VIAGGIO IN TURCHIA

Sulle orme di Giovanni
27 aprile - 6 maggio 2008

(Diario della prof.  Mirella Ascione)

A te Elisabetta,
amica serena e dolce,
gioiosa compagna di tanti viaggi,
che tanto hai amato noi e la vita.

13 febbraio 2008

Incontro preliminare al Dehon, Monza

Che bello ritrovarsi di nuovo! Siamo tanti qui al Dehon, tutti amici, tutti accomunati da esperienze di viaggi fatti assieme, sempre accompagnati da Fernando, sempre con il desiderio e l’ansia di vedere nuovi luoghi, di scoprire nuove realtà non come semplici turisti, non solo allo scopo di arricchire la mente di nuove conoscenze, ma anche, e soprattutto, allo scopo di conoscere meglio noi stessi, di capire le nostre origini di cristiani e quindi di rendere più matura e più salda la nostra fede. Ed è bello farlo assieme; è magnifico continuare a crescere assieme, accompagnati da Fernando che, come sempre, riesce a comunicarci il suo entusiasmo e la sua passione per la parola di Dio.

C’è Dianora che, come di consueto, è stata efficientissima nel predisporre tutto; ci sono Emin ed Anna, i titolari dell’Agenzia "Il Viaggio", che ha organizzato il nostro cammino in Turchia. Emin, nato e cresciuto in Turchia, verrà con noi e sarà per noi sicuramente un accompagnatore d’eccezione. E poi, ovviamente, c’è Fernando, l’amico che ha progettato, studiato e preparato tutto il nostro iter in Turchia, terra di archeologia, culla del Cristianesimo, terra in cui è stata composta l’Apocalisse. Ed ora ci illustra il programma, giorno per giorno, tappa per tappa e ci fa pregustare l’importanza e la bellezza di questo viaggio intensissimo in una terra ricca di storia, di archeologia e di opere d’arte su cui sono passati i primi testimoni del Vangelo, in cui sono fiorite le prime comunità cristiane, un tempo molto vive e ora scomparse.

Attualmente la Turchia è un paese quasi del tutto musulmano: i cristiani (ortodossi, cattolici e protestanti) nel loro insieme costituiscono solo lo 0,15 % della popolazione; è una percentuale molto eloquente. Ciò che è successo lì, allora, può accadere anche qui, ora, e questa consapevolezza è motivo di riflessione profonda.

29 marzo 2008

Secondo incontro al Dehon, Monza

E’ passato più di un mese dal nostro primo incontro ed oggi, a distanza di quattro settimne dalla partenza, ci ritroviamo nuovamente per definire le ultime cose. E’ quasi palpabile l’ansiosa attesa che ci coinvolge nel profondo. Regna una certa eccitazione e Dianora è più volte costretta ad invitarci al silenzio: dice che ci comportiamo peggio dei bambini! Ci vengono consegnati gli apparecchi riceventi e le cuffie che ci serviranno durante il viaggio per seguire le spiegazioni e i commenti sia di Fernando che della guida locale; ci viene spiegato il loro funzionamento e facciamo le prove di ascolto. Ci vengono poi dati alcune precisazioni relative al pullman che ci porterà a Malpensa e alcuni consigli pratici sul bagaglio.

L’incontro si chiude con la celebrazione eucaristica prefestiva: è la seconda domenica di Pasqua e il Vangelo di Giovanni ci parla di Tommaso, detto Didimo, l’apostolo che non era presente alla prima apparizione del Risorto, il nostro gemello (questo è il significato del nome Didimo) che incarna le difficoltà che ogni uomo incontra per arrivare a credere nel Risorto. Fernando chiude la sua omelia dicendoci che in Turchia rifletteremo sugli altri nostri gemelli che ci hanno preceduto nella fede.

E’ il momento degli arrivederci, degli a presto, degli abbracci fraterni, di calorose strette di mano…

Domenica 27 aprile

Monza – Milano – Istanbul – Adana

Arrivo con largo anticipo al Dehon, luogo di ritrovo per chi parte da Monza. Fernando è già qui, pronto ad accoglierci con un rassicurante sorriso e ad indicare dove posteggiare la macchina. Ben presto siamo in tanti, tutti in attesa del pullman che ci porterà a Malpensa e su cui sono già in viaggio gli amici che partono da Bellusco. Ma ecco il pullman che arriva puntualissimo: si rinnovano i saluti, le espressioni festose, lo stringersi di mani, il cercarsi di sguardi…I bagagli vengono caricati rapidamente, il pullman riparte e ben presto (è domenica mattina e non c’è traffico) arriviamo a Malpensa dove ci aspetta Anna che ci consegna i biglietti aerei. Sbrighiamo le pratiche di imbarco e poi ci sparpagliamo nei vari spazi dell’aeroporto in attesa del volo.

Il vettore della Turkish Airlines ci porta con un viaggio tranquillo ad Istanbul dove ci aspettano Emin (che è già da alcuni giorni in Turchia con un gruppo che è appena ripartito per l’Italia) e Lale, la nostra guida locale. Il suo nome è Lalehan, nome che significa tulipano, il fiore sacro ad Allah che dura solo una quindicina di giorni ma il cui bulbo nella primavera rifiorisce; ci chiede però di chiamarla Lale. Abbiamo qualche ora di attesa prima di imbarcarci sul nuovo volo e ovviamente Fernando ne approfitta. Mettiamo gli auricolari e così possiamo sentirlo, senza disturbare gli altri, anche se siamo seduti qua e là davanti al gate. Ci parla della Turchia, terra santa della Chiesa, del perché il cristianesimo si è diffuso proprio in quella terra. Molteplici furono i motivi che ne favorirono la diffusione: il processo di ellenizzazione, iniziato da Alessandro Magno, che aveva fatto della lingua greca la koinè, la lingua comune da tutti capita e da tutti parlata; la pax augustea dell’impero romano che aveva dato unità e stabilità politica; la diaspora giudaica a causa della quale numerosissime erano le sinagoghe un po’ ovunque (e la predicazione del Vangelo iniziava proprio dalle sinagoghe). Nel I secolo d.C., delle 50 comunità cristiane esistenti, 24 erano in Turchia; come 31 delle 51 nate nel secolo successivo. La Turchia era inoltre geograficamente vicina alla Palestina, Paolo era originario di questa terra, Giovanni si stabilì ad Efeso. Il cristianesimo, inculturandosi in Turchia, subì un processo di ellenizzazione, ricevendo condizionamenti dal diffuso sincretismo religioso. Ne derivò il desiderio di capire più a fondo, ne scaturirono discussioni teologiche a cui tutti partecipavano con passione; nacquero così le prime eresie e la necessità di fare chiarezza: in Turchia si tennero ben otto concili.

Finalmente ci imbarchiamo e, dopo un’ora e mezzo, l’aereo atterra ad Adana, città grande e popolosa: siamo arrivati!

Siamo in Cilicia, la parte sud-orientale della Turchia mediterranea, una fertile regione alluvionale, dominata dalle montagne del Tauro, un tempo zona di pascolo invernale per le popolazioni nomadi, oggi ricca di risaie, di coltivazioni di cotone, di ortaggi, di alberi da frutta e di legumi.

In questa regione nacquero dunque le prime comunità cristiane. La Didakè, il primo catechismo cristiano, è stata composta qui, ad Antiochia sull’Oronte, che allora era città della Siria e che noi, in un precedente viaggio in Siria, da lontano, abbiamo contemplato dall’alto, vedendola accendersi sempre più di luci mentre un dolce tramonto trascolorava progressivamente nell’imbrunire della sera e nel buio della notte. Qui per la prima volta i seguaci di Gesù furono detti cristiani; qui, a Tarso, è nato Paolo.

Dopo il controllo dei documenti, recuperati i bagagli, incontriamo Murat, l’autista del nostro pullman.

Dopo cena alcuni, stanchi, vanno subito a riposare; io invece esco con altri amici per fare una passeggiata; c’è anche Emin. Un pulmino-taxi si affianca a noi e procede a passo d’uomo finchè decidiamo di prenderlo; ovviamente Emin è il nostro jolly: ci fa da interprete, tratta il prezzo e concorda un giro by night di Adana. E così vediamo la nuova moschea e i suoi sei minareti sapientemente illuminati in modo da creare un bell’effetto cromatico bianco-argento ed ocra; ammiriamo il suo immenso e curatissimo giardino circondato da zampilli che formano quasi una siepe d’acqua; vediamo una diga, il ponte di ferro, il ponte di pietra con 14 archi del tempo di Adriano, il lungofiume, una chiesa dedicata alla Madonna. Intanto per le strade di Adana si svolge un rumoroso carosello di macchine festanti che sventolano grandi bandiere rosse e gialle: deve esserci stata la vittoria sportiva di una squadra locale e i tifosi festeggiano.

Rientriamo verso mezzanotte mentre una coppia di sposi, dopo la festa nuziale, entra in albergo per trascorrervi la notte. Lei è in abito lungo, luccicante di lustrini, bianco e scollato, ha in mano un bouquet di fiori finti; lui è in abito grigio, camicia bianca e cravatta rosa scuro. Notiamo che la sposa ha in vita annodati due nastri, uno rosso e uno azzurro: come poi ci spiega Emin, glieli hanno messi i genitori e i fratelli come segno di saluto e di dono mentre lasciava la casa paterna. Battiamo le mani, Emin traduce i nostri auguri e i loro ringraziamenti.

La giornata è finita e siamo un po’ stanchi; vado a letto con il cuore colmo di trepida attesa per quello che domani vedrò ed udrò; prima di addormentarmi ringrazio il Signore per questa opportunità che mi ha offerto, per questi amici che mi circondano, per il clima di accoglienza, disponibilità e condivisione che si crea sempre quando si è con Fernando.

Lunedì 28 aprile

Adana – Tarso – Cappadocia

Lale, appena salita in pullman, distribuisce i gagdet della agenzia turistica locale: un braccialetto per le donne e un tipico rosario musulmano per gli uomini, tutti con l’occhio di Allah nei colori caratteristici: blu, bianco e azzurro. Siamo tutti puntualissimi; partiamo e, come faremo ogni giorno, recitiamo il Padre nostro.

Lale ci parla di Adana, una grande città della Turchia meridionale che ha origini antichissime, riportabili agli Ittiti secondo una tradizione o a due eroi greci secondo un’altra. Fino a 50 anni fa era zona malarica, ma oggi è una zona salubre e ricca di una fiorente agricoltura; in particolare si producono patate di pregiata qualità, frutta e ortaggi.

Siamo diretti a Tarso che dista circa 40 km; Fernando ci dice che il cristianesimo arrivò ad Adana nel I sec. ma la prima testimonianza storica risale a molto più tardi: alla partecipazione del vescovo della città al Concilio di Nicea del 325 (in cui si discusse della divinità di Cristo). Abbiamo poi una lettera inviata ad Anatolio, vescovo di Adana, da Giovanni Crisostomo esiliato a Cucuso sul Ponto a causa della sua coerenza con il Vangelo; è una lettera piena di affetto e di gioia per il sentirsi amato dal vescovo amico. Quello di Crisostomo non era un caso isolato; numerosissimi cristiani delle prime comunità infatti furono esiliati o mandati a lavorare nelle miniere (ed in Cilicia ce n’erano molte) perché si rifiutavano di partecipare ai culti idolatri.

Ad Adana si è anche recato Pompeo dopo avere sconfitto i pirati che infestavano il Mediterraneo; dalle parole di Plutarco (che scrisse la vita del grande condottiero) comprendiamo la grande lezione di vita che Pompeo ci ha dato: era convinto che non si nasce selvaggi o insocievoli, lo si diventa praticando il vizio. Ed allora non condanna a morte i pirati ma li trasferisce sulla terraferma in modo che si abituino alla vita civile.

Tarso, importantissimo centro nell’antichità soprattutto al tempo dei Seleucidi, situata su una strada importante che congiungeva Efeso ad Antiochia, sede di una scuola di filosofia stoica di grande fama, fu annessa a Roma nel I sec a.C. e divenne capitale della Cilicia. Era una città dal fiorente artigianato di tessitura di tende e dai vivaci commerci che aveva un porto importante; ora è invece lontana dal mare. Uno dei suoi governatori fu Cicerone. Fu poi dominata dai bizantini e dal XVI sec. fece parte dell’impero ottomano. In questa città, in cui la diaspora giudaica era importante, nel quartiere ebraico, da una famiglia di commercianti originaria dell’alta Galilea nacque, al tempo di Augusto, Saulo, poi chiamato Paolo. Allevato in una rigida ortodossia, studiò a Gerusalemme dove divenne un persecutore dei cristiani: fu lui a custodire i mantelli di coloro che lapidarono Stefano.

Siamo arrivati; vediamo le case basse e le strade ampie della parte nuova della città; dai balconi dei palazzi sventolano numerose le bandiere turche (rosse come il sangue dei martiri morti nella guerra di indipendenza con uno spicchio di luna e una stella), giardini, sovrappassi pedonali, piazze con fontane e con statue messe al centro, bancarelle in cui si vendono grossi bottiglioni di un liquido rosso scuro: è succo di rapa, bevanda tipica, dissetante e molto apprezzata da tutta la popolazione.

Ci fermiamo alla Porta Romana detta di "Cleopatra" e successivamente di"San Paolo"; attraverso di essa infatti si dice che passò la regina per incontrare Antonio (il grande triumviro prima alleato e poi avversario di Augusto) che donò agli abitanti di Tarso la cittadinanza romana: è per questo che Paolo era civis romanus. Leggiamo il brano di Plutarco che ci descrive la scena: sfarzo, luci, profumi… si diceva che Afrodite venisse ad incontrare Dionisio per il bene dell’Asia. La porta è stata restaurata: la parte nuova è ben riconoscibile dal colore più chiaro.

Ci spostiamo con il pullman e scendiamo dove, ad un livello più basso, si trovano resti della Via Romana tornati alla luce durante i lavori per la costruzione di un palazzo. Lale ci precede alzando una bacchetta che ha in cima una piccola mano arancione; siamo diretti al Pozzo di San Paolo che si trova nel cortile interno della sua presunta casa. E’ largo più di un metro ed è profondo ben 38 metri; lo copre un coperchio di ferro, ci sono un rullo con la corda ed un secchio. Il custode toglie il coperchio ed attinge l’acqua: è limpida ed abbastanza fresca.

Purtroppo quasi nulla della città romana è stato riportato alla luce. È tutta coperta dalla Tarso moderna. Solo un breve tratto ben conservato di un decumano è visibile; tra le pietre della pavimentazione, sicuramente calcata da Paolo, spunta qualche ciuffo d’erba.

Ritornando al pullman vediamo degli uomini dietro banchetti di legno su cui è poggiata una vecchia macchina da scrivere. Aspettano i clienti, cioè gli analfabeti che devono scrivere una lettera. Passiamo sotto alcuni tendoni: vi è stato organizzato un mercato il cui ricavato sarà dato agli studenti. Si vendono oggetti vari ma la parte caratteristica è quella in cui numerose donne impastano, stendono, cuociono su piastre infuocate una sfoglia sottile che poi farciscono con verdure e carne e chiudono come involtini. Ne offrono anche a noi e qualcuno li mangia; chi li assaggia dice che sono proprio buoni. Vicino gruppi di donne con i loro bambini sono sedute sull’erba, impilano ordinatamente le tenere foglie di vite appena spuntate; le vendono per fare involtini ripieni di riso, pinoli e carne.

Tutti qui indossano un capo di abbigliamento tipico della Turchia: pantaloni ampi, con cavallo bassissimo, stretti alla caviglia; il modello è uguale per uomini e donne, cambia soltanto il colore: a tinta unita o a righine sottili per gli uomini, a fiorellini per le donne. Lale ci dice che sono comodi e freschi.

Ci rechiamo ora alle Cascate del fiume Cydno: è un luogo dalla bella vegetazione e dalla grande frescura, attrezzato ad area per picnic. La guida ci dice che secondo la tradizione Paolo veniva spesso qui a meditare. Fernando ci legge un brano di Strabone, il grande geografo contemporaneo di Gesù; Strabone parla di sorgenti vicine alla città, di acque fredde e veloci, terapeutiche per i dolori alle articolazioni; di Tarso dice che poteva essere considerata una metropoli.

Si tramanda che nel 333 a.C. Alessandro Magno, molto accaldato, si bagnò in queste gelide acque e si ammalò gravemente.

La nostra meta è ora la Chiesa di San Paolo. Risale alla fine del XVIII secolo; dopo essere stata utilizzata come deposito di legna, è stata restaurata in occasione del Giubileo del 2000. Ma non è aperta al culto: è un museo. Entriamo e ci sediamo; Fernando ci parla di Paolo, del suo fanatismo giudaico, della illuminazione che ebbe sulla via di Damasco (non una folgorazione, ma una illuminazione interiore che gli rivelò Cristo probabilmente attraverso le parole di un cristiano suo compagno di viaggio), del suo carattere che gli alienò la simpatia di molti, Barnaba compreso. Ci parla della sua missione, dei suoi viaggi, dell’annuncio della Parola che fece in tanti luoghi, delle comunità fondate da lui, dei contatti che manteneva con esse…

Abbiamo la gioia di avere tra noi suor Maria, una delle tre suore Figlie della Chiesa che dal 1994 vivono qui. La suora ci parla del carisma del suo ordine: conoscere, amare, servire la chiesa e farla conoscere ed amare. Insieme ad una consorella, anch’ella di nome Maria (a cui successivamente si è aggiunta suor Agnese), è venuta qui chiamata dal vescovo Ruggero Franceschini, un cappuccino, primo vescovo in Anatolia dopo 400 anni. A Tarso non ci sono cattolici, non ci sono chiese aperte al culto; perciò queste suore non hanno alcun diritto, sono nulla. Ma, come ci dice, anche il nulla può essere qualcosa: quello che sono agli occhi di Dio. Loro non possono svolgere alcuna attività, ma in città le rispettano, i bambini mandano loro bacini soffiandoli dal palmo delle mani, le guide turistiche provano affetto per loro. Dice che non sono venute a Tarso per fare proselitismo ma per convertire se stesse; qui, dopo tanti anni di vita religiosa, hanno trovato la loro Damasco. Non hanno certezze, né sull’affitto della casa, né sul permesso di soggiorno, né sotto l’aspetto economico; ogni giorno fanno 56 km per andare a Messa a Mersin dove vivono 350 cattolici. E’ per questo che a Mersin c’è una parrocchia, si celebra l’Eucarestia, si possono far suonare le campane… Suor Maria può dirci cosa esse sono, non cosa fanno, ma si sentono sentinelle del mattino, frammenti di Vangelo, come le ha definite il vescovo. Essere seme che muore per dare frutto: ecco la loro esperienza a Tarso.

Eppure questa, fino al IV secolo, era terra santa della chiesa

Fedeli all’unico compito che hanno (accogliere i pellegrini), ci invitano nel salone della loro casa che è vicina alla chiesa. Ci offrono biscotti e bibite. In una parte del salone, dietro una tenda, c’è una piccola chiesa: un piccolo tabernacolo (l’unico a Tarso) con l’immagine di Gesù tra i discepoli di Emmaus, una lampada accesa, una icona della Madonna con Bambino, qualche rosa, due tappeti, qualche sedia. E’ una festa quando qualche gruppo celebra lì la Messa.

Commossi da questa testimonianza torniamo al pullman; lasciamo la Cilicia, da cui ha preso nome il cilicio, l’antica veste in lana caprina dura ed urticante, diventata poi simbolo di penitenza; siamo diretti in Cappadocia. Dobbiamo percorrere 70 km, dobbiamo passare attraverso le "porte della Cilicia" e attraversare la catena dei Monti Tauro.

A pranzo assaggiamo il succo di rapa: ha un sapore particolare che non ci entusiasma…

Riprendiamo il percorso in pullman, non più sull’autostrada che finisce qui ma sulla vecchia strada, in una bella zona montuosa: prati verde chiaro, verde scuro, terra marrone pronta per la semina, un misto di marrone e di verde dove cominciano a spuntare le prime pianticelle, alberi ad alto fusto… poi la pianura comincia ad allargarsi… siamo su un altopiano stupendo.

Siamo in Cappadocia nella zona di Tiana. Fernando ci parla della lettera che Pietro spedì da Roma ai cristiani di molte regioni dell’Asia (ed anche di questa zona) durante la persecuzione: li invita a rallegrarsi perché è beato chi viene insultato nel nome di Cristo. E poi ci parla, attraverso le parole di Gregorio Nazianzeno, della vita che vissero gli eremiti in solitudine tra privazioni e preghiere nella valle di Goreme in Cappadocia..

Siamo a 1200 metri di altezza, vicino a Nissa, città in cui Gregorio di Nissa, fratello di Basilio fu vescovo. Visse nel IV secolo, fu maestro di retorica ed ebbe moglie ma poi lasciò la famiglia ed entrò in un monastero; suo malgrado fu successivamente consacrato vescovo. Fernando ci legge l’elogio della verginità che egli fece; è palese il suo rimpianto per un carisma non più recuperabile dopo che uno ha fatto la scelta, pur eccelsa, dello stato matrimoniale. Importante è anche la sua omelia sulla preghiera: pregare non significa chiedere a Dio di appagare i nostri meschini desideri; pregare in questo modo significa voler far scendere Dio ad un livello umano, significa chiedere di portare all’estremo la propria malattia e non di essere liberati dai mali interiori. Significativa è anche l’omelia contro gli usurai; per essere meglio capito Gregorio racconta una storia vera: c’era nella sua città un uomo ricco ed avaro (di cui non dice il nome) che, dopo una vita passata in ristrettezze ed angoscia proprio per la sua avarizia, morì senza rivelare ai figli dove aveva nascosto il suo tesoro. I figli lo cercarono a lungo ma invano: ora vivono senza casa, senza eredità, nella miseria… Fernando ci parla poi di Apollonio di Tiana, vissuto nel I secolo d.C: portava lunghi capelli, era vegetariano, andava in giro scalzo, indossava lunghe tonache bianche, si spogliò dei suoi beni, fece lunghi viaggi in Oriente e in Egitto, aveva poteri eccezionali sulle forze della natura, prediceva il futuro e operava guarigioni miracolose; non morì ma scomparve, la sua tomba non è mai esistita. A lui è attribuito anche un miracolo (la resurrezione di una fanciulla morta durante la celebrazione delle nozze) che ricalca il racconto evangelico del figlio della vedova di Naim. Qualcuno lo definì il Cristo pagano. Il racconto della sua vita fu scritto ad un secolo di distanza da Filostrato ed è un racconto che appartiene al genere letterario delle aretologie, quindi non intende riferire una cronaca dei fatti. Tra Apollonio e Cristo c’è una differenza profonda: in Apollonio gli dei manifestano il loro intervento a favore degli uomini, in Cristo Dio manifesta ed attua la salvezza per tutta l’umanità.

Ci fermiamo a visitare il Monastero di Eski Gumus. Si tratta di una chiesa rupestre del IV secolo. Entriamo nel cortile, un tempo coperto da un soffitto in legno; numerose sono le tombe strette e lunghe: vi sono state trovate delle mummie. La chiesa ha dei bei dipinti sul tufo del XII secolo; particolarmente importante è quello della Vergine col Bambino tra due angeli. Davvero suggestivo è l’interno della chiesa, interamente scavata nella roccia: quattro imponenti colonne decorate con disegni geometrici sostengono la cupola. Nell’abside vediamo il dipinto del Pantokrator, sotto vi sono i dodici Apostoli e, ad altezza d’uomo, i Padri della Chiesa. La loro posizione non è casuale: significa che se sono diventati santi loro, possiamo diventarlo anche noi. Nella nicchia vicino all’abside c’è il dipinto di una Madonna che con il suo sorriso si discosta dalla ieraticità dei dipinti bizantini.

Andiamo ora a visitare la città sotterranea di Kaymakli che fu scoperta nel 1963. Successivamente ne sono state trovate molte altre; servivano come rifugio nei momenti difficili. La città si estende su diversi livelli sovrapposti: se ne possono visitare quattro su otto e si scende ad una profondità di 45 metri. La struttura della città sotterranea è complessa. Intorno al pozzo centrale molto profondo si snodano a spirale i vari piani con un labirinto di scale e corridoi, spesso stretti e ripidi, che immettono nei vari locali (stalle, cappelle, ambienti abitativi, magazzini, la cucina con il forno …); dà l’idea di un vero e proprio immenso alveare la cui aerazione è assicurata da un grande camino. Enormi mole di pietra, che potevano essere aperte solo dall’interno, chiudevano le uscite principali. In questa città sotterranea, come ci dice Lale, intorno ai suoi 27 pozzi, potevano rifugiarsi 10.000 persone.

Il percorso, pur essendo ben tracciato e dotato di illuminazione, presenta qualche difficoltà soprattutto per chi è alto (bisogna in molti tratti camminare piegati) e per chi soffre di claustrofobia, ma lo percorriamo senza problemi.

Siamo diretti in albergo e sulla strada vediamo le meraviglie che visiteremo nella giornata di domani: la fortezza di Uchisar, la valle dei piccioni, i camini delle fate. E’ un paesaggio irreale, magico su cui è passata tanta storia dell’uomo: gli Ittiti nel II secondo millennio a.C. e poi, via via nel tempo, Alessandro Magno, i Greci, i Romani, gli Ottomani…

Vediamo alberghi splendidi integrati nel tufo, belle case, hamam, caffè, ristoranti, negozi…

Dopo cena ci rechiamo a visitare una fabbrica–rivendita di tappeti. Ci viene mostrata la tecnica di lavorazione sia dei tappeti in lana che di quelli in seta; ci fanno anche vedere come dal bozzolo si ricava il filo di seta. Ci offrono da bere (io prendo un ottimo tè alla mela) e poi aprono davanti a noi splendidi tappeti dalle dimensioni, dai disegni e dai colori più disparati.

Martedì 29 aprile

Cappadocia

Tutta la giornata è dedicata alla visita della Cappadocia, la regione profondamente incisa e scolpita dagli agenti atmosferici che per i suoi paesaggi è considerata una delle meraviglie del mondo e che l’Unesco ha dichiarato patrimonio dell’Umanità. Prende nome da un braccio del "fiume rosso"; secondo un’altra ipotesi, invece, significa "paese dei bei cavalli".

Siamo nella Valle del Fiume rosso, lungo 1.150 km, che sbocca nel Mar Nero. E’ detta anche "valle del cammello" per una roccia che sembra un cammello o "valle dei monaci" perché alcune rocce, specie se illuminate dalla luna, sembrano dei monaci in corteo.

E’ geologicamente costituita da tufo vulcanico molto tenero e quindi facilmente erodibile. L’azione del vento, della pioggia e degli altri agenti atmosferici (unita alla presenza di blocchi di roccia molto dura) ha dato vita a un paesaggio spettacolare: formazioni alte anche 30 metri, piramidi, torri, guglie, colonne, coni sormontati da un masso di roccia dura (i cosiddetti camini delle fate) dai colori che vanno dal bianco al grigio, al rosa, al color malva, al giallo, ora isolati, ora raggruppati, ora dai contorni frastagliati, ora dai profili regolari. Sono scavati da piccoli fori (le piccionaie in cui si allevavano i piccioni perché i loro escrementi venivano usati per concimare i campi) e da grandi buchi in cui fino a non molto tempo fa hanno abitato le persone. Alcuni sembrano quasi degli enormi funghi porcini pietrificati, dal gambo larghissimo, grande quasi come il cappello, che ha un colore più scuro. E’ un spettacolo mozzafiato, quasi lunare, che stupisce per la sua bellezza.

E’ un paesaggio che appare nudo, aspro; eppure è economicamente importante per i suoi ortaggi, i frutteti e vigneti; il terreno, se irrigato (numerose sono le risorgive), è infatti fertilissimo.

Passiamo dal "campo dei funghi", vediamo "camini delle fate" all’infinito: alcuni sono ancora in formazione, ancora attaccati alla collina, altri già parzialmente staccati; ora in alcuni camini, un tempo abitati, sono stati aperti caffè, ristoranti, negozi.

Ma la Cappadocia non è solo un miracolo della natura; è importantissima anche da un punto di vista religioso: dal IV secolo fino alla fine del IX fu un centro molto importante del cristianesimo, pieno di numerosissime chiese scavate nella roccia.

La Valle di Goreme, sito dell’Unesco, è un parco-museo all’aperto che comprende un complesso monastico molto suggestivo, di grande spessore culturale ed artistico, con un centinaio di chiese ricche di affreschi incastonate nella roccia e con numerose città scavate nel tufo.

San Basilio fu l’autore della regola monastica e per questo sono numerosissimi nelle chiese i ritratti e le cappelle a lui dedicate. Anche qui c’è una Chiesa di San Basilio: entriamo, osserviamo le tre absidi e i dipinti e poi ci rechiamo alla Elmah kilise, la "chiesa del melo" (il nome deriva da un albero di melo che un tempo si trovava all’ingresso). E’ una chiesa ben conservata che ha affreschi del X-XI secolo, successivi al periodo dell’iconoclasmo. E’ questo un movimento significativo nella storia della Chiesa: tra il 723 e l’845 si distrussero le immagini e fu proibito farne di nuove. Fu una forma di reazione (determinata anche dal prevalere dell’arianesimo) nei confronti della rappresentazione umana di Dio, che era già proibita nella religione ebraica e in quella musulmana; in questo periodo potevano essere rappresentate solo le croci. L’iconoclasmo si concluse con il II Concilio di Nicea che condannò l’arianesimo. Ammiriamo gli affreschi ed ascoltiamo la spiegazione dell’iconografia del Cristo Pantokrator raffigurato nell’abside. L’aureola ha al suo interno una tau rovesciata: il braccio orizzontale di essa indica il mondo terreno, quello verticale indica la parte divina; il viso di Cristo copre lo spazio che avrebbe occupato il quarto braccio della croce. Il pollice, l’anulare e il mignolo della mano destra formano il Chirò di Cristo; la mano sinistra regge le Scritture: il significato è che si entra nella vita eterna solo attraverso le Scritture.

Nella Chiesa di S. Barbara vediamo dipinti fatti direttamente sul tufo (e per questo meno duraturi degli affreschi che venivano fatti su una base di calce). La santa, protettrice del fuoco ha in mano una candela. Altri dipinti sembrano quasi disegni infantili, semplicissimi, tratteggiati con poche righe geometriche. Con piccole differenze rappresentavano santi, Gesù, la Madonna.

Nella Ylanh kilise, la" chiesa del serpente", vediamo pregevoli dipinti: San Giorgio che sconfigge il drago rappresentato come un serpente, Costantino e la madre S. Elena che sorreggono la croce.

Veramente unica è la Karanlik kilisesi, la " chiesa oscura" a cui si accede per una stretta scala di ferro. Questa chiesa faceva parte di un monastero scavato nella roccia; rimangono il refettorio, con i tavoli e le panche scavati nella pietra, e la cucina.

Osserviamo gli splendidi affreschi sulla vita di Cristo che appaiono meglio conservati di quelli delle altre chiese, proprio perché in essa non è potuta penetrare la luce. Ci soffermiamo ad ammirarne alcuni e a capirne l’iconografia. La Natività: Maria guarda il Figlio avvolto in bende che richiamano le bende della tomba (Gesù è nato per dare la vita; la vera realizzazione della vita è donarla); un fascio di luce, simbolo di Dio, scende sul capo del Bambino; Giuseppe è girato di spalle ed è pensieroso (quasi a dire che in questo evento misterioso lui è secondario rispetto all’intervento diretto e creativo di Dio); il primo bagno prefigura il battesimo nel Giordano. L’Ultima cena: sulla tavola non c’è un agnello ma un pesce (icthùs in greco; le lettere di questa parola stanno per Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore; gli antichi cristiani avevano come simbolo il pesce). Cristo – l’ icthùs – è quindi il vero agnello pasquale. C’è anche un calice: bere da esso significa condividere la scelta di vita di Cristo. I discepoli si guardano in faccia, chiedendosi chi tra loro sia il traditore. Hanno tutti l’aureola, anche Giuda; anche lui è presente al banchetto, è anche lui un santo tra i santi: non ha tradito Gesù, lo ha consegnato perché non aveva capito il suo messaggio. Gesù, che ha la tau nell’aureola, non è al centro ma siede sul lato sinistro del tavolo: il posto dei servi, pronti ad alzarsi per servire gli altri. L’apostolo seduto di fronte, in posizione simmetrica, è Pietro. Tra gli altri affreschi, tutti splendidi e ricchi di significato teologico, colpiscono il Battesimo nel Giordano con un diavoletto immerso nell’acqua nel tentativo di inquinarla e una Resurrezione rappresentata come discesa agli inferi: Gesù tira fuori Adamo che rappresenta tutti gli uomini nati prima di Lui.

La Carikli kilise, la "chiesa dei sandali" è così chiamata perché tutti i personaggi rappresentati nei dipinti hanno sandali ai piedi. Anche qui troviamo le consuete scene della vita di Cristo: c’è una Risurrezione in cui accanto alle porte rotte dell’inferno, si vedono chiodi e martelli; anche qui c’è un’ Ultima cena con il pesce ma Gesù è circondato dagli angeli.

L’ultima chiesa che visitiamo è la Tokali kilise, "chiesa del fermaglio" che prende nome da un fermaglio che un tempo veniva usato per chiuderla: si susseguono un portico, un nartece, la navata principale, sormontata da una cupola; a questa parte più antica successivamente furono aggiunti un transetto e tre absidi. Gli affreschi della parte più recente sono su fondo blu e sono più belli e meglio conservati dei dipinti della parte più antica. Anche qui sono raffigurate scene della vita di Gesù: annunciazione, nascita, battesimo, crocifissione … anche ripetute nelle due parti della chiesa. Bellissima è una Madonna con Bambino che si trova in una nicchia; particolare, anche se rovinato, è l’affresco sulla storia di S.Eustachio: era un soldato romano convertito che, essendosi rifiutato di sacrificare agli idoli, per ordine di Adriano fu immerso, con la moglie e i figli, in un calderone sotto cui fu appiccato il fuoco. Dopo tre giorni – e qui siamo naturalmente nella leggenda – erano ancora vivi. Ma l’affresco che maggiormente attira la nostra attenzione è quello della Risurrezione: Cristo è ancora sulla terra, lo circondano gli apostoli con le palme tese per accogliere la missione. Gli apostoli guardano verso la terra, memori della frase del Maestro riportata in Matteo 28: …io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo. Quattro personaggi invece (tra cui probabilmente Paolo, Barnaba e Luca) guardano verso il cielo: non hanno ancora visto il Risorto; rappresentano la nostra condizione.

All’uscita del complesso di queste splendide chiese rupestri ci sono tante bancarelle: molti acquistano qualcosa; io compro cartoline, alcune bamboline di stoffa, tipiche della Cappadocia, e una statuetta in tufo leggerissima: rappresenta tre "camini delle fate" raggruppati.

Siamo nella "Valle dei piccioni" dominata dalla fortezza naturale di Uchisar che, con il suo picco di tufo scavato profondamente da innumerevoli cavità, è di una bellezza incredibile. Le case costruite alle sue pendici sono perfettamente integrate con l’ambiente; tra di esse si alzano verso il cielo coni di tufo fortemente bucati. L’insieme, nel suo complesso, sembra un grande grappolo d’uva rovesciato o un grande alveare in cui l’opera della natura e quella dell’uomo si sono intimamente saldate. Ci spostiamo in pullman per vedere la fortezza dall’altro lato: qui lo sperone roccioso è più ripido, non ci sono case costruite dall’uomo ma solo buchi e fessure profonde. In cima sventola la bandiera turca.

Dopo aver pranzato in un bel ristorante che ha la struttura di un caravanserraglio andiamo a visitare la Chiesa di San Giovanni Battista che ha affreschi del XII secolo dai colori vivaci ma meno raffinati di quelli della valle di Goreme. La chiesa è a due piani; per vedere gli affreschi saliamo con una scala piuttosto ripida al piano superiore: gli affreschi sono alla nostra altezza. Magnifica è l’Annunciazione posta ai lati dell’arco trionfale che precede l’abside: l’Angelo è sul lato sinistro, separato da Maria che è raffigurata sul lato destro, in trono e non in posizione orante come di consueto. Gli affreschi rappresentano episodi della vita di Cristo o di quella dei santi con qualche elemento di novità: un drago trascina Giuda all’inferno tirandolo con una corda legata al collo (Giuda si era impiccato), vengono pesate le teste dei peccatori per valutarne i peccati; nella scena del tradimento Giuda appare aggrappato a Gesù, un po’ sollevato da terra.

Siamo di nuovo in pullman e Fernando ci parla dei tre cappàdoci, tre vescovi importantissimi, tre santi davvero grandi del IV secolo. Si tratta dei fratelli Basilio il Grande e Gregorio Nisseno (di cui abbiamo già parlato ieri) e di Gregorio Nazianzeno. Quest’ultimo aveva studiato ad Atene con Basilio e il ricordo di quegli anni giovanili trascorsi assieme trova spazio nell’omelia funebre che Gregorio pronunciò per l’amico Basilio.

Siamo arrivati al villaggio di Cavusin. Le case rupestri di questo villaggio sono state abitate fino a una cinquantina di anni fa; poi gli abitanti sono stati spostati: le case erano diventate troppo pericolose, troppo frequenti erano infatti i crolli. Nostra meta è una chiesa del VI-VII secolo. Si trova in alto e, per raggiungerla, saliamo tra le antiche case fermandoci in qualche punto panoramico per ammirare tutta la bellezza della natura. Siamo ora in uno spiazzo, pronti ad ascoltare Fernando, seduti qua e là perché gli auricolari ci permettono di farlo. Il posto è splendido: si vede una collinetta tutta a strati che testimonia il suo farsi nel tempo; a perdita d’occhio ci sono "camini" non ancora staccati dalle rocce e formazioni mammellari; il sole è caldo, soffia un po’ di vento. Fernando ci dice che qui un tempo c’era una fiorente vita monastica che ai nostri occhi potrebbe sembrare priva di senso ma le parole di Basilio, padre del monachesimo orientale, ci aiutano a capirla. Nato in una famiglia dai profondi valori cristiani, dal contatto con gli asceti più importanti dei suoi tempi Basilio ricavò sia la consapevolezza di essere di passaggio in questo mondo, sia l’austerità di vita e il distacco dai beni. Dopo aver distribuito i suoi beni ai poveri scelse di vivere in solitudine ma poi si lasciò convincere a diventare sacerdote e poi vescovo. Il colloquio con il prefetto Modesto ci fa capire lo spessore di questo santo. L’imperatore lo minaccia di mandarlo in esilio e di confiscargli i beni, ma la cosa non lo turba perché la terra, su cui è di passaggio, la sente tutta sua; non ha beni, tranne qualche panno e i libri; neanche la tortura e la morte possono spaventarlo perché riguardano solo la fisicità del suo essere ed anzi lo porteranno a Dio. Mi colpiscono profondamente alcune omelie che Basilio ha tenuto qui, in questa terra che stiamo visitando:"La tentazione della prosperità" che non dà gioia, che procura ansia e timore di perderla; "Di chi è la ricchezza?" : è dell’affamato il pane che tu possiedi, è del nudo il panno che hai negli armadi, è dello scalzo la scarpa che ammuffisce nei tuoi armadi, è dell’indigente l’argento che tu tieni seppellito; "Alla mamma che ha perso il figlio" da cui traluce quale è il senso della vita per chi veramente vive alla luce di Cristo e poi le omelie contro l’aborto, contro l’avidità, contro l’usura… Rimaniamo in silenzio a riflettere su quanto Fernando ci ha detto e sui frammenti di queste omelie; come desidereremmo sentirne di simili oggi nelle nostre chiese!

Il cielo è di uno splendido azzurro, orlato di nuvole bianche; il sole ci scalda le spalle, il vento ci scompiglia i capelli. Questo vento mi sembra una voce silenziosa che senza parole parla al profondo del mio cuore; so che il vento è un fenomeno razionalmente spiegabilissimo ma per me, in questo momento, è un mistero: è la voce e la carezza di Dio. Le parole di Basilio hanno risvegliato l’umanità che è in me.

Riprendiamo il cammino verso la Chiesa di San Giovanni decollato.

Il percorso è un po’ ripido e c’è qualche passaggio che richiede attenzione ma c’è un ragazzo del posto, attento, discreto, sempre presente dove c’è bisogno di dare una mano, che aiuta Lale.

La chiesa è molto antica, i suoi affreschi del VII secolo sono stati scalpellati al tempo dell’iconoclasmo. Fernando ci ricorda perché Leone III Isaurico vietò le immagini: era di tendenze ariane, non voleva turbare i rapporti con i musulmani, si rendeva conto che le immagini erano diventate fonte di superstizione per i fedeli ed oggetto di commercio e di corruzione tra i monaci che le dipingevano. La chiesa fu abbandonata nel 962; poi divenne una piccionaia mentre la cappella laterale divenne una stalla.. Il ragazzo in un inglese ben comprensibile ci tiene a spiegarci le tracce rimaste di qualche affresco: Salomè, il banchetto del re Erode, la testa tagliata del Battista.

Tornando in albergo ci fermiamo nuovamente ai "camini delle fate"; abbiamo tempo per fare una passeggiata e per scattare delle foto.

Questa lunga ed intensa giornata è finita; vado a dormire con il cuore pieno di gioia, con gli occhi ancora colmi delle bellezze che il Signore ha creato per gli uomini e (mi piace crederlo) forse pensando anche a me, che un giorno le avrei ammirate con gioioso stupore e gratitudine.

Mercoledì 30 aprile

Cappadocia – Konia – Antiochia di Pisidia – Pamukkale

E’ piovuto tutta notte e fino poco prima della partenza la pioggia era battente, ma ora il cielo comincia ad aprirsi. Lasciamo la Cappadocia, andiamo verso la Pisidia. La giornata di oggi prevede un lungo viaggio di trasferimento che ci farà passare nelle città toccate da Paolo e Barnaba in quello che viene definito il primo viaggio paolino, un viaggio molto impegnativo per Paolo. Non era facile spiegare che Gesù aveva realizzato le Scritture, che il Messia tanto atteso era stato così diverso dalle aspettative, che era stato giustiziato con la più ignominiosa delle condanne capitali, la crocifissione, e che quella croce era un trono glorioso.

Partiamo per Konia, l’antica Iconio, il granaio della Turchia, una città ricca di storia e di un passato carico di gloria. Lungo il percorso, nei pressi di Cesarea, ci fermiamo a visitare il Caravanserraglio di Sultanhani, del tempo dei Selgiudichi (nomadi che nel X secolo sconfissero i Bizantini, crearono un sultanato con capitale Iconio e rimasero al potere fino a metà del XIII secolo). I caravanserragli erano utilizzati dalle carovane e distavano l’uno dall’altro una trentina di chilometri, cioè il percorso che poteva essere coperto in un giorno. Eretto nel 1229, perfettamente conservato, questo caravanserraglio è uno dei più belli ed interessanti della Turchia. Somiglia ad una fortezza; era protetto da soldati; le porte venivano aperte all’alba e venivano chiuse al tramonto. Il portone di ingresso è finemente lavorato, il grande cortile, al cui centro si trova una moschea con quattro colonne, è circondato da portici sotto cui si aprono molteplici locali: camere, magazzini, un forno, un hamam. Sono in parte decorate anche la parete esterna della moschea (al di sopra della quale vi era la camera riservata al sultano) e la grande porta che dà accesso al dormitorio. In fondo al cortile si apre il dormitorio a cinque navate sovrastato da volte a cupola: in questo luogo venivano rinchiusi gli animali. Se le condizioni atmosferiche erano favorevoli le persone dormivano sotto il portico, altrimenti utilizzavano il dormitorio.

Circa 100 km ci separano da Iconio, situata in pieno altopiano anatolico. Ai tempi di Paolo la città era un fiorente centro commerciale (era situata sulla strada che collegava Efeso alla Siria) ed era un grande centro agricolo: vi si producevano grano e frutta.

Nel corso del loro primo viaggio missionario giunsero ad Iconio, provenienti da Antiochia di Pisidia, Paolo e Barnaba; noi facciamo il percorso inverso. Nella città vi era una diaspora giudaica numerosa e combattiva; Paolo, come sua abitudine, cominciò la sua predicazione rivolgendosi ai giudei che però non l’accolsero. Si rivolse allora ai pagani. Molti si convertirono, sia tra i giudei che tra i pagani, ma poi parte della popolazione si schierò contro di loro e voleva lapidarli. Allora Paolo e Barnaba, venuti a conoscenza di ciò, fuggirono a Listra e Derbe, città vicine, in cui continuarono la loro opera di evangelizzazione.

Fernando ci ricorda i personaggi importanti di Iconio: Giustino, martirizzato a Roma sotto Marco Aurelio; il monaco Caritone che a metà del III secolo fondò molte laure in Palestina; Quirico e Giulitta, sua madre, che furono martirizzati assieme perché il bambino di soli tre anni continuò a gridare di essere cristiano; Anfilochio vescovo di Iconio al tempo di Basilio.

Stiamo attraversando l’altopiano anatolico, un’immensa campagna punteggiata di greggi al pascolo. A distanza si vede la catena del Tauro innevata.

Di Iconio parla anche il geografo Strabone; racconta di una pianura montuosa, di luoghi freddi e poveri di acqua, di asini selvatici, di una notevole quantità di pecore che davano lana ruvida.

Siamo arrivati a Konia, città considerata santa dai musulmani perché il poeta mistico Celaleddin Rumi, detto Mevlana (cioè Il Nostro Signore o Maestro) nel XIII secolo vi fondò l’ordine dei Dervisci Danzanti, così chiamati per la loro danza rituale che simboleggiava il ruotare dei corpi celesti intorno al sole e il roteare delle anime elette intorno alla divinità.

La città, che si trova al centro di una rigogliosa oasi circondata da una steppa arida, è meta di pellegrinaggi per i musulmani.

Ed eccoci arrivati al Monastero di Mevlana, detto La soglia della presenza, fondato dal grande mistico; è il primo e il più importante dei tanti monasteri che i Dervisci danzanti (ordine sciolto nel 1925 da Ataturk, il padre della patria per i turchi) fondarono nella penisola anatolica.

A Konia Mevlana aveva dato vita a un ordine monastico la cui mistica era accompagnata dalla musica e dalla danza. Anche oggi i Dervisci sono noti per le loro particolari danze. Il suono di un flauto accompagna un solenne canto di lode a Maometto; quando termina entrano i Dervisci che per tre volte fanno il giro della sala per indicare che a Dio ci si avvicina in tre modi: attraverso la contemplazione, la verità e l’unione. Poi gettano il mantello come segno del loro rinnovamento spirituale e iniziano a ruotare, inarcando armoniosamente il corpo, con la mano destra alzata verso il cielo e la sinistra abbassata verso la terra (ad indicare che ricevono dall’alto la grazia divina e la portano sulla terra). La loro veste bianca, con l’ampia gonna a doppia campana, indica il sudario; il mantello scuro è simbolo della tomba; l’alto cappello è simbolo della stele funeraria.

All’interno del complesso, trasformato in museo, si trova il mausoleo di Mevlana, sovrastato da un grande cono in ceramica verde (il colore sacro all’Islam), che ben si staglia nell’azzurro del cielo sottolineando l’importanza e la sacralità dell’edificio; il suo colore smagliante attira immediatamente lo sguardo dei visitatori e ne cattura l’attenzione. Le spoglie mortali di Mevlana riposano in un imponente sarcofago che poggia su un piedistallo; accanto vi è il sarcofago in cui è sepolto il figlio.

Mettiamo le soprascarpe di plastica ed entriamo. Vediamo numerosi catafalchi coperti da drappi di velluto di vario colore (verdi, bianchi, grigi, ocra) ricamati in oro; Lale ci dice che simboleggiano tombe di soldati. Tutto qui è particolarmente raffinato e pregiato: le decorazioni, gli intagli, i manufatti in metalli preziosi, i tappeti, i tessuti, i manoscritti artisticamente e sapientemente miniati tra cui le opere composte dallo stesso Mevlana e trascritte dai suoi discepoli. Tali manoscritti sono conservati in una lunga sala, destinata alla lettura del Corano. Nella "sala delle danze" si possono ammirare numerosi strumenti musicali, pregiati capi di abbigliamento, i flauti di canna con cui si dava inizio alle danze rotanti.

Siamo ora diretti ad Yalvac, l’antica Antiochia di Pisidia, città che sorgeva presso la grande via commerciale che da Efeso, sul Mediterraneo, attraversando tutta l’Anatolia, portava in Oriente.

Sfilano sotto i nostri occhi panorami magnifici: campi verdi, campi arati di un bel colore marrone, alberi, cespugli, montagne innevate sullo sfondo … tutto illuminato dal sole.

Siamo arrivati al sito archeologico di questa città, fondata da Seleuco, che sorgeva su sette colli come Roma.

Gli scavi sono incompleti; poggiati per terra ci sono pezzi di monumenti scolpiti (teste di toro, foglie di acanto, un drago, un cavallo). Percorriamo il Cardo su cui hanno camminato Paolo e Barnaba; lo fiancheggiano resti di negozi in cui anche i due apostoli certamente si sono fermati. Giungiamo ora al Decumano sulle cui pietre rimangono segni dei carri; sulla sinistra si trovavano il teatro, le terme … il lato destro è ancora tutto da scavare. Arriviamo alla Tiberia platea, che era tutta pavimentata in marmo; in fondo si ergeva il Tempio di Augusto. In lontananza si scorgono i resti imponenti dell’Acquedotto.

Percorriamo un comodo sentiero ed arriviamo ai resti della chiesa bizantina del IV secolo, la Chiesa di San Paolo; era stata costruita su una precedente chiesa, a sua volta costruita sulla sinagoga dei tempi di Paolo. Rimane il basamento; ci sediamo ed ascoltiamo Fernando che ci legge il discorso che Paolo fece in questo luogo. Paolo era giunto qui con Barnaba intorno al 47 e, come si legge in Atti 13, era entrato nella sinagoga ed, invitato dai capi di essa a pronunciare parole di esortazione, aveva predicato davanti ai Giudei facendo un discorso intessuto di citazioni dell’Antico Testamento; aveva parlato di Gesù, della predicazione del Battista, della morte e risurrezione di Cristo ed aveva annunziato la buona novella: la promessa fatta ai padri si è compiuta. Molti lo seguirono per approfondire quanto avevano sentito: lo Spirito operava in loro. Paolo fu invitato a tornare nella sinagoga il sabato seguente; una folla enorme si radunò per ascoltarlo ma i Giudei, gelosi, cominciarono a contraddirlo e a bestemmiare. Paolo rivolse allora la sua predicazione ai pagani ma i Giudei lo cacciarono dalla città assieme a Barnaba. Si diressero allora ad Iconio.

Mentre Fernando parla si leva la voce del muezzin che invita alla preghiera …

Ripartiamo; continua ad accompagnarci uno splendido paesaggio: terreno dolcemente ondulato diviso in grandi rettangoli dal colore diverso, verde, marrone, ocra; pioppi, fienili, greggi, caprette, una mucca, un asino … su quei campi lavorano curve donne velate che indossano i larghi pantaloni che ormai ben conosciamo…

Fernando conclude la visita fatta ad Antiochia ricordandoci alcuni momenti della vita di questa città, importante centro militare, importante centro viario e, dopo la predicazione di Paolo, importante comunità cristiana. La città doveva godere di grande prestigio: vi era conservata una copia delle Res gestae Divi Augusti di cui sono stati trovati dei frammenti ora conservati nel Museo. Durante la persecuzione di Domiziano i cristiani erano stati oggetto di emarginazione ed ingiustizie ma i martiri furono pochi; la persecuzione di Decio, nel III secolo, fu invece molto cruenta e fu allora che tanti rinnegarono la fede (i cosiddetti lapsi). Era allora vescovo della città Acacio. Ascoltiamo dagli Atti dei martiri il colloquio tra Acacio e il prefetto Marciano: il vescovo difende con grande coerenza la sua fede.

Passiamo in una zona militare e vediamo torrette, soldati con il mitra, colossali scritte in turco sulle colline; Lale legge: "siamo coraggiosi", "siamo forti", "siamo pronti".

La strada sale e ci offre uno splendido panorama sul lago, a distanza ci accompagna sempre la catena innevata del Tauro.

Il viaggio è molto lungo; facciamo una piccola sosta ad Apamea, la città fondata da Antioco nei pressi delle sorgenti del Meandro, significativo centro sulla via della seta, sede di una importante colonia giudaica; si diceva che l’arca di Noè si fosse poggiata sulla rocca della città. Facciamo una piccola sosta ad una stazione di servizio per gustare una leccornia del posto: yogurt con miele e semi di papavero… è buonissimo.

Passiamo vicino alla antica città di Filomelio; leggiamo la lettera che la comunità di questa città scrisse a quella di Smirne sull’eroico martirio di Policarpo.

E’ sceso un buio fitto, ma ormai siamo a Pamukkale; arriviamo in albergo alle 21,30.

Dopo cena alcuni di noi vanno a rilassarsi nell’acqua termale, calda e ferrosa, di un colore verde intenso, della piscina dell’albergo.

Giovedì 1 maggio

Pamukkale – Gerapoli - Laodicea - Afrodisia – Kusadasi

Ai piedi di Pamukkale sorgeva Gerapoli (Hierapolis), chiamata città santa per il grande santuario dedicato alla Magna Mater che, qui in Frigia, veniva venerata con il nome di Cibele. La città era stata fondata nel II secolo a.C. da Eumene II re di Pergamo; subì terribili terremoti e dopo quello devastante del 1354 non fu più ricostruita. A Gerapoli nacque nel I sec. d.C. Epitteto noto per le sue sentenze estremamente sagge sul senso della vita.

Fu Epafra, l’evangelizzatore di Laodicea, di Colossi e di tutta la valle del Lico, a fondare una comunità cristiana a Gerapoli.

Rimangono ampie rovine della città romana. La nostra visita comincia dalla vastissima Necropoli: percorriamo la Antica Via Romana affiancata da entrambi i lati da numerosissime tombe disposte in modo disordinato: sarcofagi anche sovrapposti l’uno sull’altro, alcuni semplici, altri finemente decorati, tombe a forma di casa e per i personaggi più importanti tombe a tumulo con stanze interne. Le più antiche risalgono al II sec a.C. Molte sono rimaste inutilizzate anche perché le persone ricche e malate che, dalle diverse località dell’impero romano, si recavano a Hierapolis (ottimo luogo di cura per le qualità terapeutiche delle sue acque) vi si facevano costruire importanti sepolcri in segno di buon augurio. Numerose sono anche le tombe cristiane perché a Gerapoli era stato martirizzato e sepolto l’apostolo Filippo e molti desideravano essere sepolti vicino a lui. Interessante è l’iscrizione che Abercio, vescovo della città nel II sec., scrisse ancora in vita per il proprio sepolcro. E’ stata ricostruita mettendo insieme due pezzi di lapide che separatamente erano stati utilizzati per la costruzione di case della città. Dopo aver precisato il suo nome e la sua qualifica di vescovo, Abercio elenca i numerosi viaggi fatti a Roma e in Oriente; vuole che nessuna tomba venga messa sopra la sua e stabilisce anche l’ammenda pecuniaria per chi eventualmente l’avesse fatto.

La pietra dei sepolcri è in genere scura, annerita dal tempo e dalle incrostazioni di muschio; alti cipressi svettano verso il cielo, siamo circondati da tantissimi papaveri in fiore, il cinguettìo degli uccelli è quasi assordante…

La monumentale Porta di Domizizno, a tre fornici con ai fianchi due torri circolari di grande diametro, è posta al limite della necropoli; al di là di essa la via diventa una Via Colonnata con numerose colonne doriche sovrastate da architrave da entrambi i lati. Camminiamo su di essa, vediamo i resti di una antica taverna con i suoi tavoli in pietra; proseguendo verso il teatro vediamo una colonna con capitello, unica, alta, isolata: faceva parte dell’Agorà. Su una collina in alto, lontano da noi, si possono scorgere i resti del Martyrium di S.Filippo.

L’edificio di culto più importante era il Tempio di Apollo, la divinità protettrice di Hierapolis. Ne vediamo la base e qualche colonna restaurata. Attraverso una porta a volta, posta accanto al tempio a un livello inferiore, si entrava nel Plutonium (dedicato a Plutone, il dio degli Inferi): una camera sotterranea in cui da una fessura della roccia esalavano vapori tossici che si riteneva provenissero dal mondo infernale.

Nei pressi del Teatro vediamo per terra pezzi di colonne decorate a spina di pesce e la piccola parte di una trabeazione su cui erano scolpiti ali di uccello e una raggiera. Arriviamo al teatro (ben restaurato) dal retro della scena e ci portiamo in cima alla cavea. Sotto di noi si stendono le file di gradinate ripide; la scena, vista dall’alto, è splendida: cinque porte, il fregio decorato, due statue acefale con le vesti drappeggiate, sei basi di colonne e tronchi di colonne su tre di esse.

Qui, davanti ad un magnifico panorama, leggiamo alcuni dei detti sapienziali di Epitteto, che venne a contatto con gli apostoli, li apprezzò ma non si convertì. Questi detti sono in linea con il pensiero di Cristo. Bellissima una sua preghiera: Ti rendo grazie per avermi messo al mondo, Ti rendo grazie per tutto ciò che mi hai dato. Il tempo che ho avuto per usare i tuoi doni mi basta. Riprendili…essi erano tuoi, tu me li avevi donati. Epitteto era un pagano già animato dallo Spirito di Cristo.

Andiamo verso la sorgente di acqua termale ricca di carbonato di calcio della cui pietrificazione aveva parlato con stupore Strabone.

I depositi calcarei lasciati sulla collina dalle innumerevoli sorgenti termali, ricche di sali di calcio in soluzione, piacevolmente calde con i loro 35 gradi, hanno dato vita nel susseguirsi dei secoli ad uno scenario spettacolare, quasi incredibile, non a caso protetto dall’ Unesco. Terrazze sovrapposte con vasche comunicanti, scogliere e cascate di acqua pietrificata, stalattiti, rupi accidentate e luccicanti, il tutto rivestito di una bianca veste … uno splendido inimmaginabile castello di cotone

L’effetto cromatico è incredibile: il bianco dominante delle incrostazioni calcaree si amalgama con l’azzurro intenso dell’acqua, con il verde dell’erba, con il beige, il malva, il marrone, il grigio delle rocce affioranti creando uno spettacolo che non avevo mai visto …

Immediatamente entro in una di queste terrazze; si cammina a piedi nudi su un fondo un po’ rasposo che in qualche punto è però liscio e scivoloso. E’ una esperienza piacevole e divertente ma la facciamo solo in otto; gli altri componenti del gruppo si fermano a guardarci.

Eccoci a Ladik, l’antica Laodicea, la città ricca e famosa per la tessitura del lino e della lana, per le sue attività bancarie e per un unguento per gli occhi rinomatissimo in tutto il mondo antico. Sotto l’impero romano visse un periodo di grande prosperità al punto che, quando nel 61 Nerone offrì i mezzi per ricostruirla dopo un gravissimo terremoto, Laodicea li rifiutò sdegnosamente.

Il cristianesimo vi arrivò dalla vicina comunità di Colossi che era stata fondata da Epafra. Quella di Laodicea era una comunità minoritaria che viveva stancamente e che aveva bisogno di essere rianimata ed incoraggiata; Paolo le scrisse una lettera che è andata persa e la nominò nella lettera ai Colossesi che egli voleva venisse letta anche a Laodicea. L’invito alla preghiera e l’esortazione a un retto comportamento e a un saggio linguaggio, insieme ai saluti, sono estesi anche alla comunità di Laodicea che si radunava nella casa di Ninfa.

A questa comunità è indirizzata una delle sette lettere dell’Apocalisse, molto dura. E’ Cristo che scrive alla sua Chiesa in Laodicea: Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo …non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco (malgrado vi si producesse l’unguento per gli occhi) e nudo (anche se lì si fabbricavano e si commerciavano vesti). Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco sto alla porta e busso (come l’innamorato del Cantico dei cantici). Se qualcuno ascolta la mia voce … io verrò da lui …Il vincitore lo farò sedere presso di me … Chi ha orecchi ascolti …

Entriamo nel sito: gli scavi sono iniziati da poco ma si pensa che questo diventerà un sito molto importante. Percorriamo il Cardo camminando su quelle pietre cariche di storia.

Siamo di nuovo in pullman; come sempre c’è pochissimo traffico: la benzina è carissima, la più cara di Europa in un paese in cui gli stipendi sono molto bassi. Attraversiamo una zona in quota molto bella tra ampi spazi verdi e appezzamenti di terreno arato ove presto saranno trapiantate le piantine di tabacco che vengono fatte crescere in serra fino ad una altezza di 15 cm.

Siamo arrivati al ristorante: mangiamo all’aperto, il posto è delizioso; mangiamo delle ottime trote grigliate con il sottofondo musicale di uno strumento a corde che un uomo anziano suona per noi.

Siamo ora ad Afrodisias, un centro antichissimo, abitato sin dal III millennio a.C., legato al culto di Afrodite, dea della bellezza, dell’amore e della fertilità. Fu un centro artistico con una rinomata scuola di scultura ( vi si tenevano gare annuali ) e una scuola di filosofia. Molte delle statue che si trovano a Roma furono scolpite qui ad Afrodisias. Il materiale usato era soprattutto il marmo bianco locale; i corpi erano pieni di movimento e i visi pieni di espressione, gli occhi erano bucati perché vi si incastonavano delle pietre dure. Gli scavi sono iniziati nel 1961 dopo aver spostato gli abitanti di un paese che si trovava sopra il sito: è stata trovata una tale quantità di statue che durante i lavori le si vedevano rotolare giù dagli antichi edifici. E’ stato per ora scavato solo il 30% della città che nel XIII secolo fu completamente abbandonata.

Entriamo nell’area archeologica e vediamo poggiati a terra nel giardino vari reperti: sarcofagi, alcuni finiti, altri no; anfore; un divano in pietra che ha come braccioli due delfini; architravi con scolpiti visi dagli occhi bucati.

I Propilei sono grandiosi: quattro gruppi di colonne (alcune con scanalature verticali, altre con scanalature a spirale, altre lisce) con capitelli corinzi; sono stati ricostruiti la porta, l’architrave e parte del frontone lavoratissimo. E’ l’ultimo monumento eretto dall’archeologo tedesco che ha diretto i lavori; ha voluto essere sepolto qui e ne vediamo non lontano la tomba sotto un bel cipresso. Da questi Propilei partivano le strade che portavano al teatro, allo stadio, al tempio.

Intorno ci sono grandi alberi di pistacchio con i grappoli rossi dei frutti, alberi di fichi e, per terra, papaveri e tanti fiori di camomilla.

A distanza si vedono le possenti Mura, intervallate da bastioni, che cingevano la città.

Ci dirigiamo verso lo Stadio che nelle sue gradinate poteva accogliere 30.000 spettatori; è enorme, ha la forma di una ellisse ed è perfettamente conservato benché non vi sia stato fatto nessun restauro. La sua bellezza è un po’ deturpata dall’erba alta cresciuta tra i gradini e sul terreno centrale; la taglieranno tra un mese quando, finito il periodo delle piogge ed arrivato il caldo, non crescerà più. Passiamo accanto a quanto resta del muro perimetrale del Palazzo dei Vescovi, utilizzato fino al sec. XI.

Qui il cristianesimo si diffuse a fatica a causa del culto pagano fortemente radicato; Afrodisias rimase sostanzialmente pagana. Lo testimonia la maestosità del Tempio di Afrodite (il più importante luogo di culto della città in epoca antica); era circondato da un colonnato di 40 colonne ioniche; ne rimangono 14, maestose, belle, imponenti; giacciono a terra pezzi di colonne, capitelli… Nel tempio veniva venerata una statua di Afrodite vestita; sulla sua lunga veste erano rappresentati il sole, la luna e molteplici altre cose; questa dea non era solo la dea della bellezza e dell’amore, ma era la "dea madre", la divinità femminile madre di ogni cosa, differenziatasi nel tempo in varie divinità specifiche. Il tempio fu trasformato in chiesa dai Bizantini nel V sec, epoca in cui Afrodisias divenne sede di un vescovado; della basilica vediamo resti dell’abside e pezzi del pulpito con la croce.

L’Odeon è piccolo, tutto in marmo con sedili raffinati. Al suo interno si recitavano poesie, si ascoltavano canti e musica, si svolgevano riunioni politiche, i filosofi esponevano le loro teorie… Alcuni sedili hanno lo schienale; ci fermiamo ad ammirare uno splendido "Eros a cavallo di un delfino" che ornava un sedile.

Il sito è ricchissimo e mostra tutta l’importanza dell’antica città: portico, bouleuterium (luogo in cui si riuniva il Consiglio della città), terme, piazze, teatro, fontane…

Ammiriamo il panorama della città dall’alto dell’Acropoli; riprendiamo il cammino e passiamo accanto ad una chicca: una esposizione di pezzi dell’architrave dei portici: un numero immenso di teste in altorilievo, una diversa dall’altra, tutte con gli occhi bucati.

Siamo ora diretti al Sebastion, il santuario con tre piani di colonne (uno dorico, uno ionico, uno corinzio) in onore di Augusto (Sebàstos in greco). In questo luogo si venerava l’imperatore e quindi la divinizzazione del potere, cosa che i cristiani non potevano accettare. Il culto del sovrano dal potere illimitato, considerato una divinità, era dai tempi più antichi diffusissimo in Oriente, non nel mondo greco. Ma con Alessandro Magno, che veramente si sentì figlio di Ammon, le cose cambiarono ed anche i Diadochi, almeno in alcuni regni, vollero il culto dell’imperatore; con Augusto questa pratica entrò anche nel mondo romano. In suo onore fu innalzato un primo tempio a Pergamo nel 29 a.C. e un secondo a Smirne nel 23 a.C. Alla fine del I secolo d.C. furono poi innalzati altri due templi dedicati al culto imperiale: uno ad Efeso in onore di Domiziano ed uno a Pergamo in onore di Traiano.

Ci rechiamo ora nel Museo e visitiamo le varie sale ricche di statue; una intera sala è dedicata ad Afrodite e ci fermiamo da osservare la sua statua. La testa è molto rovinata, la veste è a larghe strisce orizzontali, tutte istoriate.

Usciamo dal sito e torniamo al pullman su un trenino guidato da un trattore.

Arriviamo a Kusadasi; siamo sulla sponda orientale del Mediterraneo, quella regione che gli antichi Greci chiamavano Asia Minore. Dal pullman ammiriamo uno splendido tramonto: il sole è una palla di fuoco che si tuffa nell’Egeo e molti cercano di fotografarlo.

Dopo cena facciamo una breve passeggiata sul lungomare; il clima è dolce e il mare è calmo. Mi viene in mente che siamo già a metà del nostro viaggio: questi primi cinque giorni sono stati fantastici, hanno riempito di gioia i miei occhi, la mia mente, il mio cuore. Signore, ti ringrazio!

Venerdì 2 maggio

Kusadasi – Priene - Mileto – Didima - Efeso – Kusadasi

Comincia il nostro cammino nella Ionia nella quale fiorì una raffinata civiltà in cui cultura greca ed elementi orientali si fusero mirabilmente.

Siamo in pullman e Fernando ci parla della controversia sulla data in cui celebrare la Pasqua.

In Oriente infatti la si celebrava il 14 di Nisan, come aveva fatto Gesù, in Occidente la domenica successiva e questo era un elemento di divisione all’interno della comunità cristiana. Il papa Vittore cercò di imporre la tradizione invalsa a Roma; Policrate, vescovo di Efeso, non condivise questa posizione e scrisse una lettera al papa affermando che la tradizione del 14 di Nisan era radicata sugli astri della Chiesa di Oriente: Filippo, Giovanni, Policarpo… Anche Ireneo, vescovo originario dell’Asia Minore, personalità eminente e autorevole perché vescovo di una chiesa – quella di Lione – rimasta fedele durante la persecuzione, scrisse una lettera al papa: Policarpo aveva discusso della cosa con il papa Aniceto ma ognuno era rimasto sulla sua posizione. Dopo averci letto le due lettere Fernando commenta che se si vuole l’unità va rispettata la diversità; la stessa fede può essere vissuta in modo diverso.

Attraversiamo la fertilissima pianura del Meandro ed arriviamo a Priene, l’antichissima città portuale che aveva due porti poi insabbiatisi; oggi dista dal mare 16 km. Caratteristica è la sua pianta rigorosamente geometrica, con strade che si intersecano ad angolo retto, orientate verso i punti cardinali secondo lo schema di Ippodamo di Mileto. La città sorgeva ai piedi di un alto sperone roccioso, il monte Mikale, sulla cui sommità si trovava l’acropoli; con la sua pietra grigia è stata costruita tutta la città.

A Priene nel VII secolo a.C. nacque Biante, uno dei sette saggi, famoso per i suoi detti sapienziali. Ne leggiamo alcuni: Ama la saggezza. Ascolta molto. Rifletti su quello che stai facendo. Non lodare l’uomo indegno a causa delle sue ricchezze…Sono detti pieni di una grande saggezza ben validi anche per noi…

Alessandro Magno vi ha vissuto sei mesi, innamorato della città e di una donna.

Cominciamo la visita dell’antica città, che era circondata da possenti mura del IV sec. larghe tre metri alla base e rastremate verso l’alto; le mura erano rafforzate da torri quadrate. La città era divisa in quattro quartieri: quello culturale, quello politico, quello religioso e quello commerciale. Percorriamo un sentiero ripido, in parte gradinato, con a fianco il canale di scolo per l’acqua; tra le pietre delle mura pendono grappoli di campanule viola; ci sono tanti papaveri di un rosso scurissimo Per primo visitiamo il Teatro, un piccolo gioiello costruito sul pendìo dell’acropoli; poteva ospitare 5000 spettatori. Vediamo intorno all’orchestra cinque poltrone di marmo con spalliere e braccioli, decorate in basso con zampe di leone, che erano riservate agli spettatori più eminenti.

Mi accomodo su una di esse per prendere meglio i miei appunti. E così posso osservare con tranquillità la scena: restano 12 tronchi di colonne scanalate, alte poco più di due metri; tra l’una e l’altra venivano posti i pannelli delle scenografie. In epoca romana la scena è stata alzata e così i primi posti hanno perso la loro importanza.

Proseguiamo e vediamo cinque colonne ioniche erette (sono la parte ricostruita del colonnato) e le fondamenta di un edificio. C’è un tappeto di pezzi di colonne e di architravi tutti disseminati per terra: è quanto resta del Tempio di Atena Polias, la protettrice della città. Questo era il santuario più importante di Priene; lo aveva fatto costruire Alessandro Magno, Vitruvio lo prese a modello.

Sotto il tempio, sul pendìo, si trovavano le case dei ricchi. Il clima è delizioso: c’è un bel sole, non eccessivamente caldo.

Fernando ci parla dell’importantissima Iscrizione di Priene del 9 d.C., anno in cui veniva introdotto il nuovo calendario romano che fissava l’inizio dell’anno al 23 settembre, giorno della nascita di Augusto: La provvidenza [ha inviato] a noi e ai nostri discendenti un salvatore, che ha posto fine alla guerra e stabilito tutte le cose. E Cesare nel suo apparire, è andato ben oltre le speranze di tutte le precedenti buone novelle… Questa iscrizione (che Augusto volle allo scopo di fare apparire il suo regno come l’inizio di una nuova epoca) era ben conosciuta in Oriente; impossibile non coglierne l’eco nel racconto che Luca ci fa della nascita di Gesù: Vi annuncio una grande gioia: oggi è nato per voi il Salvatore. Luca era passato da Priene nell’80 e sicuramente l’aveva letta. Aveva visto come era andata a finire la Pax Augustea, 9 imperatori erano succeduti ad Augusto e di essi 7 erano morti di morte violenta; dunque, non poteva essere Augusto il Salvatore. Con le parole dell’angelo Luca contrappone il vero Salvatore al salvatore illusorio.

Scendiamo al quartiere politico percorrendo una Via Antica su cui un tempo si aprivano taverne e negozi. Arriviamo al Bouleuterion, quasi un piccolo teatro di forma quadrata in cui si svolgevano le riunioni del consiglio della città e in cui trovavano posto 640 persone; era coperto con un tetto di legno e al centro aveva un altare per i sacrifici. Vicino vi era il Pritanèo che era il luogo di riunione dell’assemblea; vi si tenevano anche i banchetti ufficiali. Una delle sue stanze era dedicata a Vesta, la dea del focolare domestico, e vi si conservava il fuoco sacro alla dea che doveva rimanere sempre acceso. A ciò provvedevano vergini sacerdotesse.

Torniamo al pullman; abbiamo visitato il sito, un vero gioiello, da soli ma ora arriva un pullman dietro l’altro.

Siamo arrivati a Mileto che un tempo era sul mare e aveva tre porti; ora invece ne dista nove chilometri. Cittadini illustri di Mileto furono i filosofi Talete, Anassimandro, Anassimene ed il grande urbanista Ippodamo. A Mileto fu perfezionato l’alfabeto fenicio.

Cominciamo la visita dal Teatro Romano, grande, imponente, non poggiato sulla collina; fu usato dai bizantini come fortezza e dai Selgiuchidi come caravanserraglio. Gli scavi, iniziati nel 1955, sono tenuti da archeologi tedeschi, ma spesso il loro lavoro viene vanificato dal fango che, a seguito delle piogge e dei detriti trasportati dal Meandro, copre quanto era stato riportato alla luce.

Arriviamo al teatro dal retro della scena, per terra sono adagiati pezzi di marmo scolpiti provenienti dalla scena. Entriamo dall’ingresso centrale da cui entravano gli artisti; vicino ci sono i locali in cui venivano tenute le bestie feroci. Il teatro poteva ospitare 15.000 spettatori; sulla cima della cavea resta parte delle mura della fortezza bizantina. Al centro della cavea, in basso, quattro colonne sostenevano il palco per i posti di onore. Dal teatro si godeva un panorama magnifico: il mare arrivava qui, le colline che noi vediamo erano isole. Ci sediamo sulle gradinate ed ascoltiamo Fernando: Paolo, durante il suo ultimo viaggio in Asia, di ritorno da Troade e prima di recarsi a Gerusalemme, si fermò a Mileto e mandò a chiamare gli anziani della Chiesa di Efeso e li salutò con il celebre e commovente discorso riportato dal capitolo 20 degli Atti: … ecco ora, avvinto dallo Spirito, io vado a Gerusalemme senza sapere ciò che lì mi accadrà. So soltanto che lo Spirito Santo in ogni città mi attesta che mi attendono catene e tribolazioni … Ecco ora so che non vedrete più il mio volto … Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge … Io so che dopo la mia partenza entreranno fra voi lupi rapaci, che non risparmieranno il gregge … Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia …ricordandoci delle parole del Signore Gesù che disse: "Vi è più gioia nel dare che nel ricevere!"…Detto questo si inginocchiò con tutti loro e pregò …Fernando ci fa notare due cose: gli anziani che ascoltavano Paolo sono affidati alla Parola del Signore e non viceversa; la frase di Gesù riportata non è citata nei Vangeli: è una fortuna che Paolo ce l’abbia tramandata.

Questo avvenne dove noi siamo adesso.

Il teatro è ben conservato; i sedili sono ornati con zampe di leone. Siamo entrati dalla scena come gli artisti e le bestie feroci; usciamo come il pubblico.

Un po’ distante sul tetto di una antica moschea selgiuchide, non più adibita al culto, vediamo un nido di cicogne; una cicogna volteggia su di noi. Lale ci dice che è un presagio favorevole: faremo un altro viaggio.

Scendiamo alle Terme di Faustina Minore, che furono erette in onore della moglie di Marco Aurelio e in cui trovavano posto 1000 persone. Osserviamo ciò che rimane: muri alti 15 metri con archi e nicchie in cui venivano poste le statue degli imperatori, la piscina vicino alla quale è poggiata la statua (probabilmente faceva parte di una fontana) di una persona semisdraiata; vediamo il calidarium, parte degli spogliatoi… sui muri si vedono i numerosi buchi in cui venivano fissati i marmi.

Ci rechiamo ora alla antica Moschea Selgiuchide (costruita con i marmi delle Terme) che avevamo visto uscendo dal teatro. In genere è chiusa ma oggi ci sono degli operai che ci lavorano: ci permettono di entrare. Nel primo cortile vediamo numerose stele di un antico cimitero; nel secondo cortile, più piccolo, c’è una vasca in pietra usata come fontana rituale; ci fermiamo ad osservare il bel portale a tre archi.

Tra le tegole della cupola spunta l’erba; le due cicogne sono ora entrambe nel nido e ci guardano curiose.

Torniamo al pullman percorrendo un sentiero fiancheggiato da grandi cespugli di grosse margheritone bianche che hanno non solo il cuore, ma anche la base dei lunghi petali, di un intenso colore giallo..

E’ ora la volta di Didima, la località in cui, nei pressi di un boschetto e di una sorgente, sorgeva un importantissimo Tempio di Apollo. Apollo era l’immagine del dio Sole, era il dio dell’arte, della divinazione, della bellezza e dell’armonia; come il sole dà vita ma può anche fare inaridire così Apollo a volte era un dio guaritore, a volte procurava pestilenze con le sue frecce. A questo tempio, frequentato al pari di quello di Delfi, affluivano folle di pellegrini per onorare il dio e consultare il rinomatissimo oracolo. Era infatti consuetudine del mondo antico consultare l’oracolo prima di prendere iniziative importanti: un viaggio, la fondazione di una colonia, l’inizio di una guerra… Prima di consultare l’oracolo, chi ne faceva richiesta doveva purificarsi con l’acqua di una fonte sacra, pagare un tributo, immolare un animale sull’altare del tempio; la profetessa, dopo aver digiunato per giorni ed essersi anche lei purificata, emetteva il responso che i sacerdoti consegnavano al richiedente dopo averlo reso comprensibile, pur lasciandolo enigmatico e non univocamente interpretabile. Anche Creso venne a questo tempio prima di attaccare Ciro, il re dei Persiani. L’oracolo sentenziò: Se Creso passerà il fiume un grande regno sarà distrutto. Creso passò il fiume e fu sconfitto: ad essere distrutto fu il suo regno e non quello di Ciro. Anche Diocleziano, dubbioso sull’iniziare la persecuzione, lo consultò: alla sua corte c’erano molti cristiani che egli stimava; la risposta fu affermativa, la persecuzione ci fu ma, almeno all’inizio, senza spargimento di sangue. Giuliano l’Apostata cercò di rinnovare la funzione che l’oracolo aveva perso con Costantino e il suo Editto, ma fu un fuoco di paglia. Poi ha taciuto per sempre.

Questo luogo era stato considerato sacro fin dai tempi antichissimi; vi sono infatti tracce di un culto praticato nell’VIII sec. a.C. A metà del VI secolo (l’oracolo era già allora famosissimo) iniziarono i lavori di costruzione del tempio più antico, circondato da mura alte 18 metri e da una doppia fila di colonne. Questo tempio fu distrutto dai Persiani a seguito della rivolta delle città ioniche; lo ricostruì Alessandro Magno, sempre circondato da doppio colonnato. Delle 120 colonne, che erano tutte ioniche ad eccezione delle quattro corinzie poste all’entrata, ne rimangono poche.

All’ingresso si trovano tre teste di Medusa, la splendida fanciulla che Atena aveva trasformato in orrida creatura perché aveva profanato il suo tempio con Poseidone. I suoi capelli, belli e simbolo di sensualità, diventarono dei temibili serpenti. Questa creatura ibrida è emblema dell’ambiguità (propria dell’uomo) tra vita e morte, tra attrazione e repulsione; la sua immagine veniva posta nei luoghi pericolosi per scoraggiarne l’accesso.

Davanti al tempio c’era un pozzo di acqua fredda; veniva buttata sull’animale da sacrificare, se questo tremava chi lo offriva poteva fare il sacrificio.

Saliamo i 13 gradini che portavano al pronao: qui si fermavano i fedeli. Un enorme blocco di marmo, del peso di 70 tonnellate, separava il pronao dal locale in cui si trovavano le sacerdotesse. In piedi, dietro ad esso, le sacerdotesse prendevano le offerte e ascoltavano le richieste di chi voleva consultare l’oracolo. Percorriamo un corridoio in discesa con il soffitto a volta e arriviamo a un grande cortile che con una gradinata di una ventina di gradini portava alla stanza in cui si davano i responsi. Qui c’era un pozzo sacro e la cella del dio. Sui gradini facciamo una foto di gruppo.

Uscendo dal tempio mi fermo qualche minuto nel pronao in cui i fedeli aspettavano il responso. Ho la sensazione che da queste pietre emani ancora la sacralità del luogo; chiudo gli occhi, mi lascio sopraffare dai muti messaggi che queste pietre sembrano trasmettermi ed ho l’impressione di percepire e di condividere le ansie, la trepida attesa, la gioia, la rassegnazione, la disperazione, tutti i sentimenti di tanti esseri umani nati molto tempo prima di me, ma come me fragili, pieni di incertezze e di speranze.

La visita del tempio è finita; in silenzio, ancora permeata del profumo, delle immagini e dei suoni che ho colto anche con la mente e con il cuore, torno al pullman ripensando al passato, al mondo antico che tanto amo, al destino dell’uomo, al senso della vita, a Cristo in cui è possibile trovare delle risposte altrimenti impossibili

Pranziamo in un ristorante che si affaccia sul mare, gustiamo una splendida orata ai ferri e poi abbiamo qualche minuto libero. Scendiamo sulla spiaggia: c’è chi raccoglie sassolini o conchiglie, chi immerge nell’acqua le mani o i piedi, chi raccoglie i fiori viola dal cuore giallo di una pianta grassa che si allunga sulla spiaggia; vuole portarli a casa e piantarli…

Ripartiamo, vediamo nidi di cicogne sui tralicci dell’energia elettrica: siamo diretti ad Efeso.

A distanza scorgiamo le mura e alcune colonne dell’antica Magnesia; alla chiesa che era in questa città Ignazio di Antiochia scrisse una lettera in cui invitava la comunità a vivere in armonia con il suo vescovo che era molto giovane e che era stato contestato. Bisogna non solo chiamarsi cristiani ma esserlo.

Fra le città della Ionia la più importante fu Efeso che raggiunse il suo massimo splendore nel 129 a.C. quando divenne la capitale della Provincia romana di Asia.

Efeso, città marittima e sede di una scuola filosofica, fu particolarmente importante dal punto di vista economico, culturale e spirituale. Vi nacque Eraclito, l’importantissimo filosofo che influenzò tutti i filosofi che vennero dopo di lui. Di Efeso furono anche il pittore Apelle, il geografo Artemidoro, San Timoteo che fu il primo vescovo della città

Efeso era una città sincretista: famosissimo era il Tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo, dedicato al culto della dea dai numerosi seni che simboleggiavano la fertilità. Domiziano, che si faceva chiamare Dominus ac Deus ( le stesse parole che l’apostolo Tommaso aveva pronunciato allorché aveva riconosciuto il Risorto!), vi aveva fatto costruire un suo tempio e imponeva il culto dell’imperatore. Vi svolsero la loro attività evangelizzatrice Paolo, il suo discepolo Timoteo e l’apostolo Giovanni (secondo una tradizione vi sarebbe giunto con la Madonna) che vi arrivò dopo Paolo, quando già vi era una comunità cristiana, e che vi morì vecchissimo dopo aver sofferto la dura esperienza di prigionia nell’antistante isola di Patmos.

Ad Efeso abitarono anche Aquila e la sua sposa Priscilla. Erano due Giudei che, cacciati da Roma a seguito dell’editto dell’imperatore Claudio che prevedeva l’espulsione di tutti i Giudei, si erano stabiliti a Corinto dove avevano praticato il mestiere di fabbricanti di tende. Paolo, che faceva lo stesso mestiere, giunto a Corinto, aveva dimorato nella loro casa ed aveva lavorato con loro. Quando Paolo partì per la Siria da Cencre anche Aquila e Priscilla si imbarcarono con lui; giunti ad Efeso i due sposi si fermarono mentre Paolo proseguì il suo viaggio promettendo che sarebbe tornato. E mantenne la promessa: tornò ad Efeso, vi svolse la sua attività di evangelizzazione, fondò una comunità e Dio intanto operava prodigi non comuni per opera di lui.(Atti 19, 11). Ma ne fu cacciato a causa della rivolta degli argentieri che, guidati da Demetrio, nel teatro, con alte grida, si scagliarono contro l’apostolo che con la sua predicazione (non sono Dei quelli fabbricati da mani d’uomo; Atti 19,36) danneggiava la loro attività e, dunque, il loro benessere. Essi infatti costruivano idoli e tempietti di Artemide in argento. Temevano anche che il Santuario di Artemide perdesse la sua importanza e la dea la sua sacralità. Paolo fu costretto ad abbandonare Efeso; successivamente inviò ai componenti della comunità da lui fondata la Lettera agli Efesini..

In questo contesto storico-culturale, vivace, complesso, poliedrico, fiorì la scuola teologica giovannea che approfondì il pensiero dell’apostolo. Oltre al Vangelo scritto da Giovanni, nacquero in questo ambiente le tre Lettere e l’Apocalisse.

E ad Efeso, la cui comunità era in difficoltà come le altre dell’Asia Minore, è indirizzata la prima delle sette lettere dell’opera, piena nello stesso tempo di apprezzamento, rimprovero ed incoraggiamento: Sei costante e hai molto sopportato per il mio nome, senza stancarti. Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti e compi le opere di prima.

A soli tre chilometri dal sito archeologico si trova la cittadina di Selcuk che ricordiamo per la Basilica di San Giovanni e per i resti dell’Artemision. Ed è qui che siamo diretti.

La Basilica, meta fin dai tempi antichi di pellegrinaggi, fu costruita nel VI secolo sul luogo della tomba di San Giovanni, morto secondo la tradizione vecchissimo ad Efeso. Dopo essere passati attraverso la Porta della persecuzione, così chiamata per un bassorilievo che raffigura un combattimento di Achille ma che fu scambiato per la lotta tra un gladiatore e un cristiano, percorriamo un sentiero che porta a un piazzale posto davanti ai resti della chiesa; da qui si gode un bel panorama. Vediamo il plastico di come era la Basilica: un cortile porticato, una cupola centrale sotto cui era sepolto Giovanni e all’esterno il Battistero, due piccole cappelle e il Tesoro. Il complesso era grande. Ci avviciniamo alla tomba: un quadrato di marmo con, agli angoli, quattro colonne (con scanalature verticali nella parte bassa e oblique in quella alta). Al centro di esso è poggiato un capitello che ha scolpite quattro croci bizantine; qualcuno vi ha poggiato con devozione dei papaveri e qualche fiore di campo ormai appassiti. Come leggiamo nella conclusione del Vangelo di Giovanni: Si diffuse…tra i fratelli la voce che quel discepolo non sarebbe morto . Ciò nasceva dalla interpretazione letterale della frase di Gesù: se voglio che egli rimanga finchè io venga…e così si raccontava che la terra sulla sua tomba si sollevava secondo il ritmo del suo respiro. Fernando ci spiega che Giovanni è rimasto vivo nel suo Vangelo; è ancora viva la Parola che ci ha lasciato.

Vediamo quanto resta del Battistero: c’è la vasca ad immersione con i gradini da cui si scendeva (da Occidente) e quelli da cui si risaliva verso Oriente; i battezzati, quando uscivano dall’acqua ricevevano una corona e la veste bianca che avrebbero portato per una settimana fino alla domenica successiva detta in Albis depositis. Sulla loro lingua veniva fatta cadere qualche goccia di latte e di miele ad indicare che entravano in una terra in cui scorreva latte e miele.

Dall’alto vediamo il luogo in cui sorgeva il maestoso, splendido Tempio di Artemide, la dea assimilata alla Dea Madre (Iside in Egitto, Cibele o Artemide in Anatolia, Lat in Arabia). Di esso rimangono poche tracce.

Ci portiamo al sito archeologico; comincia la nostra visita dell’antica città che sorgeva in un luogo di particolare bellezza: ai piedi di una collina, sul mare, in fondo ad una baia.

Entriamo dalla Porta di Magnesia, passiamo accanto ai resti della Basilica divisa in tre navate con colonne scanalate e capitelli corinzi. Siamo al Bouleuterion chiamato anche Odeon per la sua forma ad emiciclo; costruito nel I secolo d.C. era la sede del consiglio di Efeso. Potevano trovarvi posto 1400 persone. Adiacente vi era il Pritanèo di cui rimangono alcune colonne; ne faceva parte anche la sala dedicata alla dea Vesta.

Vediamo la ricostruzione del Monumento di Memmio fatta dagli archeologi tedeschi: i pannelli scolpiti sono poggiati su un pilastro di cemento.

Una bella Nike alata, scolpita su una lastra di marmo dalla forma triangolare, un tempo posta sul frontone di una fontana, è poggiata per terra…

Siamo ora nella Piazza di Domiziano: da qui partiva la scalinata che portava verso il Tempio dedicato al culto dell’imperatore di cui resta poco; il reperto più importante è costituito da due splendide colonne erette (unite da un architrave) alle quali sono sovrapposte due cariatidi. Nel tempio era custodita una statua dell’imperatore alta sei metri di cui sono rimasti un pezzo di braccio, la testa, il petto. Fernando ci dice che la testa, le braccia e le gambe della statua erano in marmo, il busto era invece in legno e al suo interno si nascondeva un sacerdote che parlava e operava altri prodigi come fare scendere il fuoco; ciò impressionava tutti tranne i cristiani. Queste cose avvenivano intorno agli anni 80, il periodo in cui la scuola giovannea presentava l’Apocalisse, cioè la "Rivelazione autentica". Nel capitolo 13 si legge: Vidi salire dal mare una bestia che aveva dieci corna e sette teste; la bestia era l’impero romano, le dieci corna erano perfette per programmare il male, potentissime, ma non invincibili. Il veggente vide salire dalla terra anche un’altra bestia, cioè i Cureti, le autorità religiose che portavano ad adorare la prima bestia. Ma anche Domiziano era detto "bestia" e la sua statua, la "statua della bestia", parlava contro i cristiani che non avevano il "segno della bestia". Dopo la morte di Domiziano il nome dell’odiato imperatore venne cancellato e il tempio fu dedicato a Vespasiano.

Ricordiamo qui le sofferenze, le prevaricazioni, le ingiustizie subite dai nostri fratelli di fede del I secolo.

Lasciamo il quartiere religioso ed andiamo in quello culturale e del divertimento; qui vivevano i ricchi.

Sulla elegante Via dei Cureti, tutta in marmo, si trovavano fontane (la più importante era la Fontana di Traiano che aveva doppia fila di colonne; ne rimangono quattro con architrave e frontone e numerosi capitelli di stile composito), la statua acefala del medico Alessandro con la veste drappeggiata, case dei ricchi, tanti piedistalli per statue, negozi…

Andiamo a visitare le Case dei ricchi. Si susseguono cortili con peristilio e impluvium (la grande vasca di raccolta dell’acqua piovana), colonne in marmo bianco e grigio, fontane, affreschi, mosaici, stucchi verdi di tipo veneziano e marmi sulle pareti, ambienti grandi, pozzi con coperchio, terme private con mattoni refrattari, ancora affreschi e pavimenti mosaicati, altre terme e latrine. Camminiamo su passerelle e passiamo da una casa all’altra; complessivamente sono sei. Sono contemporanee alle lussuose case di Pompei.

Ritorniamo sulla Via dei Cureti e ne risaliamo un piccolo tratto; vediamo il monumento funerario del I sec. d.C., detto Ottagono, ove era stata deposta una fanciulla ventenne. Entriamo nelle Latrine per gli uomini che, come sempre, erano anche luogo di incontro. Avevano cento posti sotto cui scorreva continuamente l’acqua; sotto le passerelle in legno su cui camminiamo vi erano mosaici.

All’incrocio della Via dei Cureti con la Via del Marmo (che deve il suo nome alle grandi lastre di marmo della pavimentazione) si trova l’edificio, con annesse piccole terme e adornato all’ingresso da una fontana, chiamato Porneion. Era una casa di piacere che per i personaggi importanti aveva stanze più grandi con i pavimenti in mosaico; al suo interno si trova un mosaico con quattro visi di donna: raffigurano simbolicamente le quattro stagioni.

Ci fermiamo fuori dal lupanare: Fernando ci legge i capitolo 4 e 5 della Lettera agli Efesini scritta da Paolo: Vi scongiuro…non comportatevi più come i pagani… voi non così avete imparato a conoscere Cristo…fatevi imitatori di Cristo… Quanto alla fornicazione e a ogni specie di impurità e cupidigia, neppure se ne parli tra voi…Paolo propone una moralità diversa; dalle sue parole emerge la situazione morale di Pergamo.

Abbiamo di fronte la splendida Biblioteca di Celso, costruita all’inizio del II sec. d.C., distrutta due o tre secoli dopo; vi si accede attraverso alcuni gradini di marmo. La facciata, interamente ricostruita, è a doppia fila di colonne tra le quali, nella parte inferiore, si trovano delle nicchie con statue allegoriche che rappresentano la Saggezza, la Virtù, l’Intelligenza e la Scienza. Si tratta di copie; le statue originali sono a Vienna, in un museo. Le pergamene venivano conservate nelle nicchie, su ripiani; la circolazione dell’aria era assicurata da un corridoio largo un metro che si trovava dietro le nicchie. Vi potevano essere conservate fino a 12.000 pergamene.

Il Tempio di Adriano è particolarmente sontuoso ed elegante: le sculture che ornano l’arcata che unisce le due colonne centrali e quelle che decorano il fregio sono di una raffinatezza incredibile.

Camminando sulla Via del Marmo vediamo, a un certo punto, incisi sulla strada un volto femminile, un cuore e un piede che indicavano la presenza del Porneion e ne mostravano la direzione.

Ci avviamo verso il Teatro; Lale ci dice che ci sono lavori in corso e che non è visitabile. Siamo delusi ma, quando arriviamo, il cancello è aperto e vediamo persone che ne escono; senza perdere un secondo entriamo. Fernando legge il brano della rivolta degli argentieri che Aquila e Priscilla, mettendo a rischio la propria vita (come Paolo racconta nella Lettera ai Romani), riuscirono a placare. Il teatro è grandissimo, il più grande che si trovi in Anatolia. Chiudo gli occhi e faccio un lungo balzo indietro nel tempo: immagino di essere qui nel giorno della rivolta degli argentieri: mi sembra di sentire urla, forti grida e le parole di Demetrio a difesa dei propri interessi e di quelli della categoria… Vogliono Paolo e Paolo vorrebbe presentarsi ed affrontarli ma Aquila e Priscilla riescono a dissuaderlo …

La Via Arcadiana prese nome dall’imperatore Arcadio che l’aveva fatta restaurare; era lunga 600 metri e larga 11: è una delle più importanti strade dell’antichità. Era la via che conduceva al porto, fiancheggiata da portici coperti, abbelliti da mosaici, su cui si aprivano i negozi. Era in discesa e in alcuni tratti aveva i gradini per le persone e gli scivoli per trasportarvi le merci. Mentre cammino mi giro per guardare indietro: la vista del teatro è eccezionale.

Siamo ora nella Chiesa di Maria Teotokos. La chiesa ha due absidi concentriche, la seconda è più piccola; la vasca battesimale è ad immersione. In questa chiesa si tenne nel 431 l’importante Concilio di Efeso per risolvere il problema che aveva angustiato la Chiesa primitiva: se il Figlio di Maria era Dio o era soltanto un uomo come noi. Nestorio, vescovo di Costantinopoli, sosteneva infatti la sola umanità di Cristo. Il concilio ecumenico dette una risposta unanime: Maria fu definita Teotokos che letteralmente significa "Madre di Dio"; tale espressione non è da interpretare nel senso che Maria ha generato Dio, ma che Maria è madre di Gesù che è Dio. Fu così professata la divinità del Figlio di Maria.

Dopo cena faccio assieme a mio marito una lunga passeggiata sul lungomare di Kusadasi ed arriviamo fino ai piedi della collina; ci troviamo così in un quartiere pieno di vita. I negozi ed anche il mercato del pesce sono aperti; le strade sono piene di ristoranti, di caffè e di persone.

Sabato 3 maggio

Kusadasi – Smirne - Sardi – Pergamo

Subito prima della partenza si diffonde in pullman un gradevole e fresco profumo di limone: è Murat che passa nel corridoio spruzzando sulle mani di ognuno di noi un po’ di acqua di colonia; vuole farci sentire la delicatezza di un prodotto tipicamente turco.

Siamo diretti a Smirne, la seconda città della Turchia, dotata di un importante porto, ricca di industrie e di attività commerciali. Il cittadino più illustre di Smirne è Omero; tra le numerose città che se ne contendono la paternità è infatti quella che prevale.

I romani vi costruirono importanti monumenti ma la città antica è tutta sotto quella moderna: solo l’agorà è stata riportata alla luce. Fu una città di singularis fides nei confronti di Roma; per questo il Senato la scelse tra le altre undici che si contendevano la possibilità di erigere un tempio all’imperatore. Strabone ne esalta la bellezza e la struttura ippodamea lamentando tuttavia la mancanza di fognature.

A Smirne viveva una importante comunità giudaica che aveva una forte aggressività contro i cristiani. Vescovo di Smirne fu San Policarpo, discepolo di Giovanni, un pastore autorevole e molto stimato. Il 23 febbraio 155 , essendosi rifiutato di sacrificare per l’imperatore, fu condannato ad essere arso vivo e fu martirizzato nello stadio della città. Fernando ci parla anche di Ireneo, nativo di Smirne, che divenne vescovo di Lione. Ci legge la lettera che Ireneo scrisse a Florino (caduto in eresia): è piena del ricordo di Policarpo che aveva appreso da Giovanni l’insegnamento di Gesù e che ora sarebbe uscito in un grido sentendo le teorie condivise da Florino.

Alla Chiesa di Smirne è diretta la seconda lettera dell’ Apocalisse, una lettera, carica di incoraggiamenti, in cui appaiono evidenti le difficoltà in cui i cristiani versavano : … Conosco la tua tribolazione, la tua povertà - tuttavia sei ricco - e la calunnia da parte di quelli che si proclamano Giudei e non lo sono, ma appartengono alla sinagoga di satana. Non temere ciò che stai per soffrire …avrete una tribolazione per 10 giorni (cioè non interminabile), sii fedele fino alla morte e ti darò la corona della vita …

Saliamo sulla Kadifekale, il cui nome significa fortezza di velluto, la cittadella che i Bizantini costruirono sulla sommità del Monte Pagos, alto solo 162 metri. Contempliamo dall’alto il panorama del golfo e riusciamo a vedere in lontananza l’Agorà. Sotto i nostri occhi si stende la città moderna, Izmir, a forma di U; la parte curva della U è la zona industriale. All’esterno della fortezza donne del luogo in costume tessono all’aperto, su telai poggiati per terra, stuoie coloratissime e vendono tappeti, borse ed altri manufatti dalle tinte smaglianti.

Lasciamo la costa per dirigerci verso l’entroterra ionico, una regione carica di acque con i suoi numerosi fiumi dall’andamento lento e sinuoso, ricco di anse e di meandri; non a caso due di questi fiumi sono proprio il Grande Meandro e il Piccolo Meandro. Con i loro detriti tali fiumi hanno dato origine ad ampie vallate ricche di coltivazioni di cotone, di tabacco, di prodotti ortofrutticoli e di oliveti ed hanno determinato il progressivo avanzare dei loro delta e l’insabbiamento di alcuni porti.

Siamo ora diretti a Sardi, l’antica capitale della Lidia, bagnata dal fiume Pattolo, famoso per le sabbie ricche di oro perché, secondo il mito, nelle sue acque si era immerso Mida, il mitico sovrano che aveva avuto da Dionisio il "dono" di trasformare in oro quanto toccava. Ultimo re della Lidia fu Creso, famoso per le sue immense ricchezze che, forte dell’oracolo mal interpretato, attaccò Ciro e fu sconfitto. Sardi passò così sotto i Persiani che costruirono la famosa strada regia che da Sardi arrivava fino a Susa, l’importantissima città della Persia. La città fu poi conquistata da Alessandro Magno, divenne successivamente parte del regno di Pergamo; nel 133 d.C. passò sotto il dominio di Roma.

Grande vescovo della città fu Melitone, contemporaneo di Policarpo, che scrisse a Marco Aurelio per difendere i cristiani che, in nome dei decreti imperiali, venivano fatto oggetto di prevaricazioni, ingiustizie e furti.

Siamo a Sardi: la domina un grande sperone roccioso. Ci portiamo al Tempio di Artemide, di dimensioni enormi. Un falco volteggia sopra di noi. La costruzione del tempio ebbe tre fasi: una prima nel III secolo a.C., una seconda nel II sec a.C. e l’ultima nel II sec. d.C. Antonino Pio lo divise in due e ne dedicò una parte alla moglie Faustina Maggiore. Due colonne ioniche enormi, maestose ed intatte si alzano verso il cielo; delle altre rimangono basi, capitelli e tronchi più o meno alti. Proviamo ad abbracciarne una: ci vogliono cinque persone. Vicino ci sono i resti di una piccola chiesa bizantina con doppia abside, una più piccola interna ed una esterna con archi e colonnine; saliamo un po’ in alto su un prato in pendìo (vi pascolano delle pecore che si affrettano ad allontanarsi) e vediamo bene l’abside e l’insieme del tempio.

Mentre torniamo verso il pullman improvvisamente risuona nei nostri auricolari il suono di un tamburello. Lo suona un bambino che si è seduto su un muretto con un cappellino rosso rovesciato davanti. Lale ci dice che è sabato e quindi non c’è scuola. In Turchia, come in Europa, il sabato e la domenica sono giorni di riposo; al venerdì è prevista una pausa più lunga per il pranzo in modo da permettere la recita delle preghiere rituali.

Sardi era una città grande; per recarci al luogo in cui si trovavano il ginnasio e la sinagoga usiamo il pullman.

Percorriamo parte dell’antica strada romana che era fiancheggiata da portici: vi si affacciavano varie botteghe, tra cui delle taverne (rimangono i tavoli e i sedili in pietra) e un negozio di ferramenta.

Vediamo l’inizio della Via Regia: lo segnano cinque colonne erette e la base di altre tre.

Un cortile circondato da un portico a due piani alto ben 18 metri, a due file di colonne (parte lisce, parte scanalate a spirale), arricchito da un lato da un frontone, era l’ingresso monumentale del Ginnasio dell’epoca di Settimio Severo; passiamo sotto l’arco e vediamo una grande piscina con i lati stretti arrotondati e con tre gradini. Faceva parte delle terme annesse al ginnasio che non sono state ancora scavate.

Andiamo ora alla Sinagoga del III secolo, orientata verso Gerusalemme, costruita su parte del ginnasio. Entriamo in un cortile, vediamo una grande vasca a forma di coppa che serviva per le abluzioni e le colonne che facevano parte di un portico. Tre porte (di cui quella centrale è più grande) immettono nella sinagoga vera e propria; il pavimento è a mosaico, sul fondo c’è un bemà bianco con davanti un altare, sulla parete, vicino all’ingresso, ci sono dei pannelli di marmo intarsiato con disegni geometrici dai colori vivacissimi. Era una sinagoga grande (la comunità giudaica era numerosa) e ricca, che sicuramente possedeva tutti i rotoli delle Scritture. I Bizantini la trasformarono in chiesa, ad essi risalgono il bemà e l’altare.

Parla Fernando: alla Chiesa di Sardi fu inviata la quinta lettera dell’ Apocalisse, una lettera in cui il rimprovero e l’invito al ravvedimento si uniscono alla implicita lode di chi è rimasto fedele: …Ricorda (preziosissima in ogni circostanza è la terapia del ricordo) dunque come hai accolto la parola, osservala e ravvediti, perché se non sarai vigilante (anche al tempo di Creso la città si sentiva sicura ma fu sconfitta) verrò come un ladro senza che tu sappia in quale ora io verrò da te. Tuttavia a Sardi vi sono alcuni che non hanno macchiato le loro vesti; essi mi scorteranno in vesti bianche, perché ne sono degni… E’ una lettera dura che però sortisce il suo effetto: nel II secolo la comunità di Sardi era fervorosa.

Dopo pranzo ripartiamo; passiamo sul fiume Pattolo che in questo punto è solo un rigagnolo; passiamo tra le "Mille tombe" della necropoli dell’epoca di Creso; sono delle piccole colline, alcune usate come tombe, altre lasciate vuote. Infatti, per difendersi dai ladri, venivano costruite molte tombe ma ne veniva usata solo qualcuna.

Pergamo, prestigiosissimo centro culturale tale da fare ombra ad Alessandria di Egitto, si trova nella Troade (regione posta nella parte nord-occidentale della penisola anatolica) bagnata dalle estreme propaggini del Mediterraneo ma anche affacciata sullo stretto dei Dardanelli. Si tratta di una regione dal clima mite, attraversata dal fiume Scamandro, ricca di olivi, con rilievi non molto elevati che digradano dolcemente verso il mare. Una regione carica di storia e di prorompenti echi che giungono dal passato.

Pergamo, situata in posizione strategica in una grande pianura ben irrigata, i cui primi insediamenti risalgono al VI sec. a.C., ebbe un grande sviluppo nel II sec. a.C., sotto la dinasta degli Attàlidi. Plinio il Vecchio attribuisce ad Eumene II la scoperta della pergamena. In realtà questo materiale scrittorio (ricavato da pelle di capri depilata, scarnificata, raschiata con pietra pomice ed immersa in acqua di calce) era già conosciuto da molto tempo, ma prese il nome da Pergamo perché lì per la prima volta fu molto utilizzata. Il fatto che fosse stata inventata a seguito della proibizione dell’Egitto di esportarvi papiri (per timore che l’importanza della Biblioteca di Alessandria venisse danneggiata da quella di Pergamo) è una leggenda. I fogli di pergamena hanno dato vita ai codici, gli antenati dei nostri libri, ben più pratici e facilmente consultabili degli antichi rotoli. L’ultimo sovrano fu Attalo III che, morendo, nel 133 a.C. lasciò il suo ricco regno in eredità al Popolo Romano.

Soprattutto durante il periodo in cui furono imperatori Vespasiano, Traiano ed Adriano la città si arricchì di splendidi monumenti. Il sito venne scoperto casualmente nell’Ottocento durante i lavori di scavo per la costruzione di una ferrovia: gli ingegneri tedeschi che vi lavoravano scoprirono alcune splendide statue appartenenti all’Altare di Zeus; è per questo che l’importantissimo monumento si trova, ricostruito, nel Pergamon Museum di Berlino.

La comunità cristiana di Pergamo fu probabilmente figlia della Chiesa di Efeso; dovette affrontare una dura persecuzione nella seconda metà del II secolo sotto Marco Aurelio.

Nativo di Pergamo, in cui tornò a tarda età, fu Galeno, il grande medico del II sec. d.C., il medico personale di Marco Aurelio e di Commodo, che fu l’iniziatore della medicina scientifica e sperimentale. I suoi studi anatomici, fisiologici, farmacologici erano illuminati dalla speculazione filosofica: delle malattie studiava i sintomi e il decorso, considerandoli conseguenza dell’alterazione degli organi interessati e poi cercava di ottenere la guarigione con i farmaci.

Il sito archeologico di Pergamo comprende monumenti anche molto distanti tra di loro.

Ci portiamo all’Acropoli, un tempo circondata da tre cinte murarie, che domina dall’alto la pianura circostante; salendovi vediamo la Kizil Avlu, la Corte rossa che prende nome dal colore dominante del materiale di costruzione. Era un importante santuario in onore degli dei egizi e in particolare di Serapide. I Bizantini trasformarono il tempio in una basilica a tre navate; gli Arabi ne fecero una moschea.

Sull’Acropoli si ergevano templi ed edifici pubblici di grande importanza. A Pergamo vi erano ben due templi dedicati al culto dell’imperatore: uno ad Augusto ed uno a Traiano. Sappiamo già come l’Acropoli si presentava un tempo; Fernando, infatti, già nel primo incontro a Monza ci ha dato una piantina (preziosa perché elaborata da lui a computer) che ricostruisce plasticamente i monumenti e la loro disposizione. La nostra visita comincia dai resti dello splendido Altare di Zeus, quello che nell’Apocalisse viene chiamato trono di satana: la sua architettura ha influenzato il Vittoriano di Roma. Ne restano poche tracce: è tutto a Berlino, ricostruito in un museo. Ma Fernando ci distribuisce una cartina a colori su cui è riprodotto plasticamente: poggiava su un’alta base che aveva intorno altorilievi che rappresentavano scene della Gigantomachia, la lotta tra dei e giganti di cui parla il mito; vi si accedeva per mezzo di una imponente scalinata; un grande colonnato dorico circondava su tre lati l’altare vero e proprio. Davanti agli unici quattro gradini rimasti, sotto un pino che sembra ergersi a loro protezione, Fernando legge la terza lettera dell’Apocalisse indirizzata alla Chiesa di Pergamo, dimora di Satana, che si trova dove Satana ha il suo trono. La spada affilata a due tagli che ha in mano Cristo penetra nei cuori per dare vita; è ben diversa da quella di Domiziano che toglie la vita. E’ nominato un solo martire, Antipa, il che indica che la persecuzione della bestia fece a Pergamo pochi martiri. La lettera continua con una lode per non aver rinnegato la fede anche in epoca di persecuzione, con alcuni rimproveri e con l’invito a ravvedersi.

Mentre andiamo al teatro vediamo in alto le colonne e l’architrave del Tempio di Traiano e in basso il basamento del Tempio di Dionisio; l’insieme è splendido anche così, penso a come doveva essere un tempo…

Ed eccoci nel Teatro, addossato alla collina, così ripido che provo un senso di vertigine. Poteva contenere 10.000 spettatori; 78 file di gradini si elevano per 38 metri: dall’alto il panorama è magnifico. Vediamo sulla scena le basi quadrate, bucate al centro, su cui venivano montati i pannelli in legno per le varie scenografie. Attraversiamo, a circa metà altezza, parte del teatro, saliamo le ripide gradinate, usciamo da uno dei passaggi da cui entravano i personaggi importanti.

Ci troviamo nel temenos (recinto sacro) in cui sorgeva il Tempio di Atena, di cui rimangono soltanto il basamento e qualche tronco di colonna. Vediamo le fondamenta di quattro sale: è quanto resta della grandiosa Biblioteca, in cui erano conservati 200.000 volumi in pergamena; Antonio li acquistò e li regalò a Cleopatra per la Biblioteca di Alessandria.

Siamo ora arrivati al Tempio di Traiano; si trova nel punto più alto dell’acropoli, al centro di un temenos, circondato da colonne su tre lati e poggiato su un imponente basamento. Vediamo un pezzo di frontone poggiato sul basamento del tempio. Quattro colonne scanalate con capitelli corinzi, sovrastate da un architrave sul cui fregio si vedono due splendide teste di Medusa, svettano maestose verso il cielo dominando dall’alto le colonne mutile, i pezzi di architrave e gli altri reperti poggiati per terra. Si ha una vista spettacolare del teatro, ripidissimo. Alle spalle del Tempio si trova la Stoà di cui rimangono alcune colonne sovrastate da architrave ed alcuni piedistalli su cui erano poggiate statue di personaggi famosi.

Vediamo un pozzo profondo ed alcune cisterne per l’acqua piovana; ogni casa ne aveva una ma l’acqua così raccolta non bastava: il rifornimento idrico arrivava da 80 chilometri. Vediamo i basamenti di alcuni palazzi dei re; quando morivano, queste dimore venivano trasformate in Heroon, monumenti funebri in onore di personaggi importanti.

Sono le 17,02; l’Aklepion dovrebbe essere già chiuso da due minuti ma Lale ha telefonato chiedendo di aspettarci; in fretta torniamo al pullman, attraversiamo la città di Pergamo ed arriviamo all’ingresso del sito. I cancelli sono chiusi ma dopo una accesa discussione di Lale ed il pacato intervento di Emin ci fanno entrare. Percorriamo la Via Tecta, la strada che dalla città bassa portava al santuario; è quella che percorrevano i malati. Era una strada sacra fiancheggiata da portici su cui si affacciavano botteghe ed altri locali. Nel mezzo c’era la fognatura e ai lati vi erano ogni tanto delle fontane, utili per rinfrescarsi lungo il cammino. Sul portale di ingresso del santuario era posta una iscrizione in greco: la morte non può entrare; ora la lastra di marmo giace a terra.

Asclepio era il dio della medicina; il complesso a lui dedicato era contemporaneamente luogo di culto e centro di cure mediche. Vi venivano curate soprattutto le malattie della psiche. Bisognava sottoporsi ad una visita preliminare: chi aveva una malattia mortale non veniva accolto. Si racconta che un malato, che era stato rifiutato, vide due serpenti che lambivano con le loro lingue del latte e lasciavano cadere nel recipiente il loro veleno; pensando di suicidarsi bevve il latte contaminato dal veleno e guarì. Da allora i due serpenti sono simbolo dei medici e dei farmacisti. I malati venivano curati sia nel corpo che nello spirito per mezzo di bagni, movimento, massaggi, farmaci, alimentazione mirata; anche l’assistere a spettacoli teatrali aveva grande importanza. Le diagnosi venivano fatte anche in base al racconto dei sogni (fatti dagli ammalati) che erano favoriti dall’assunzione di droghe. Non esisteva a quei tempi l’elettroshock ma ne veniva praticato uno ante litteram. I malati dovevano passare in una galleria buia, sul cui fondo battuto strisciavano delle bisce e in cui si sentiva il rimbombare dell’acqua scrosciante; mentre i malati passavano, i sacerdoti, attraverso fori praticati nel soffitto, facevano scendere del fumo e gridavano: Guarirai, guarirai. Per abbassare l’alta temperatura corporea procurata dallo shock, li immergevano in acqua gelida. Si credeva che chi veniva lambito sugli occhi dai serpenti durante il sonno sarebbe guarito. Chi guariva doveva lasciare un’offerta al tempio; chi non aveva i soldi per farlo veniva marchiato sulla fronte e doveva fermarsi al tempio fino a quando non li avesse radunati. Il cadavere di chi moriva veniva portato fuori dal complesso attraverso una porticina laterale.

Vediamo la grande corte centrale, i propilei con le quattro colonne corinzie antistanti, il tronco di colonna con i due serpenti effigiati, la piscina in cui venivano distribuite foglie di droga, il portico sotto cui camminavano i malati (non pavimentato ma in terra battuta per scaricare la propria elettricità); attraversiamo la galleria e vediamo il dormitorio. Del complesso facevano parte anche una biblioteca, il teatro (ben restaurato, con i gradini ornati da zampe di leone, in cui tuttora si tengono spettacoli), il tempio di Telesforo, dio guaritore, il tempio di Asclepio, che era l’edificio più importante e del quale ora resta pochissimo.

Usciamo dal complesso ripercorrendo la Via Tecta. In alto si apre davanti a noi la splendida vista dell’acropoli e del teatro.

Arriviamo in albergo: si trova in mezzo ad un oliveto. Ci riuniamo in un bel prato per leggere dagli Atti dei martiri la storia di Papilo e Carpo che, durante la sanguinosa persecuzione di Marco Aurelio, furono martirizzati nell’anfiteatro di Pergamo assieme ad una donna, Agatonice, che volle partecipare a quel banchetto. Fernando aveva previsto la lettura di questo testo nel teatro (visto che dell’anfiteatro rimangono solo pochi resti) ma ne è mancato il tempo. Fernando ci espone in sintesi le divergenze fra Gesù ed Asclepio: Gesù è una persona storica, non legata a particolari santuari, guariva all’istante e mentre il malato era in stato di veglia, non accettava danaro o doni votivi, i suoi miracoli non erano mai punitivi ed erano connessi al suo messaggio. Ben diverso era Asclepio.

La cena è allietata da musica dal vivo; gli organizzatori di una pesca di beneficenza, allestita nel ristorante, a favore degli studenti ci propongono di acquistare dei biglietti. Lo facciamo in molti: chi vince una maglietta, chi una coppetta, in quattro vinciamo delle strelitzie…

Domenica 4 maggio

Pergamo – Troade - Troia – Bandirma – Istanbul

Oggi è il giorno del Signore e, recitando come ogni giorno il Padre Nostro, ci uniamo ai nostri fratelli che in Oriente hanno già cominciato a celebrarlo.

Siamo in pullman e vediamo il Monte Ida da cui gli dei osservavano le fasi della guerra di Troia. Vi fu abbandonato Paride appena nato per evitare l’avverarsi di un infausto presagio; Ecuba infatti aveva sognato di partorire un cagnolino con una fiaccola accesa in bocca che avrebbe incendiato e distrutto Troia. Ma lo trovarono dei pastori che lo allevarono e lo tennero con sé fino a quando il giovanetto fu chiamato a dirimere una lite tra Era, Atena ed Afrodite. Tutte e tre le dee ritenevano di essere le destinatarie del famoso pomo d’oro che la dea della Discordia Eris aveva gettato sul banchetto durante le nozze di Peleo e Tetide. Sul pomo era scritto alla più bella. Paride scelse Afrodite, allettato dal dono che la dea gli aveva promesso: l’amore di Elena, la splendida sposa di Menelao. Questa fu secondo il mito la causa della guerra di Troia che la storia riporta invece a motivi strettamente economici: la posizione strategica della città che dominava l’importantissimo stretto dei Dardanelli (da Dardano fondatore di Troia). I Greci lo chiamavano Ellesponto. Fernando spiega il significato filosofico, valido ancora oggi, che questo mito ci trasmette: quando, come Paride, si lasciano prevalere passioni incontrollate sulla legalità e sulla saggezza (i doni offerti dalle altre due dee) ne conseguono autodistruzione, guerre, violenze.

Vediamo sull’altra sponda del mare l’isola di Lesbo con capitale Mitilene, l’isola della poetessa Saffo; il mare è di un blu molto intenso, veramente particolare.

Passiamo accanto al bivio per Asso, la città che sorge su uno sperone roccioso che domina il golfo di Edremit, ma tiriamo dritto: ci porterebbe fuori strada. Fernando però ci parla di questa città fondata da coloni eoli provenienti da Lesbo; Aristotele vi aveva aperto una scuola filosofica.

Ad Asso il cristianesimo penetrò prestissimo e Paolo vi passò al termine del suo terzo viaggio.

Vi nacque nel IV sec a.C. il filosofo stoico Cleante, autore di un Inno a Zeus che è una preghiera che ancora oggi noi potremmo recitare: …tu sai raddrizzare ciò che è storto… ciò che è brutto nella tua mano diventa bello… ciascuno aspira al bene ma tutti si smarriscono… sii benevolo verso noi uomini!…" Uomini simili erano aperti allo Spirito di Dio che operava in loro già prima di Cristo.

Fernando ci presenta poi Troade (Alexandria Troas), il luogo in cui faremo la celebrazione eucaristica. Paolo vi passò almeno tre volte senza fermarsi molto. Durante il secondo viaggio, nel 50 (come leggiamo in Atti 16) a Troade gli apparve un Macedone (probabilmente Luca, lo stesso autore degli Atti, che si definisce così perché risiedeva a Filippi) che lo invitò a passare in Macedonia; iniziò così l’evangelizzazione dell’Europa. Vi passò poi una seconda volta, durante il terzo viaggio, per annunciare il Vangelo e per incontrarvi Tito ma, non avendolo trovato, preoccupato, proseguì per Corinto. Qui a Troade successivamente Paolo si fermò di nuovo prima di recarsi a Gerusalemme dove fu arrestato, processato e poi inviato a Roma. Il giorno prima di lasciare la città, come leggiamo in Atti 20, dopo aver spezzato il pane con i suoi discepoli nella stanza superiore, si fermò a parlare con loro fino a mezzanotte. C’era anche un ragazzo di nome Eutico, seduto sulla finestra, che si addormentò profondamente, cadde dal terzo piano e morì. Ma Paolo compì un miracolo: scese giù, si gettò su di lui, lo abbracciò e disse: "Non vi turbate; è ancora in vita!" Questo ragazzo, il cui nome significa Fortunato fu, come scherzosamente dice Fernando, il primo cristiano ad addormentarsi durante una omelia! E ce ne parla addirittura la Bibbia!

Arriviamo a Troade con una certa difficoltà; gli scavi sono appena iniziati ed il sito è raramente meta di turisti; il nostro autista non ci è mai stato.

Prepariamo la celebrazione eucaristica: sul basamento rotondo che probabilmente apparteneva a un tempio che ai tempi di Paolo già c’era, apriamo il tavolino pieghevole che ci dà Murat. La tovaglia è una sciarpa bianca di seta, i fiori sono le quattro strelitzie che abbiamo vinto ieri sera alla pesca di beneficenza. Di fronte all’altare ci sono dei ruderi che formano quasi una rozza gradinata; li utilizziamo per sederci. Il sole è caldo e il vento ha allontanato le nuvole, siamo circondati da margherite bianche e da papaveri rossi. E’ questa la splendida cattedrale che il Signore ha preparato per noi affinché partecipassimo alla sua mensa. La prima lettura è il brano degli Atti che parla della celebrazione fatta da Paolo a Troade, il brano del Vangelo, tratto da Matteo, ci parla della missione affidata da Gesù, prima di ascendere al cielo, agli apostoli: Andate… fate discepoli tutti i popoli…

Fernando commenta la prima lettura: ci parla della celebrazione fatta a Troade da Paolo al piano superiore, come Gesù nel cenacolo. Ci dice che è importante arrivare e restare al piano superiore; per farlo bisogna riuscire a lasciare la pianura e ad evitare certi comportamenti di vita. Oggi celebriamo l’Ascensione e Fernando ci dice che Gesù non ha portato con sé lo Spirito che aveva animato tutta la sua vita; lo ha effuso su di noi nel giorno della sua morte e risurrezione. Questo Spirito è la nostra legge; quando lo seguiamo siamo testimoni del fatto che continua ad operare. E Gesù continua a camminare con noi, non ci ha lasciati soli mentre annunciamo la sua Parola che trasforma. L’omelia è finita, restiamo in silenzio qualche minuto… mi sento parte viva di questa piccola comunità e prego; prego per noi tutti perché il Signore ci prenda per mano e ci aiuti a lasciare la pianura, perché ci faccia assaporare la bellezza del monte, perché ci sia donata la forza di seguire le orme di Basilio e di tanti altri fratelli che hanno saputo vivere coerentemente le loro promesse battesimali. La celebrazione si chiude con un canto finale: Esci dalla tua terra. Non poteva essere scelto un canto più appropriato: anche a noi, come ad Abramo, il Signore chiede di uscire dalla nostra terra, non una terra materiale ma la pianura dei nostri egoismi, delle nostre incertezze, delle nostre paure…

Osserviamo i pochi reperti, regaliamo al custode del sito le quattro strelitzie, risaliamo in pullman e partiamo.

Costeggiamo il mare: il vento ha spazzato via la foschia, Lesbo si staglia nitidissima e vicina, nel cielo si muove qualche nuvola bianca, il mare appare qua verde smeraldo, là blu intenso, spruzzato del bianco della spuma di piccole onde.

Pranziamo in un ristorante che si affaccia sui Dardanelli e poi ripartiamo.

Arriviamo a Troia, sito tutelato dall’Unesco, il cui nome evoca l’Iliade di Omero, l’Eneide di Virgilio e gli scavi archeologici di Heinrich Schliemann. La città, che era circondata da mura su cui si aprivano porte fiancheggiate da torri, fu distrutta e ricostruita nove volte; gli scavi lo provano.

Raggiungiamo il sito archeologico in cui sono ancora in corso degli scavi; seguiamo il percorso di visita indicato e, dopo aver visto parte delle Mura attribuibili a Troia VI ed essere passati accanto ad una torre ben conservata, entriamo nella città. Raggiungiamo l’Acropoli; il panorama che si gode dalla sua sommità è eccezionale: lo sguardo spazia sulla pianura dello Scamandro, luogo in cui combattevano gli eroi omerici, sui Dardanelli e sulla antistante isoletta di Tenedo dietro la quale si nascosero le navi dei Greci quando finsero di aver ripreso il mare verso la Grecia.

Vediamo poi le rovine del Tempio di Atena: in questo tempio, prima di iniziare la guerra contro i Greci, nel 480 a.C., Serse, re dei Persiani, fece immolare 1000 buoi. Ma non gli servì: le sue truppe furono clamorosamente sconfitte a Salamina. Raggiungiamo poi quello che forse è il resto più importante di Troia: una rampa lunga 21 metri e larga più di sette; in una depressione vicina Schliemann trovò un tesoro che erroneamente ritenne e chiamò di Priamo e che ora si trova al Pergamon Museum di Berlino.

Questo è l’ultimo sito archeologico che visitiamo e non è certo il più significativo se si guarda all’importanza delle rovine, ma l’atmosfera che vi si respira è particolare e provo una fortissima emozione: nella mia mente è tutto un affollarsi di ricordi che balzano fuori e che mi riportano a quando (frequentavo le Scuole Medie) per la prima volta leggevo in traduzione i versi di Omero, a quando la mia insegnante li commentava inculcandomi quell’amore per il mondo antico che mai mi ha abbandonato. E poi mi rivedo adolescente mentre traduco con gioia dal greco brani dell’Iliade e dell’Odissea e dal latino il II canto dell’Eneide che parla delle ultime ore di Troia. Il viaggio nel tempo continua: sono adulta, in classe, e ai miei alunni partecipi ed attenti parlo di Priamo, di Ecuba, di Achille, di Agamennone, di Ettore, di Enea, di Laocoonte… e poi eccomi, qualche anno fa, ormai nonna, mentre racconto ai miei nipotini, allora piccoli, del rapimento di Elena, del cavallo fatto costruire da Ulisse, di Enea spinto dal volere del Fato a lasciare la sua terra per un alto destino. Fonderà una città nel Lazio, sposerà una donna latina e dalla sua progenie nascerà Roma, la dominatrice del mondo allora conosciuto, che assoggetterà anche quella Grecia che aveva distrutto Troia. Lo stupore, l’interesse, la voglia di sapere e di capire che avevo provato io li rivedo, nel ricordo, su tanti visi interessati di ragazzi e negli occhi spalancati ed attenti di Pietro, Clara e Mauro, i figli di mio figlio.

Ma i ricordi personali lasciano presto il posto a schegge del passato che mi arrivano nitidissime, liberate dalla polvere che le ha coperte per più di due millenni: ecco le Porte Scee, ecco le navi dei Greci all’ancora e le loro tende sulla spiaggia, ecco lo Scamandro rosso di sangue, ecco Elena che dalle mura indica a Priamo gli eroi greci, ecco gli dei che intervengono nelle battaglie per proteggere i loro beniamini, ecco i duelli, le liti, le amicizie e gli amori di quegli uomini antichi …

La storia si è snodata nel tempo, sono passati secoli e secoli da quella guerra… sono passati secoli e secoli da allora, ma l’uomo non ha imparato nulla: ancora si combatte, ancora si muore in guerra, ancora la violenza sembra essere l’unico modo di risolvere controversie e problemi…

Presso le porte Scee ci fermiamo in silenzioso raccoglimento e ascoltiamo la lettura del dialogo tra Ettore e Andromaca prima di un combattimento (Iliade, VI canto). E’ una scena di vita familiare piena di sentimento, di un amore intenso e disperato, gravido di paura e di tristi presentimenti, di grande senso del dovere. Questo senso del dovere i Romani lo chiamavano pietas, parola che contemporaneamente indicava una somma di valori: il rispetto per gli dei, l’amore per la patria, la grande responsabilità, la riconoscente stima e il profondo affetto verso gli anziani, soprattutto verso il padre.

Andromaca, a cui Achille aveva ucciso il padre e sette fratelli, di gran pianto bagnata, si reca incontro ad Ettore per scongiurarlo di non andare a combattere; per lei Ettore è tutto: tu padre mio, tu madre, tu fratello, tu florido marito. Ma Ettore non può sottrarsi alla battaglia, non può essere codardo, non può evitare i cimenti… della pugna; deve combattere per la sua città e per Priamo anche se sa che Troia cadrà con la sua gente; non teme per sé, teme per il destino della moglie: Misera! in Argo all’insolente cenno d’una straniera tesserai le tele.

Il piccolo Astianatte, bambin leggiadro come stella, è in braccio alla nutrice; il padre gli tende le braccia ma il piccolo, nel vederlo armato, con l’elmo in testa, non lo riconosce e … acuto mise un grido il bambinello. Ettore sorride e sorride anch’ella la veneranda madre. L’eroe troiano si toglie l’elmo, prende in braccio il figlioletto, lo alza verso il cielo e chiede a Zeus che il piccolo diventi più forte del padre. Poi saluta la moglie dicendole che nullo al mondo , sia vil, sia forte, si sottragge al Fato. Or ti rincasa e a’ tuoi lavori intendi …e a noi … a me lascia i doveri dell’acerba guerra. Andromaca muta alla magion la via riprese … riguardando indietro e amaramente lacrimando.

Queste parole antiche, che ben ricordavo, ancora una volta mi colpiscono profondamente. Quanta semplicità e quanto realismo!

La mia mente cammina ed arriva alle ultime ore di Troia raccontate da Virgilio: Ettore è morto, ucciso da Achille (che però aveva provato pietas per il vecchio Priamo e gli aveva restituito il cadavere del figlio, permettendogli così di celebrare le esequie e i giochi funebri in suo onore), i guerrieri greci sono usciti dal cavallo e mettono a ferro e fuoco la città; Pirro, il degenere figlio di Achille che non ha pietas, imperversa, uccide ai piedi dell’altare il vecchio Priamo, scaglia giù dalla mura il piccolo Astianatte, fa di Andromaca una sua schiava …

Quanta violenza, quante ingiustizie, quanto dolore! Allora e … dopo secoli e secoli… ancora oggi!

Ci fermiamo presso l’enorme cavallo di legno che vuole riprodurre quello ideato da Ulisse, che era così grande che fu necessario demolire una parte delle mura per portarlo all’interno della città.

Torno al pullman in silenzio, allo stesso tempo emozionata e immersa in tanti pensieri … e mi accorgo che le mie labbra stanno formulando una preghiera … Di fronte a tante domande prive di una risposta razionale l’unica speranza viene da Cristo.

Il cielo si è oscurato, grosse nuvole nere galoppano nel cielo, a tratti piove, gli alberi sono scossi dal vento, anche lo stretto dei Dardanelli ha cambiato colore: è ora di un grigio intenso.

Stiamo per entrare in Bitinia e Fernando ci parla della storia eroica dei primi cristiani di questa terra, ci parla dei Concili che vi si sono tenuti. Ci legge la lettera che Plinio il Giovane, governatore di questa regione, inviò all’imperatore Traiano chiedendogli come doveva comportarsi con i cristiani, che erano numerosissimi, di ogni età e di ogni ceto sociale, di entrambi i sessi, colpevoli solo di essere cristiani; ci legge anche la risposta dell’imperatore, ambigua e non priva di incongruenze secondo Tertulliano.

Ci legge poi alcuni dei canoni del Primo Concilio di Nicea del 325 che fissava alcune norme comportamentali per i cristiani: sui lapsi, sulle modalità di consacrazione dei vescovi, sull’usura praticata dai chierici… E poi legge alcuni dei canoni del Secondo Concilio di Nicea del 787, sempre su norme comportamentali: sul comportamento dei vescovi, sul fatto che un sacerdote non deve indossare vesti preziose, sulla proibizione di costituire monasteri misti…

Non piove più; le grandi nuvole nere si alleggeriscono in nuvole bianche che si aprono in sprazzi di azzurro; vediamo l’arcobaleno.

Arriviamo a Bandirma; lo stretto dei Dardanelli si è ormai allargato nel Mar di Marmara. Dopo cena ci imbarchiamo sul traghetto veloce che in due ore ci porta ad Istanbul, l’antica Bisanzio poi divenuta Costantinopoli ed oggi Istanbul, il cui nome viene dal greco eis ten polin, verso la città.

Lunedì 5 maggio

Istanbul

Istanbul, capitale dell’impero bizantino prima e dell’impero ottomano poi, il cui centro storico è Patrimonio Mondiale dell’Umanità, distesa tra Europa ed Asia, quasi un ponte tra Occidente ed Oriente, affacciata sul Bosforo che separa i due continenti, città dalle mille cupole adagiata come Roma su sette colli, città suggestiva ed esotica dal sapore mediorientale, non è la capitale della Repubblica Turca. Dal 1923 lo è infatti Ankara.

I monumenti più importanti sono tutti concentrati nel centro storico della città, quella lingua di terra che corrisponde all’antica capitale, protesa nel Mar di Marmara, bagnata dal Corno d’oro, il canale che un tempo veniva chiuso con una catena e che divide le due parti europee della città (quella nuova e quella vecchia). Il suo nome deriva dalla sua forma e dalle enormi ricchezze che vi transitavano.

Attraversiamo vari quartieri della città e Lale ci fa notare che ognuno di essi ha una diversa tipologia di negozi (cosa consueta in molte città mediorientali): ad esempio solo biciclette o spezie o libri…

Cominciamo la visita di questa stupenda città dall’ Ippodromo. Con noi oggi c’è una persona in più: è la mamma di Emin che ci aspetta qui sorridente al braccio del figlio e che non dimostra affatto i suoi 84 anni. La salutiamo festosamente.

Settimio Severo aveva fatto costruire l’Ippodromo nel 203 e Costantino lo fece ingrandire. Qui si svolgevano le corse dei cavalli e dei cocchi, quattro al mattino e quattro al pomeriggio, ma l’Ippodromo era anche centro della vita pubblica, posto in cui si svolgevano le cerimonie ufficiali, luogo di incontro e scontro delle fazioni sportive che, oltre agli interessi sportivi veri e propri, avevano una forte connotazione politica, disputavano calorosamente su questioni religiose ed erano in parte militarizzate.

Della grandiosità, della maestosità dell’Ippodromo poco rimane anche perché su parte della sua superficie sono stati costruiti altri edifici (la Moschea Blu, Santa Sofia). La spina era ornata da vari monumenti: tre di essi (l’Obelisco di Teodosio, la Colonna serpentina e la colonna di Costantino) si trovano ancora nella posizione di allora, anche se a un livello più basso, quello del tempo di Costantino. L’Obelisco di Teodosio, che risale al XVI secolo a.C., è alto 20 metri ed è un blocco monolitico di granito che poggia su una base di marmo alta sei metri. Vi sono incisi dei geroglifici in onore del dio Horus, il dio dalle sembianze di falco, e del faraone Thutmosi III. Costantino fece portare dall’Alto Egitto a Costantinopoli questo obelisco che venne posizionato nell’Ippodromo nel 390 d.C. da Teodosio; ci vollero 33 giorni per portarlo dal porto alla sua sede attuale. I bassorilievi che decorano la base raffigurano Teodosio in scene ambientate nell’Ippodromo: circondato dai familiari e dai dignitari riceve omaggi, osserva le corse, consegna premi. Si tratta di bassorilievi particolarmente interessanti perché testimoniano l’evoluzione dell’arte ufficiale e le trasformazioni sociali: la perfezione estetica del mondo classico cede il posto ad una esecuzione piuttosto rozza con personaggi statici e, per quanto riguarda l’aspetto sociale, alcuni esponenti dell’esercito hanno barba e capelli lunghi e tratti somatici germanici. Vicino si trova la Colonna Serpentina, alta 8 metri: i Greci l’avevano eretta nel Tempio di Apollo a Delfi a ricordo della battaglia di Platea e della definitiva sconfitta dei Persiani (479 a.C.) e Costantino la fece portare a Costantinopoli. E’ una spirale fatta da tre serpenti intrecciati; un tempo in cima vi erano le tre teste che sorreggevano un treppiede d’oro su cui poggiava un grande vaso anch’esso d’oro. Adesso la colonna è priva della parte terminale: una testa si trova al British Museum di Londra, una è esposta al Museo Archeologico di Istanbul, l’altra non è stata ancora trovata. La Colonna di Costantino è fatta di blocchi squadrati di pietra. E’ del IV secolo ma nei secoli successivi fu ricoperta di lamine di bronzo dorato.

Qui nell’Ippodromo si consumò la cosiddetta rivolta di Nika: le due fazioni degli Azzurri e dei Verdi, superando le loro antiche rivalità, si coalizzarono nel protestare contro il fiscalismo e il dispotismo di Giustiniano. La mattina dell’11 gennaio 532, quando Giustiniano e Teodora entrarono nello stadio per assistere ai giochi, si levarono urla e schiamazzi sui quali prevalse il grido Nika! Nika!, cioè Vinci! Vinci! con cui si solevano incitare i campioni. La violenza, fomentata dalle corpose frange estremiste delle fazioni, imperversò nella città per sei giorni: scontri, barricate, incendi devastarono Costantinopoli. L’imperatore avrebbe voluto scappare con una nave, su cui aveva già fatto caricare il tesoro imperiale, ma la moglie Teodora (la ballerina che aveva incantato Giustiniano) lo convinse a reagire con la forza. Il generale Belisario convocò nell’Ippodromo i rivoltosi dicendo che voleva dialogare con loro ma, appena furono entrati, fece chiudere le porte; così furono massacrate circa 10.000 persone. Eppure nei mosaici di Ravenna la coppia imperiale appare così pia …

Successivamente questo luogo divenne la Piazza del cavallo, così chiamata perché vi venivano addestrati i cavalli del sultano.

Il luogo in cui sorge la Moschea Blu era un tempo parte dell’area occupata dall’Ippodromo; la moschea risale al XVII secolo ed aveva annessi anche una scuola teologica e un ospizio per i poveri. Qui un tempo si radunavano le carovane di pellegrini dirette alla Mecca. L’esterno è particolarmente armonioso: quattro semicupole affiancano la grande cupola, ben sei minareti si slanciano verso il cielo. Del complesso fanno parte anche un chiostro circondato da un portico con colonne di granito che ha al centro la fontana esagonale per le abluzioni da cui l’acqua, scendendo a cascata, faceva dimenticare con il suo mormorìo pensieri e preoccupazioni che potevano distrarre dalla preghiera. Oggi è asciutta. Ai lati del maestoso portale di ingresso vediamo due balconi simmetrici: da essi, non essendoci gli altoparlanti, venivano ripetute le preghiere recitate all’interno in modo che potessero ascoltarle anche coloro che pregavano sotto i portici. C’è poi un cortile esterno con numerose fontane per le abluzioni. Lale ci dice che la loro acqua è così fredda che i fedeli preferiscono portarsi da casa bottigliette di acqua calda. All’estremità del cortile, vicino a una porta di ingresso, vediamo due tavoli di marmo. Vi vengono poggiate le salme che rimangono all’esterno durante i funerali; infatti entrano nella moschea solo i familiari, gli amici, i conoscenti. Togliamo le scarpe ed entriamo; l’interno è magnifico: la policromia di 20.000 piastrelle in pregiata ceramica di Iznik (colori dominanti sono il verde, il turchese e soprattutto il blu, ma ci sono anche il bianco, il nero, il rosso) illuminate dalla luce, che entra dalle 260 finestre attraverso vetri colorati dai disegni geometri o floreali, ci lascia senza fiato per la sua bellezza. Disegni geometrici su fondo bianco ornano la parte concava delle cupole; tappeti rossi con motivi floreali bianchi e azzurri coprono i pavimenti; numerosi sono le lampade basse che un tempo avevano i lumini e che ora hanno lampadine elettriche; alla base di alcuni pilastri ci sono fontane per ripetere l’abluzione in caso di cattivi pensieri, tentazioni o altri peccati fatti dopo la precedente abluzione. Le aree di preghiera per gli uomini e le donne sono separate; quelle per le donne sono sempre dietro quelle degli uomini (per evitare distrazioni e tentazioni) e sono di piccole dimensioni perché le donne, dovendo accudire ai figli e alla casa, sono autorizzate a pregare in casa. Sui tappeti si notano ovali dal colore più scuro: sono i posti in cui il fedele deve poggiare i piedi in modo da sfruttare lo spazio in modo ottimale. Emin mi fa vedere un rosario azzurro lasciato ai piedi di un pilastro laterale; i 99 grani sono divisi in tre parti da un grano di forma diversa. Emin mi spiega (e alla spiegazione collabora anche la sua mamma benché io non la capisca) che i musulmani lo sgranano pregando: ripetono 99 volte le formule Inizio con il nome di Allah e Ringrazio Allah.

Usciamo dalla moschea e ci dirigiamo verso lo splendido Topkapi Sarayi, o Palazzo di Topkapi o Serraglio, che fu la residenza dei sultani dall’epoca della conquista araba e della caduta dell’Impero Bizantino fino al XIX secolo quando fu costruito il palazzo Dolmabahce sul Bosforo. Il suo nome significa "porta del cannone" perché era protetto da una batteria di cannoni che venivano fatti sparare a salve per salutare gli ospiti illustri. Con la sua posizione domina il Mar di Marmara, l’ingresso del Corno d’Oro e il Bosforo. Nato come fortezza fu arricchito negli anni di nuovi edifici e giardini e divenne una splendida reggia. Più che di palazzo potremmo parlare quindi di complesso di Topkapi. All’esterno di esso si trova una fontana mirabilmente decorata con stucchi, oro, piastrelle; è un piccolo padiglione. Il Serraglio ha quattro cortili; nel primo potevano entrare tutti ed anche oggi è accessibile senza biglietto di ingresso; qui i funzionari del sultano ascoltavano i problemi e le richieste del popolo anche se si trattava in genere di una procedura solo formale. Entriamo dunque in questo primo cortile attraverso un grande portone ai cui lati, immobili come statue, fanno la guardia due soldati armati di mitra. Si tratta in realtà di un grande giardino in cui avevano le tende e dormivano i Giannizzeri che erano truppe scelte ad esclusivo servizio del sultano. Destinati al celibato diventarono nel tempo tanto violenti e arroganti, tanto pericolosi persino per il sultano, che furono sterminati nel sangue nel 1826 per ordine di Mahmud II. Erano reclutati tra bambini cristiani rapiti e venivano allevati nel Serraglio assieme ai figli del sultano con una educazione atta allo scopo. In questo cortile si trova la Chiesa di Santa Irene, la "Divina Pace". Prima della costruzione di Santa Sofia era la chiesa più importante di Bisanzio. Non fu mai trasformata in moschea ma divenne prima un deposito di armi e poi un museo militare; oggi è utilizzata come sala di concerti per la sua ottima acustica. Fernando ci dice che in questa chiesa si tenne il Concilio convocato da Teodosio nel 381 nel quale fu definito il testo del Credo niceno- costantinopolitano: al Credo di Nicea fu aggiunta la formula della stessa sostanza. Entriamo: nell’abside un tempo vi era una Madonna con Bambino tolta, assieme a tutti gli affreschi e i mosaici, durante l’iconoclasmo; ora c’è solo una grande croce disegnata. Alle spalle dell’altare si trova un coro a gradini in pietra che hanno dei buchi quadrati; sotto di essi c’è un passaggio, una specie di corridoio a cui si accede da due porte simmetriche: si entrava da una parte e si usciva dall’altra. Lale dice che serviva per le confessioni ma non riusciamo a capire come si svolgesse il rito.

Lasciamo la chiesa e riprendiamo il nostro cammino nel giardino; in fondo al cortile si trova la fontana del boia (in cui il boia dopo le esecuzioni lavava le sue mani e l’arma) e la pietra del monito (su cui i condannati venivano decapitati); le teste di questi sventurati venivano appese ad un albero come avvertimento. La Porta Ortakapi, detta anche Bab i Salam, cioè "Porta del saluto", è enorme ed è affiancata da due torri esagonali sormontate da un tetto a forma di cono in cui alloggiavano guardie e carnefici e in cui si trovavano le celle dei prigionieri. Attraverso di essa si entra nella seconda corte, "Piazza del Divano" ( vi si affaccia il Divan, cioè la sala in cui si riuniva il Consiglio di Stato), da cui svettano platani e cipressi. Vi si svolgeva la vita pubblica del palazzo. Sul fondo appare la struttura del Serraglio: vasti edifici e padiglioni isolati. Attraverso le vetrate di un padiglione vediamo esposte le preziosissime carrozze dei sultani; una completamente chiusa serviva per le donne. Visitiamo poi le cucine, progettate dal grande architetto Sinan, coperte da dieci cupole di mattoni a vista, con dieci enormi camini: quotidianamente vi si preparavano i pasti per 2.000 persone, ma in occasioni di ricevimenti e feste anche per 10.000; quelli che vi lavoravano erano più di 200. Erano divise in tre parti: in una si preparavano i cibi per il sultano. Lale racconta che gli venivano serviti 86 piatti tra i quali ne sceglieva sei o sette che mangiava dopo che una persona di sua fiducia li aveva assaggiati; gli altri venivano serviti alla sua famiglia. In un’altra cucina si preparavano esclusivamente i dolci; nell’ultima si cucinavano i cibi più semplici e meno pregiati per i Giannizzeri, gli eunuchi e il personale tutto. Ora vi sono esposte preziose e raffinate collezioni di porcellane cinesi, ceramiche giapponesi, utensili in rame, servizi da caffè e candelabri in oro o argento, specchi poggiati rovesciati in modo da farne vedere il retro decorato, persino una gabbia di argento per gli uccellini … In quella che era la cucina del sultano vediamo pesi enormi in pietra, bilance, pentole mastodontiche che gli sguatteri portavano in bilico, con i manici infilati in un bastone, ai Giannizzeri, agli eunuchi, alle donne che vivevano nell’harem…

La porta detta Bab-i-Saadet ,cioè "Porta della felicità", un tempo sorvegliata da eunuchi di razza bianca, immette nella terza corte, riservata, come la quarta, alla vita privata del sultano. Il suo nome deriva dal fatto che vi si entrava tremando e se ne usciva felici di essere ancora in vita. Da questa porta il sultano si presentava ai suoi generali all’inizio delle guerre di conquista portando il sacro stendardo di Maometto; qui, alla sua morte, veniva esposta la salma: la cerimonia funebre si svolgeva infatti nella seconda corte. Durante le feste, davanti ad essa, sotto la tettoia, veniva posto per lui il prezioso Trono di Ismail, bottino di guerra sottratto alla Persia; davanti ad essa il sultano consegnava la bandiera ai pascià che mandava in guerra. Dopo aver visitato alcuni ambienti (l’edificio del Tesoro, il Divan che era sia parlamento sia palazzo di giustizia) entriamo nell’harem.

Passiamo dalle stanze degli eunuchi ( erano sia di razza bianca che di razza nera) che erano piccole, buie, piastrellate. Siamo ora nell’harem vero e proprio; nella prima stanza vediamo una lunga lastra di marmo fissata alla parete: vi venivano poggiati i cibi portati dalle cucine; passiamo dalle stanze delle concubine a cui era annesso un cortile stretto e lungo con un piccolo portico: era l’unico luogo da cui queste ragazze potevano vedere un pezzetto di cielo. Seguono le stanze, sempre buie e piastrellate, della Valide, la potentissima madre del sultano, e quelle delle mogli; vediamo il bagno del sultano. C’era una vasca grande ma, come ci dice Lale, il sultano non la usava per paura che qualcuno potesse affogarlo, preferiva lavarsi seduto su uno sgabello con l’acqua che gli veniva buttata addosso, protetto da una grata dorata, quasi una gabbia. Vediamo poi una toilette alla turca ed entriamo nella sala del divertimento: c’è il trono del sultano sovrastato da un baldacchino; qui le donne ballavano, cantavano, leggevano poesie. Dopo essere passati attraverso altri locali (la biblioteca decorata con cesti di frutta e di fiori, la camera dei bambini con vetri policromi blu, gialli, azzurri e con divani di piccole dimensioni) vediamo il cortile riservato alle mogli, spazioso e pieno di luce. Lale ci dice che il sultano aveva quattro mogli e venti concubine, spesso scelte dalla Valide; i figli delle concubine venivano uccisi appena nati per evitare problemi di successione. Usciamo dall’harem; siamo all’interno della Porta della felicità

Ci dirigiamo verso le Sale delle Sacre Reliquie, in cui sono conservati la spada di Davide, la pentola di Abramo, il bastone di Mosè, il turbante di Giuseppe, il cranio e le ossa di San Giovanni Battista…; una sala a parte è riservata alle reliquie del Profeta: il manto chiuso in una cassa d’oro, due spade, peli della sua barba, denti, l’impronta lasciata dal suo piede… Ci rechiamo poi a visitare il Tesoro: vi sono custoditi gli oggetti preziosi e i gioielli appartenuti ai sultani, ai principi, alle varie Valide, alle favorite e alle principesse di corte. Vediamo armi cesellate, pietre grezze dalle dimensioni e dal peso eccezionali, giade, una culla d’oro, un trono intarsiato di madreperla e pietre preziose; i più importanti sono il pugnale Topkapi e un enorme diamante a forma di goccia.

Dopo aver pranzato in un ristorante all’interno del complesso, passiamo in un vasto giardino che veniva illuminato per mezzo di lumini fissati sul dorso di tartarughe; da una terrazza che ha al centro un baldacchino in legno ricoperto d’oro ammiriamo lo splendido panorama del Corno d’oro. Vediamo la sala in cui venivano circoncisi i bambini ed entriamo nella Sala delle udienze in cui il sultano riceveva gli ambasciatori stranieri. Belle le due fontane ai lati della porta di ingresso (il mormorìo dell’acqua assicurava riservatezza) e belli i rivestimenti in legno dell’interno. Usciamo dalla Porta della felicità e ripercorriamo il primo cortile; notiamo degli alberi particolari: un cipresso dal cui tronco viene fuori un fico, un altro cipresso dal cui tronco viene fuori un platano; sono frutto di giochi fatti dai giardinieri del sultano.

Siamo ora fuori dal complesso; addossate alle mura di recinzione si trovano nove case che un tempo erano in legno grezzo ed ora, dopo il restauro, sono verniciate in tinte chiare (grigio, verdino, giallo, salmone); sono davvero belle.

A piedi arriviamo alla Cisterna sotterranea, la Yerebatan Sarai, la Cisterna basilica, la più importante delle 150 che sono state costruite ad Istanbul per risolvere il problema del rifornimento idrico in caso di assedio. Ha una sala enorme (140 metri per 70 con due blocchi di marmo sul fondo e due bassorilievi che raffigurano la Medusa); il soffitto a volte è sorretto da ben 336 colonne quasi tutte con capitelli corinzi, disposte su 12 file, alte 8 metri. Fu costruita da Costantino ed ampliata da Giustiniano dopo la rivolta di Nika. Prese nome o da una basilica pagana, poi distrutta, che si pensava si trovasse in quel luogo, o dalla sua forma. Entriamo nella cisterna e ne restiamo affascinati: ci muoviamo su passerelle poste al disopra del livello dell’acqua mentre effetti luminosi e sonori contribuiscono a rendere magica l’atmosfera di questo luogo che sembra incantato. Ora l’acqua è alta circa 50 cm ma un tempo arrivava fino ai capitelli; all’interno della cisterna ci si muoveva in barca.

Ci portiamo ora alla Kariye Camii, l’antica chiesa di S. Salvatore in Chora, cioè "nei campi", fuori delle mura della città. La chiesa è oggi divenuta un museo, che conserva splendidi mosaici su fondo oro e mirabili affreschi; fu costruita tra l’XI e il XV secolo, alla fine del quale fu trasformata in moschea e vi fu aggiunto il minareto.

I mosaici raccontano con le loro immagini episodi tratti sia dai Vangeli apocrifi (Anna e Gioacchino, nascita di Maria, educazione di Maria al tempio, Giuseppe) sia dai Vangeli canonici (nascita di Gesù posto in una mangiatoia a forma di tomba ed illuminato da una luce dall’alto a forma di tau cioè di croce, la fuga in Egitto, il battesimo nel Giordano, le nozze di Canaa, la moltiplicazione dei pani e dei pesci…). Sulla porta che immette nell’abside si trova uno splendido mosaico che raffigura l’imperatore che offre il modellino della chiesa a Cristo; nell’abside, sulla porta di ingresso, vediamo una splendida Dormizione della vergine: nell’ovale Gesù tiene in braccio Maria neonata perché appena nata alla nuova vita; intorno vi sono gli apostoli di Gesù e quelli di Paolo che non alzano lo sguardo verso il cielo perché riescono a vedere solo la realtà terrena. A fianco dell’abside c’è un mosaico di Maria con in braccio il Bambino: lo guarda con una spontaneità ed una tenerezza insolite nell’arte bizantina. Nella cappella laterale gli affreschi dell’abside sono splendidi: i sei Padri della Chiesa, tra cui Basilio, posti simmetricamente ai lati della finestra centrale, la discesa agli inferi del Risorto che tira fuori dalla tomba Adamo ed Eva tenendoli saldamente stretti per i polsi, uno splendido Giudizio Universale.

Sono le cinque in punto e il responsabile del museo, malgrado le nostre accorate richieste, non ci concede qualche minuto in più per gustare queste splendide meraviglie; a malincuore siamo costretti ad uscire.

Prima di cena abbiamo il tempo di fare una passeggiata nel "dedalo" del Gran Bazar, il mercato coperto che ha più di 4000 negozi in 200.000 mq di estensione. Il complesso attuale risale alla fine del XIX secolo; ma quello originale, in legno, era stato costruito a metà del XV. Vi si accede da 32 ingressi (12 principali e 20 secondari); le strade interne, coperte da volte affrescate, si incrociano ad angolo retto, alcune hanno un doppio colonnato centrale che segna l’isola pedonale, riservando i due corridoi esterni ai mezzi che riforniscono i negozi. Un tempo nelle varie zone del bazar veniva commercializzato un preciso tipo di prodotto; ora non vi è più una divisione rigorosa ma complessivamente rimane la zona delle gioiellerie, quella dei tessuti, quelle delle spezie.

In albergo alle 19,30 inizia lo spettacolo, organizzato per noi, dei Dervisci danzanti. Tre suonatori cantano al suono dei loro strumenti musicali: uno a fiato (un flauto), uno a percussione (un grande tamburello), uno a corde (una specie di arpa orizzontale che viene suonata tenendola sulle ginocchia). Entrano tre danzatori: hanno alti cappelli di feltro marrone chiaro a forma di tronco di cono, portano ampi mantelli neri dalle lunghe maniche lasciate penzoloni, salutano varie volte inchinandosi, poi si tolgono i mantelli e li baciano prima di deporli a terra. Comincia la danza: roteano vorticosamente su se stessi per un tempo lunghissimo senza fermarsi; quando la musica cala di tono si sente il frusciare delle ampie gonne bianche a doppia campana. Si tratta di una danza mistica con cui cercano di avvicinarsi a Dio. La danza è finita, baciano nuovamente il mantello, lo indossano, salutano ed escono seguiti dai tre suonatori.

Anche questa giornata è finita, la notte è scesa su questa terra dalla natura sorprendente e dalle splendide opere d’arte; l’animo è pieno delle parole con cui Fernando ha alimentato la nostra fede, la mente è appagata dai tanti ed importanti stimoli culturali che ha avuto, il cuore trabocca di gioia per il clima di amicizia che ha caratterizzato questo gruppo di compagni di viaggio …; Signore, ti ringrazio.

Martedì 6 maggio

Istanbul – Milano – Monza

La giornata, l’ultima in Turchia, si apre con la visita all’ottocentesco Palazzo Dolmabahce affacciato sul Bosforo, ultima residenza dei sultani ottomani, utilizzato (fino a quando non sono stati costruiti grandi alberghi di lusso) come dimora in cui ospitare capi di stato stranieri o altre personalità illustri. Attualmente viene utilizzato solo per pranzi ufficiali o altre manifestazioni di grande spessore.

In pullman, mentre ci rechiamo al palazzo, Fernando ci parla del Bosforo: un tempo non c’era; al suo posto c’era solo un piccolo fiumiciattolo attraverso cui, al termine del periodo delle glaciazioni, una quantità d’acqua enorme dovuta allo scioglimento dei ghiacci si è riversata dal Mediterraneo, con straordinaria portata, travolgendo tutti i primi insediamenti umani (di cui resta qualche traccia nel fondo del mare). Si è formato così il Mar Nero, che in quella catastrofe vedeva alzarsi il livello delle sue acque di ben 20 cm al giorno. Il ricordo di quella terribile calamità ha probabilmente dato vita al racconto del Diluvio universale di cui si parla nei testi più antichi ed anche nella Bibbia. Il Bosforo è caratterizzato da una doppia corrente: in superficie, verso il Mar di Marmara, la corrente procede con una velocità di 3-4 km all’ora facilitando la navigazione in tal senso; in profondità invece si muove in senso inverso e le navi dirette verso il Mar Egeo la sfruttano calando grossi contenitori pieni di pietre.

Lale ci parla poi di Ataturk, l’uomo politico turco considerato il fondatore della Turchia moderna. Il suo vero nome era Mustafà Kemal ma, quando nel 1934 fu abrogata la legge che imponeva di prendere un nome di famiglia, volle chiamarsi Ataturk (padre turco) Kumal (fortezza). Durante la prima guerra mondiale combattè sui Dardanelli mettendo in luce grandi capacità militari e guadagnandosi il titolo di eroe; nel 1920 fu nominato capo della Repubblica turca e rimase al potere fino alla morte. Fu un leader amatissimo in vita e tuttora amato e rimpianto; fu artefice di un radicale rinnovamento e di una profonda modernizzazione del paese sul modello occidentale. Basti ricordare qualcuna delle sue riforme: introduzione dell’alfabeto latino, soppressione dei costumi tradizionali e del fez, riforma scolastica, costruzione di infrastrutture… Ponti, piazze, vie in ogni località della Turchia hanno il suo nome.

Attraversiamo in pullman vari quartieri, come sempre caratterizzati da una unica tipologia di negozi: è la volta dei lampadari prima e delle parrucche poi. Di tanto in tanto vediamo apparire la maestosa Torre di Galata che, con la sua alta struttura cilindrica sovrastata da un caratteristico tetto a cupola, domina la città.

Ed eccoci arrivati; il nome del palazzo significa "Giardino riempito" perché fu costruito sull’area, riempita, di un piccolo porto. E’ una residenza sontuosa, che occupa quasi 60 ettari, costruita in poco più di dieci anni intorno alla metà dell’Ottocento. Il Sultano l’aveva voluta grandiosa, moderna, tale da superare le dimore dei sovrani e dei capi di stato degli altri paesi.

Attraversiamo il giardino, curatissimo (vi lavorano 70 giardinieri), pieno di alberi ad alto fusto; passiamo accanto ad aiole piene di splendide viole ed altri fiori, passiamo accanto ad una grande fontana abbellita da cigni in pietra, vediamo un drappello di soldati che si dirige verso l’ingresso per il cambio della guardia e, dopo aver messo delle soprascarpe di plastica, entriamo.

Lale ci raccomanda di camminare sempre sulle guide rosse poste a protezione dei preziosi parquet tutti intarsiati. Il palazzo ha 43 saloni, una sala da ballo, 244 camere da letto di un lusso incredibile: per decorare gli interni furono impiegate 12 tonnellate di oro e 8 di argento; i mobili, i tappeti, i lampadari, le cristallerie, i quadri … ogni cosa è di incommensurabile valore. Visitiamo la parte più importante del palazzo; i soffitti sono decorati, alle pareti sono appesi grandi quadri (anche di un italiano, Fausto Zanaro, famoso in Turchia), le tappezzerie dei divani e delle tende sono pregiate. Vasellami preziosi in argento e in oro, porcellane, bicchieri in cristallo e in opale sono esposti in alcune vetrine. Impossibile descrivere tutto. C’è la moschea, preceduta dalla stanza delle abluzioni, che ha un grande lampadario di Murano bianco e azzurro; saliamo sullo scalone trionfale che ha il passamano in legno e i pilastrini di cristallo e che è sovrastato da una cupola. Vediamo la sala rossa in cui il sultano riceveva quando indossava l’abito rosso; qui tutto è rosso: le tende, le tappezzerie, i candelieri, il tappeto… Vediamo la biblioteca, la sala di musica con tanti strumenti musicali, il bagno personale del sultano (ovviamente il più raffinato dei sei presenti nel palazzo), tutto in alabastro. Vediamo (siamo nell’harem) l’appartamento della Valide, la sala dei professori tutta in madreperla, una camera da letto con un grande letto, alto, sovrastato da un baldacchino e chiuso da tende. Arriviamo nella grandissima sala da ballo sovrastata da una cupola che esternamente non si vede: il tappeto misura 135 mq, il lampadario (dono della regina Vittoria) ha 750 lampadine, pesa 4,5 tonnellate; per pulirlo, come ci dice Lale, si impiegano tre mesi. La sala ha una superficie di 2000 mq; si ergono maestose 52 colonne; una balconata corre in alto lungo tutta la stanza; è tutto un susseguirsi di stucchi, di decorazioni in oro, di marmi policromi ed intarsiati… Degno di nota è il fatto che tutti gli orologi a pendolo del palazzo siano fermi alle 9,05: è l’ora in cui il 10 novembre 1938, nel palazzo ( per lui avevano montato un ascensore), morì a soli 56 anni Ataturk che vi aveva dimorato negli ultimi sei mesi di vita, assistito da medici personali sempre presenti che non riuscirono a salvarlo dalla grave patologia che lo affliggeva. La sua salma, che ora riposa in un mausoleo ad Ankara, fu esposta nella sala da ballo per l’ultimo saluto della popolazione che accorse in massa.

Usciamo e ci fermiamo ad ammirare il Bosforo lungo il quale si stende una bellissima recinzione: una grata monumentale sorretta da grandi, marmorei pilastri scolpiti. Sono perplessa e pensierosa: il ricordo delle cose appena viste e della visita a Topkapi suscita in me un guazzabuglio di sentimenti. Provo ammirazione per il bello e stupore per l’abilità di chi ha saputo creare tante meraviglie (e di questo ringrazio il Signore) ma tanto sfarzo mi appare inutile, privo di senso; provo rabbia e dolore per i soprusi che in quel sistema hanno dovuto subire tanti uomini e tante donne (le concubine che vivevano quasi sepolte vive ma che erano contente di svilire il loro corpo perché così almeno mangiavano; gli eunuchi; i numerosissimi di ogni ordine e grado che a un cenno del sultano venivano decapitati); ma provo anche rabbia e dolore per il sultano che forse godeva del suo potere supremo, che forse godeva nel vedere tremare anche persone importanti, che per il suo piacere aveva tante fanciulle ai suoi piedi ma che per fare il bagno doveva chiudersi in una gabbia, che temeva sempre di essere ucciso… Anche lui era una vittima del sistema …

Risaliamo in pullman diretti alla famosissima Basilica di Santa Sofia, dalla cupola possente, circondata da quattro minareti, dedicata alla Aya Sofia, cioè alla Sapienza di Dio.

Fernando ci dice che non abbiamo notizie sul diffondersi delle prime comunità cristiane a Bisanzio; sappiamo che Andrea, il fratello di Pietro, è considerato il fondatore di quella chiesa (il cui figlio più famoso è Giovanni Crisostomo) e che nell’ultimo capitolo della Lettera ai Romani Paolo saluta Stachi che ne faceva parte. Ci dice anche che dalla città di Costantinopoli (Costantino aveva fatto di Bisanzio la nuova capitale e le aveva dato il suo nome) proviene la maggior parte delle reliquie famose; da Bisanzio infatti non erano passati né Pietro né Paolo ed era forte la rivalità con Roma che poteva annoverare molti martiri. Le reliquie davano importanza e perciò era fiorito un grande centro di commercio di esse.

Costantinopoli fu sede famosa di importanti concili che cercarono di sanare le aspre e sentite divergenze teologiche molto diffuse nei primi tempi della storia della Chiesa. Ricordiamo in particolare il concilio che nel 381 si tenne proprio nella chiesa di Santa Sofia.

La Basilica, che aveva fatto costruire Costantino in un luogo già sacro per i pagani e che era stata ricostruita da Teodosio dopo un incendio, venne nuovamente incendiata e distrutta durante la rivolta di Nika. La Basilica attuale risale a Giustiniano che, per volere di Teodora, la ricostruì più grande e più bella occupando parte dello spazio dell’Ippodromo: materiali preziosi e marmi pregiati furono recuperati in tutto l’impero, soprattutto dai templi di Efeso, di Delfi, di Atene, di Delo e da quello di Osiride in Egitto.Vi lavorarono 10.000 operai per quasi sei anni. Si racconta che Giustiniano, fiero dell’opera da lui costruita, abbia pronunciato la celebre frase: "Gloria a Dio onnipotente che mi ha considerato degno di questo. Ti ho superato, Salomone!" Ma dopo solo cinque anni la cupola crollò per un terremoto; ne fu allora costruita una più piccola ma più alta. Nel 1054, dopo lo Scisma, Santa Sofia divenne una chiesa ortodossa. A metà del XV secolo, quando i turchi conquistarono Costantinopoli, la basilica divenne una moschea. Vi furono aggiunti i quattro minareti (ai tempi di Giustiniano sulla cupola c’era una croce), la fontana esterna delle abluzioni, i lampadari, i grandi ovali con scritte in arabo, il mirhab posto nell’abside ad indicare la Mecca, il minbar. Nel 1935 fu trasformata in Museo per volere di Ataturk. Lale sottolinea l’importanza e la lungimiranza di tale decisone: la chiesa è così luogo di pace per cristiani e musulmani, sarebbe stata altrimenti occasione di tensioni e di scontri.

Entriamo dalla porta in bronzo da cui, dopo aver deposto la corona ed essersi abbassato al rango di un uomo comune, entrava Giustiniano. Subito ci troviamo davanti uno splendido mosaico: ai due lati della Vergine in trono con il Bambino, si trovano Costantino che offre simbolicamente la città e Giustiniano che offre la basilica ; i due sovrani si rassomigliano, non c’è caratterizzazione somatica dei loro volti; la Madonna poggia i suoi piedi su una pedana d’argento che ben risalta nell’oro circostante.

Usciamo da una delle tre porte della facciata principale, vediamo all’esterno pezzi dell’architrave della seconda basilica, quella di Teodosio, osserviamo l’insieme dell’edificio con i suoi archi esterni aggiunti successivamente per rafforzare le pareti.

Passiamo attraverso l’esonartece, stretto e lungo, e siamo nel nartece; cinque porte danno accesso alla Basilica delle quali la più importante è la porta centrale (da cui entrava la corte imperiale in modo ufficiale), sovrastata dal famosissimo mosaico della Maestà di Cristo (papa Leone VI il Saggio prostrato davanti a Cristo benedicente); sui battenti delle porte c’erano grandi croci in bronzo ma noi vediamo solo la parte verticale perché il braccio orizzontale è stato tolto dai musulmani.

L’interno è caratterizzato da grande leggerezza e raffinata eleganza: la vasta navata centrale, affiancata da due piccole navate laterali, l’enorme cupola (che presenta 40 nervature decorate geometricamente e 40 finestre), le due semicupole laterali, i quattro cherubini a sei ali (due a mosaico e due dipinti) che si trovano sui quattro pennacchi intorno alla cupola, le nicchie minori con le piccole absidi agli angoli della navata centrale conferiscono all’edificio uno slancio verso l’alto difficilmente immaginabile dall’esterno. 107 colonne, alcune provenienti da Baalbeck, dai capitelli finemente lavorati, sostengono l’edificio; il pavimento è fatto da grandi lastre di marmo, ma ai tempi di Giustiniano era in mosaico.

Osserviamo una colonna che nella parte più bassa è ricoperta di metallo; è la cosiddetta Colonna dei miracoli, "la colonna sudante" da cui si dice che stillino le lacrime dei rivoltosi uccisi nell’Ippodromo, lacrime provenienti dalla terra in cui affonda la colonna, lacrime capaci di guarire le malattie della vista. In realtà si tratta di un fenomeno fisico: la colonna per un fenomeno di capillarità trasuda l’acqua presente nella falda sotterranea. Come ci dice Lale, si narra che una volta Giustiniano, colpito da un terribile ed insopportabile mal di testa, sia guarito appoggiando la fronte alla colonna; la tradizione evidentemente continua perché moltissima gente sosta alla base di essa. Nella basilica si trovano numerosi, splendidi mosaici, tutti posteriori alla sconfitta del movimento iconoclasta: immagini della Vergine con il Bambino, di Gesù, di santi, di apostoli, di patriarchi, di imperatori ed imperatrici. Attraverso una rampa interna saliamo sulla balconata su cui un tempo trovavano posto l’imperatore, la corte e gli ospiti illustri; vediamo così da vicino alcuni mosaici tra cui quello di Gesù tra la Madonna e il Battista e vediamo da vicino i capitelli mirabilmente traforati. Una grossa impalcatura, eretta per i restauri, impedisce la vista completa dell’abside con il suo grande mosaico della Madonna con il Bambino tenuto sulle ginocchia. Famoso è anche il mosaico di Cristo tra l’imperatrice Zoe e il marito Costantino IX Monomaco. Ci fermiamo in fondo ad uno dei bracci della galleria; Fernando ci distribuisce un foglietto su Giustiniano e su quanto avvenuto in Santa Sofia e lo commenta. Ci parla dell’Editto con cui l’imperatore (protettore della religione cristiana tale da sancire nel suo Codex l’emarginazione dei pagani e degli eretici) nel 535 auspicava un comportamento irreprensibile da parte dei sacerdoti, indispensabile per assicurare l’armonia tra Chiesa e Stato. Ci parla poi delle rivalità e del disprezzo reciproco che caratterizzavano il rapporto tra gli Occidentali e i Bizantini; ci illustra le numerose differenze che vi erano tra di loro: linguistiche (gli uni non capivano il greco, gli altri non capivano il latino) e liturgiche (in Oriente l’esatta esecuzione del rito era fondamentale e in Occidente no; in Oriente non si studiava la Parola di Dio e non si faceva catechesi e in Occidente sì). Inoltre altre divergenze riguardavano il pane azzimo o lievitato, la barba dei preti orientali (simbolo di saggezza), il celibato del clero, la supremazia che Roma si arrogava. A tutto ciò si aggiungeva un motivo teologico: in Oriente si sosteneva che lo Spirito procedesse solo dal Padre, in Occidente invece anche dal Figlio (il famoso Filioque introdotto a Roma nel Credo).

Fu proprio in questa Basilica che nel 1054 si consumò in modo definitivo lo Scisma di Oriente che spezzò in due tronconi la chiesa cristiana. Il 16 luglio 1054 il cardinale Umberto, capo della legazione inviata dal papa Leone IX, gettò sull’altare la bolla di scomunica nei confronti del patriarca bizantino Michele Cerulario; il popolo insorse, il patriarca convocò un Concilio in cui scomunicò il papa: lo scisma era ormai definitivo. La rissosità dei delegati papali è resa evidente dal tono della sentenza contro il Cerulario che a sua volta aveva reso molto difficili i rapporti con Roma: aveva infatti chiuso alcune chiese ed iniziato una campagna di diffamazione verso Roma; voleva palesemente una assoluta indipendenza dal papa. Quattro secoli dopo, nel Concilio di Firenze, sembrò che si potesse raggiungere nuovamente l’unità ma si trattò di una breve speranza.

Poco più di quaranta anni fa il papa Paolo VI e il patriarca Atenagora firmarono una dichiarazione: deploravano le tensioni e le offese che avevano portato allo scisma, cancellavano le sentenze di scomunica e invocavano l’aiuto dello Spirito Santo affinché si tornasse ad un’unica Chiesa. Alla fine Paolo VI in atto di piena umiltà si inginocchiò e baciò i piedi di Atenagora; purtroppo però da allora non sono stati fatti altri passi avanti

E’ tardi; dobbiamo tornare velocemente al pullman senza poterci fermare, come vorremmo, a contemplare lo splendore di questa basilica: gli aerei non aspettano …

Mentre ci dirigiamo verso l’aeroporto Fernando ringrazia a nome di tutti Lale, Murat che definisce nostro Schumacher, ed Emin. E poi ci legge quella preghiera biblica che non c’è stato tempo di leggere in Santa Sofia, una preghiera in cui Salomone elogia la Sapienza e la chiede a Dio. Fernando auspica che questo viaggio, giunto ormai alla sua conclusione, sia servito a farci assimilare un po’ di più di questa Sapienza di Dio che è Cristo.

Costeggiamo il Bosforo e lo salutiamo: numerose navi sono in fila in attesa di entrarvi, sulla scia di una nave in movimento si vedono affiorare i dorsi di alcuni delfini. Siamo ormai nei pressi dell’aeroporto; Lale si ricorda che le era stata chiesta la ricetta dell’ottimo passato di lenticchie che abbiamo più volte gustato e così, velocemente, la dà: ci affrettiamo a scriverla. Trova anche il tempo, mentre il pullman accosta al marciapiede di leggerci un’ultima poesia di un poeta turco: Per voi fratelli … tutto per voi …

Il nostro cammino in Turchia, terra di archeologia e culla di antiche comunità cristiane, in cui hanno camminato e svolto la loro attività evangelizzatrice Giovanni, Paolo, Barnaba e tanti altri testimoni del Vangelo agli albori del cristianesimo, terra in cui sorgevano le sette città a cui sono indirizzate le sette lettere dell’ Apocalisse, è finito. Mentre l’aereo ci riporta in Italia dal profondo del mio cuore nascono tanti grazie: grazie al Signore che mi ha offerto questa magnifica occasione; grazie a questa terra e ai suoi abitanti che ci hanno ospitato; grazie a Fernando che ancora una volta con grande competenza ci ha fatto amare la Parola e ci ha aiutato a fare un passo avanti verso Cristo; grazie a Lale, la nostra guida locale preparata e disponibile; grazie a Murat, il nostro autista capace e discreto; grazie ad Emin, vero amico, prezioso e carissimo accompagnatore, e a sua moglie Anna che tanto ha lavorato per questo viaggio; grazie a Dianora che tante energie ha profuso per organizzarlo; grazie a questi splendidi compagni di viaggio che con il loro affetto, la loro accoglienza ed attenzione ancora una volta mi hanno fatto capire che il regno di Dio c’è su questa terra e me ne hanno fatto assaporare la bellezza …

L’aereo è atterrato e ora siamo in pullman diretti a Monza. Fernando ci chiede di esprimere le nostre riflessioni scaturite dalla visita alle due dimore dei sultani. Molti lo fanno e da parte di tutti emerge una cosa: la bellezza fine a se stessa di tante cose o il valore materiale di tanti oggetti o pietre preziose ci lascia, pur ammirandola, indifferenti; ci coinvolge di più il pensiero della violenza e delle sopraffazioni perpetrate entro quelle mura. Ma, come qualcuno fa notare, non è a quello che ci dobbiamo fermare: anche oggi, anche in Italia troppe persone sono vittime di soprusi, di sfruttamento e di violenza, magari proprio sotto i nostri occhi; è su questo che dobbiamo riflettere ed è su questo che dobbiamo impegnarci. Conclude Fernando dicendo che dalle nostre parole sente che siamo riusciti a vedere oltre l’apparenza delle cose, che forse, come per lui, anche per noi quei ruderi di Troade che il Signore ci ha lasciato perché vi celebrassimo l’Eucarestia sono più belli di ogni Topkapi o di ogni palazzo Dolmabahce.

Il pullman entra nella città di Monza ed io ripenso a questi giorni così belli e così intensi, ripenso a tutte le cose che ho visto e a tutte le parole che ho ascoltato; cerco di capire quali e quante ore dovrò rubare ai miei impegni quotidiani per rielaborare i miei corposissimi appunti di viaggio mentre nella memoria ancora sono vive le emozioni e freschi i ricordi.

Così mi vedo già a computer, a rivivere i momenti passati in Turchia e a cercare di scrivere tutto ciò che ha reso il nostro viaggio spiritualmente e culturalmente eccezionale e penso con tanta tristezza che questa volta la mia cronaca non aiuterà Elisabetta a montare il filmino del viaggio …

Certo non ti serviranno materialmente queste mie pagine ma io ugualmente con tanto affetto le dedico a te, carissima Eli (come mi veniva spontaneo chiamarti sebbene gli altri ti chiamassero Betty), a te che ci hai accompagnato in questo viaggio anche se in una dimensione che sfugge ai nostri sensi, a te che sei andata avanti e sei già tra le braccia del Padre, a te che ci hai dato una forte testimonianza di amore per la vita, di coraggio e di fede.

Mirella