Amore per amore è il titolo scelto da papa Francesco per il quinto e ultimo capitolo dell’enciclica Dilexit nos. Si tratta di un’espressione che Francesco riprende dagli scritti di Margherita Maria Alacoque, la monaca francese che alla fine del Seicento contribuì in modo decisivo allo sviluppo e alla diffusione del culto del Sacro Cuore di Gesù.
Nata in Borgogna nel 1647 da una famiglia cattolica della media borghesia, Margherita entrò a 24 anni nel monastero delle Visitandine di Paray-le-Monial[1], dove visse, nel nascondimento della clausura, fino alla morte avvenuta nel 1690. Le apparizioni divine che accompagnarono la sua vita monastica, trascritte e rese pubbliche su indicazione del suo padre spirituale, il gesuita Claudio de la Colombière, furono di fondamentale importanza nel promuovere un nuovo orientamento alla devozione al Cuore di Cristo, intesa non solo come contemplazione e adorazione, ma come conversione e riparazione, e nel riaffermare l’immagine di un Dio amorevole, in contrapposizione alla visione pessimistica fatta propria da alcune derive del rigorismo giansenista.
Margherita Maria Alacoque e il dolore di Gesù
Il quinto capitolo della Dilexit nos assume come motivo di partenza il tema del dolore così come ci viene proposto dall’esperienza mistica di Margherita Maria Alacoque. Margherita ci parla di un Gesù innamorato dell’umanità, ma nello stesso tempo addolorato per l’ingratitudine, l’indifferenza, la freddezza con cui il suo amore viene accolto dagli uomini.
Per Margherita, amore e dolore sono due termini fra loro inscindibilmente uniti: in Cristo, l’ardore infinito d’amore è infinita sete di amare e infinita sete d’essere amato e di essere dissetato nell’amore, ed è sofferenza per il desiderio d’amore disatteso e non contraccambiato.
Se, a prima vista, le parole di Margherita Maria Alacoque sembrano assumere una piegatura esclusivamente o eccessivamente doloristica, la santa ci affida, in realtà, un tratto molto vivo e «carnale» dell’amore di Dio, giacché, in Gesù, Dio ci si presenta non come un Dio algido e indifferente, atarassico o imperturbabile, ma come un Dio che «patisce» le nostre reazioni al suo amore e prova dolore se non gli corrispondiamo.
E mentre da una parte questo anelito divino ad essere amato dà ragione anche del nostro stesso desiderio d’amore e del dolore che proviamo quando il nostro desiderio non è corrisposto, scoprire che Gesù chiede amore ci invita all’assoluto di una risposta che non può risolversi nella ricerca di sacrifici e nell’adempimento di pesanti doveri fini a sé stessi. La risposta all’amore di Cristo è solo e semplicemente una questione d’amore, ci ricorda papa Francesco, citando la meravigliosa intuizione di Margherita: «Ricevetti dal mio Dio grazie straordinarie del suo Amore; mi sentii spinta dal desiderio di ricambiarlo e di rendergli amore per amore».
Corrispondere amore all’amore
Ma cosa significa, nel concreto della vita, rendergli amore per amore, corrispondere amore all’amore?
Che la migliore risposta all’amore del Cuore di Gesù sia l’amore per i fratelli è la stessa Parola di Dio ad attestarlo con totale chiarezza, ci ricorda Francesco: non amare significa restare nella morte; fare qualcosa ai fratelli più piccoli significa farla a Dio; «Amerai il tuo prossimo come te stesso» rappresenta la pienezza della Legge; non si può amare Dio che non si vede, se non si ama il fratello che si vede.
L’amore per i fratelli non è un atto puramente volontaristico – “non si fabbrica”, dice Francesco – ma è espressione di un processo di metamorfosi interiore, di trasformazione del nostro cuore. Lo stesso san Paolo ci invita non a sforzarci di compiere opere buone, ma ad avere gli stessi sentimenti di Cristo Gesù.
Tutta la storia della spiritualità cristiana è attraversata dall’unione tra devozione al Cuore di Gesù e amore per i fratelli: la devozione vera non è mai chiusa nell’intimismo di pratiche religiose autoreferenziali, ma si sostanzia di un legame imprescindibile con l’impegno d’amore verso gli altri.
La devotio nel mondo romano
Mettendo in risalto la forza di questo legame della devozione con l’impegno verso gli altri, papa Francesco viene a recuperare il significato profondo della parola devotio così come ci è consegnata dalla civiltà romana. Mentre nell’uso comune la parola «devozione» vede svaporare l’orizzonte comunitario, venendo spesso utilizzata come sinonimo di sentimentalismo religioso fine a sé stesso, nel mondo romano con il termine devotio si indicava una particolare pratica religiosa per la quale un magistrato dotato di imperium o un civis designatus immolava sé stesso alle divinità per chiedere la salvezza della comunità.
Il termine devotio deriva dal verbo de-vovēre, nel significato di «consacrarsi». Sottile ma potente la differenza che corre tra vovēre (da cui votum) e de-vovēre (da cui devotus): nel vovēre, cioè nel «fare voto», il voto è subordinato all’esaudimento della richiesta, mentre nel de-vovēre, ossia nel «votarsi», nel «consacrarsi», l’offerta è svincolata dalla certezza del contraccambio.
Famosa la vicenda del console Publio Decio Mure, narrata nell’ottavo libro dell’Ab Urbe Condita di Tito Livio. Nel 340 a.C., durante la guerra contro i Latini, il console, dopo aver rivolto agli Dei Mani e alla Dea Terra le parole rituali, si gettò a cavallo tra le schiere degli avversari attirando su di sé la morte, a beneficio del proprio esercito e della patria:
«Pro re publica populi Romani Quiritium, exercitu, legionibus, auxiliis populi Romani Quiritium, legiones auxiliaque hostium mecum Deis Manibus Tellurique devoveo».[2]
Devotus è, per i Romani, chi sacrifica sé stesso per la salvezza degli altri.
La devozione al Cuore di Cristo come cifra della fede
Ritrovare nella parola “devozione” tuttala forza della dimensione semantica della sua radice etimologica, ci permette di cogliere il senso profondo del legame tra contemplazione del dono di sé che Cristo ha fatto per tutti e impegno verso il prossimo a cui questa contemplazione ci chiama, come sottolinea a chiare lettere papa Francesco, citando 1Gv 3, 16:
«In questo abbiamo conosciuto l’amore, nel fatto che egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli»
Papa Francesco rilegge Giovanni 7, 38 («Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva») come immagine del credente: l’unione con Cristo, infatti, non ha solo lo scopo di saziare la nostra sete, ma ci fa diventare una fonte di acqua fresca per gli altri.
Perciò, grazie all’immensa sorgente che sgorga dal costato aperto di Cristo, chi crede diventa, a sua volta, canale di acqua viva per il mondo e, mentre nell’unità sorgiva dell’Amore si riconciliano sinfonicamente tutte le diversità, la devozione al Cuore cristico si fa cifra stessa della fede.
Anita Prati
La riflessione è stata proposta da Anita alla Fraternità Tuscolano 99 durante la settimana comunitaria dedicata quest’anno ad approfondire l’enciclica Dilexit nos.
[1] L’Ordine della Visitazione di Santa Maria, detto popolarmente Ordine delle Visitandine, era stato fondato nel 1610 da san Francesco di Sales e da santa Giovanna Francesca Frémiot di Chantal.
[2] Livio, Ab Urbe Condita VIII, 9: Per la Repubblica del popolo romano dei Quiriti, per l’esercito, per le legioni, per le milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti, io immolo, insieme con me, agli dèi Mani e alla Terra, le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici.
Pubblicato su SettimanaNews il 28.08.205
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