtà, ma assunzione di responsabilità. La preghiera, la condivisione del dolore e l’impegno quotidiano per “salvare la gente” non cancellano la sofferenza, ma impediscono che essa diventi disumanizzazione. In mezzo alla barbarie della guerra, la missione diventa un luogo in cui resiste l’idea che ogni vita abbia valore.

In conclusione, la testimonianza di padre Silvano Ruaro ci insegna che di fronte al male non esistono risposte semplici, ma esiste una scelta fondamentale: restare o voltarsi dall’altra parte. Raccontare, denunciare e condividere la sofferenza non cambia immediatamente il mondo, ma è il primo passo per non esserne complici. In questo senso, la missione di Mambasa non è solo una pagina di storia africana, ma un richiamo universale alla responsabilità, alla solidarietà e alla difesa della dignità umana.

Simona Nanetti

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