Giornata del malato a Bolognano

Vista da dentro…

Abbiamo anticipato al 9 febbraio la Giornata dell’Ammalato, (tradizionalmente fissata per l’11 febbraio, Madonna di Lourdes) per poterla distanziare dall’Assemblea delle Comunità del 12 febbraio.

È un incontro atteso e desiderato dalle comunità e soprattutto da noi ammalati di Bolognano. Rivedere i nostri confratelli, parlare con loro, ci fa sentire la vicinanza delle nostre comunità, un legame che non si è spezzato con la malattia, ma è diventato più vero e sincero.

La cinquantina di padri, proveniente da quasi tutte le comunità, ha invaso pacificamente la casa di Bolognano, di solito tranquilla nel suo sonnolento ritmo di vita. Ci siamo ritrovati tutti in biblioteca, luogo tranquillo, lontano dal salone dove sono riuniti i nostri ospiti laici, governati, come noi, dalla SPES, per dare maggior risalto alla nostra fraternità. Sul lungo tavolo, al posto dei giornali, panini imbottiti, dolci e bevande, ma pochi hanno preso parte alla squisita merenda, perché si sente subito il bisogno di abbracciarci, di parlare, di fare le nostre confidenze.

Si sono formati piccoli gruppi a seconda dei diversi interessi: chi parlava con i confratelli della propria comunità, chi si interessava dei padri più anziani, il p. Bonci, da parte sua, ha riunito tutti gli argentini, uruguagi e popolazioni affini. Al centro dell’attenzione il caro p. Duci, onorato e ossequiato da tutti e la ricerca di fr. Urbano Scalabrin, ultracentenario.

Il tempo passa in fretta ed è l’ora della messa. La cappella si riempie di tuniche bianche (visione insolita per noi ammalati che di solito vediamo “vestiti” solo i tre concelebranti principali). Il p. provinciale presiede la concelebrazione e trae spunto dalle letture per la sua omelia. Dal libro dei Re, ricava la suggestiva immagine della nube che riempie il tempio: “Penso che questa “nube oscura” ci parli da vicino, dal momento che spesso l’esperienza della malattia e del limite fisico appare come una nube che avvolge i nostri giorni e ne appesantisce il cammino. Eppure, è proprio in quella nube che Dio decide di abitare. Per noi, infatti, la malattia non è l’assenza di Dio o la fine della nostra missione, ma un modo nuovo, più spoglio ed essenziale, di essere “tempio” della sua presenza…”

Dal vangelo di Marco, p. Stefano commenta l’accalcarsi dei malati attorno a Gesù:

“La gente accorreva da Gesù portando i malati sulle barelle, cercando anche solo di toccare il lembo del suo mantello. È l’immagine della «compassione del Samaritano» che Papa Leone sottolinea nel suo Messaggio per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato: un amore che si fa carico del dolore dell’altro, che non scappa davanti alla ferita. In questa nostra comunità la compassione non dovrebbe essere un concetto astratto, ma dovrebbe giocarsi nei piccoli gesti quotidiani, nel sostegno reciproco tra confratelli che condividono la medesima fragilità”.

Dopo l’omelia c’è stata l’unzione dei malati: è il sacramento più utilizzato in questa comunità, dopo l’Eucaristia. Il p. provinciale ha commentato: “Nell’unzione è Cristo stesso che attraversa la nostra “nube oscura” per consacrare la nostra sofferenza. L’olio che segnerà la nostra fronte e le nostre mani è il sigillo di un’Alleanza che non viene meno quando le forze mancano, ma che anzi ci unisce più intimamente all’offerta del Cuore di Gesù” Questo è stato ricordo più bello di questa giornata, che è rimasta in tutti i nostri cuori. Grazie a tutti perché “ero malato e mi avete visitato”.

p. Paolo Gazzotti

…e vista da fuori

Sembrava il primo maggio!

È vero: sembrava il primo maggio, invece era il 9 febbraio! Eravamo molti confratelli della Provincia a vivere la giornata del malato a Bolognano. Oramai da alcuni anni questo appuntamento non solo si ripete puntualmente, ma si riempie con sempre più numerosi confratelli provenienti da molte comunità della nostra Provincia.

Si tratta di un segno importate che parla di tanta riconoscenza e affetto verso quei padri che hanno dato tanto alla nostra Congregazione e che ora si ritrovano, per motivi di salute, a vivere questo tratto della vita in un luogo dove non sono solo seguiti e amati, ma si sentono vera comunità dehoniana. Il loro ministero continua in questo “santuario della sofferenza” attraverso un servizio di preghiera e di intercessione per noi tutti e per il mondo. Hanno trovato la loro missione, non meno importante, anzi la più importante, che sostiene il nostro “fare” e garantisce senso e continuità al nostro apostolato.

La giornata è iniziata con l’arrivo di tanti confratelli che hanno potuto incontrare e parlare con i residenti tra un ricordo e un “come stai?”. Abbiamo bisogno di sentirci vicino e raccontare a loro, con la nostra visita, che non sono lì in parcheggio, dimenticati, ma che di loro ci prendiamo cura perché ci stanno a cuore.

A messa abbiamo constatato quanto eravamo numerosi, grazie anche alla presenza di laici e di alcuni “nostri ex”. L’amore ricevuto non si dimentica mai e le storie degli altri fanno parte della nostra storia e di quello che siamo.

Nell’omelia padre Stefano ha sottolineato due immagini che la Parola di Dio del giorno ci offriva. Da una parte la nube oscura che avanza nel tempio all’entrare dell’arca. Quella nube oscura qui a Bolognano ha un nome: malattia. Ma proprio in questo luogo di fraternità e di preghiera essa diventa presenza di Dio, luogo dove Lui abita.

L’altra immagine è la piazza, riportata nel vangelo, dove i malati venivano portati davanti al Signore. La comunità di Bolognano diventa “piazza” dove ci si porta davanti a Gesù e uno aiuta l’altro a farsi barelliere che facilita l’incontro con Lui.

Dopo l’omelia il provinciale e padre Ilario sono passati a distribuire il sacramento dell’Unzione degli infermi e molti dell’assemblea, e dei partecipanti venuti da fuori, hanno voluto ricevere questo segno di speranza e di forza.

La giornata comunitaria si è poi conclusa con il consueto pranzo presso il ristorante Al Porto dove abbiamo continuato a fare festa. Tra una portata e l’altra c’è stata l’occasione di comunicare con chi ci era vicino, rendendo più forte il nostro senso di appartenenza, per sentirci ancor più famiglia dehoniana.

Possiamo dire che è grazie ai nostri confratelli ammalati e anziani che siamo riusciti a vivere una giornata così intensa e fraterna. Abbiamo bisogno di questi momenti per alleggerire le fatiche che la nostra Provincia sta attraversando e per guardare con fiducia a Colui che ci chiede non tanto di essere efficienti, ma fratelli: “da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34).

Il nostro sincero grazie va anche ai nostri confratelli che, insieme a padre Ilario, offrono uno spazio comunitario in cui dare senso a questo periodo della loro vita, per potersi sentire ancora parte di una Provincia che li ricorda e li custodisce nella preghiera e nell’affetto.                                                                        

p. Silvano Volpato

Omelia per la giornata del malato

1 Re 8, 1-7.9-13; Sal 131; Mc 6,53-56

Cari confratelli, è una bella consuetudine celebrare la Giornata del Malato qui a Bolognano, dove si trova una comunità religiosa che cerca di vivere il tempo della malattia e dell’anzianità come una chiamata ulteriore alla sequela. Le letture che abbiamo proclamato – che sono quelle del giorno – ci offrono due immagini potenti del “luogo” di Dio: il Tempio di Gerusalemme, dove scende la nube della Gloria, e le piazze della Galilea, dove la Gloria di Dio si manifesta nel tocco risanante di Gesù verso i sofferenti.

Nella prima lettura abbiamo assistito al solenne ingresso dell’Arca dell’Alleanza nel Tempio costruito da Salomone. È un momento di grande densità spirituale: la nube riempie la casa del Signore a tal punto che i sacerdoti non possono più compiervi il loro servizio. È la Shekinah, la presenza divina che abita tra gli uomini. Salomone esclama: «Il Signore ha deciso di abitare nella nube oscura» (1Re 8,12). Penso che questa “nube oscura” ci parli da vicino, dal momento che spesso l’esperienza della malattia e del limite fisico appare come una nube che avvolge i nostri giorni e ne appesantisce il cammino. Eppure, è proprio in quella nube che Dio decide di abitare. Per noi, infatti, la malattia non è l’assenza di Dio o la fine della nostra missione, ma un modo nuovo, più spoglio ed essenziale, di essere “tempio” della sua presenza. Come l’Arca conteneva solo le tavole dell’Alleanza, così in questo tempo della nostra vita siamo chiamati a custodire l’essenziale: il nostro “sì” al Signore, spogliato da ogni pretesa di efficienza.

Il Vangelo di Marco completa questa visione mostrandoci che il Dio che abita nella nube oscura è lo stesso che, in Gesù, si lascia “toccare” nelle piazze. La gente accorreva da Lui portando i malati sulle barelle, cercando anche solo il lembo del suo mantello. È l’immagine della «compassione del Samaritano» che Papa Leone sottolinea nel suo Messaggio per la XXXIV Giornata Mondiale del Malato: un amore che si fa carico del dolore dell’altro, che non scappa davanti alla ferita. In questa nostra comunità la compassione non dovrebbe essere un concetto astratto, ma dovrebbe giocarsi nei piccoli gesti quotidiani, nel sostegno reciproco tra confratelli che condividono la medesima fragilità.

Siamo invitati a riscoprire la “comunità sanante”. Qui non siete solo religiosi che vivono insieme per necessità; siete una comunità che “si porta” vicendevolmente dinanzi a Cristo, proprio come faceva la gente di Gennesaret. La vostra missione è questa: essere l’uno per l’altro quel barelliere che facilita l’incontro con il Signore. La cura non risiede solo nelle terapie, ma nella fraternità che spezza l’isolamento. Così scrive papa Leone nel suo Messaggio:

«Cari fratelli e sorelle, “il vero rimedio alle ferite dell’umanità è uno stile di vita basato sull’amore fraterno, che ha la sua radice nell’amore di Dio”. Desidero vivamente che nel nostro stile di vita cristiana non manchi mai questa dimensione fraterna, “samaritana”, inclusiva, coraggiosa, impegnata e solidale, che ha la sua radice più intima nella nostra unione con Dio, nella fede in Gesù Cristo. Infiammati da questo amore divino, potremo davvero donarci per il bene di tutti i sofferenti, specialmente dei nostri fratelli malati, anziani e afflitti».

Tra poco celebreremo il sacramento dell’Unzione degli infermi. Lo dovremmo vivere non con rassegnazione, ma con lo stupore di chi cerca di “toccare il lembo del mantello”. Nell’unzione è Cristo stesso che attraversa la nostra “nube oscura” per consacrare la nostra sofferenza. L’olio che segnerà la nostra fronte e le nostre mani è il sigillo di un’Alleanza che non viene meno quando le forze mancano, ma che anzi ci unisce più intimamente all’offerta del Cuore di Gesù.

Affidiamo ora queste nostre intenzioni alla Vergine Maria. La preghiera che Papa Leone ci ha consegnato alla fine del suo Messaggio dice con semplicità l’essenziale del nostro affidamento filiale. La vogliamo far nostra:

«Dolce Madre, non allontanarti, non distogliere da me il tuo sguardo.
Vieni con me ovunque e non lasciarmi mai solo.
Tu che sempre mi proteggi come mia vera Madre,
fa’ che mi benedica il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo». Amen.

p. Stefano Zamboni
Superiore Provinciale ITS

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