Bledar arrivò a diciassette anni nella nostra città da un minuscolo villaggio tra le montagne del nord dell’Albania: la sua fu una scelta precisa, un progetto di vita chiaro per garantire un futuro migliore a se stesso e sostenere i genitori e le due sorelle minori rimaste a casa.
Appena arrivato si presentò in Questura e fu inserito nei percorsi di protezione e accoglienza dedicati ai minori. Poiché era ormai vicino alla maggiore età, per lui fu pensato un percorso di integrazione accelerato, dato che si era dimostrato maturo e rispettoso. L’italiano lo conosceva già grazie ai programmi televisivi che guardava da piccolo, così gli fu facile perfezionarlo, frequentare un corso di formazione professionale e conseguire la licenza di terza media.
A pochi mesi dai diciotto anni ha iniziato a lavorare in una fonderia con una borsa lavoro. Si era impegnato con tanta costanza e il titolare gli lasciò spesso la responsabilità dell’officina, prospettandogli un’assunzione imminente. Poi, la doccia fredda: terminato lo stage gli fu detto che non c’era abbastanza lavoro e che il contratto non gli sarebbe stato fatto. Per Bledar fu un colpo durissimo; si sentì tradito e sopraffatto dal timore di aver fallito, con il rischio concreto di non poter rinnovare il permesso di soggiorno e dover tornare in patria.
Proprio quando la situazione sembrò senza via d’uscita, arrivò una sorta di miracolo: un idraulico che lo aveva conosciuto durante uno stage formativo all’arrivo in Italia lo chiamò per offrirgli un regolare contratto di lavoro. Bledar poté così iniziare a mantenersi e a pagare il contributo per l’alloggio messo a disposizione dalla comunità.
I problemi burocratici, però, non erano finiti. La legge sull’immigrazione dell’epoca prevedeva criteri molto restrittivi e la sua domanda di conversione del permesso di soggiorno fu respinta, con l’ingiunzione di lasciare l’Italia. Grazie all’aiuto dei Servizi Sociali e di un avvocato fu fatto ricorso al TAR, ottenendo la sospensione dell’espulsione. Bledar si ritrovò così in un limbo amministrativo: rimanere in attesa della sentenza ma senza i documenti in regola per lavorare.
In quel periodo il suo datore di lavoro, ignorando queste complicazioni, gli chiese di prendere la patente per svolgere interventi in autonomia. Senza il permesso di soggiorno, però, Bledar non poteva sostenere l’esame di guida.
A sbloccare la situazione fu un ulteriore snodo decisivo: oltre a un cambio della normativa, mi interessai del caso di Bledar presso un amico funzionario della Questura, che comprese la delicatezza del caso, rilasciando un’attestazione che permise a Bledar di fare l’esame e ottenere la patente, salvando il posto di lavoro.
Poco dopo arrivò anche il parere favorevole al rinnovo del permesso di soggiorno, e Bledar ha così potuto continuare il suo percorso da nuovo cittadino.
Ora Bledar è sposato, con due figli, ha una sua impresa idraulica che ha tanto lavoro, al punto che ora è lui che assume i ragazzi delle comunità quando compiono 18 anni. Saltuariamente ritorna al Villaggio del Fanciullo a trovarmi. Quando ricordiamo sorridendo lo scampato pericolo e scherzandoci sopra riconosciamo che “qualcuno” dall’alto tesseva i fili perché tutto si risolvesse bene.
Giovanni Mengoli


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