IN SIRIA SULLE ORME DEI PRIMI CRISTIANI

Diario di Mirella Ascione

Meta del viaggio è la Siria, terra delle nostre origini, terra promessa ad Abramo assieme alla Palestina con la quale, ai tempi di Gesù, costituiva un’unica area omogenea.

Obiettivo del viaggio è un ritorno alle origini, alla scoperta delle nostre radici di cristiani allo scopo di diventare più consapevoli di chi siamo e quindi capaci di dare un senso nuovo e più profondo alla nostra vita.

In due incontri preliminari Fernando ci ha preparato a questo viaggio studio in cui gli aspetti archeologici, storici e religiosi sono profondamente compenetrati. Visitando la Siria, che fu terra accogliente per i primi cristiani perseguitati, vedremo, attraverso i reperti archeologici, come il cristianesimo era ben radicato, parleremo dei problemi delle prime comunità cristiane del luogo, cercheremo di capire i rapporti tra il cristianesimo e la religione musulmana e ci chiederemo perché in quella zona il cristianesimo è scomparso.

Il verbo che ci accompagnerà lungo tutto il nostro cammino in Siria sarà il verbo ASCOLTARE e noi torneremo sapendone di più proprio attraverso l’ascolto di un popolo diverso da noi, di una religione, di una situazione storica geografica politica e sociale diversa dalla nostra.



Primo giorno:

Milano – Damasco

Nel tragitto dall’aeroporto verso Damasco, la più antica capitale del mondo ancora abitata, a 800 mt sul livello del mare, ai piedi delle montagne dell’Antilibano, la nostra guida locale, un giovane siriano che ha vissuto molti anni in Italia, ci dice che i siriani chiamano la città Sham dal nome del fondatore, il figlio di Noè. È circondata da un’oasi, ora soffocata dalla cementificazione, e poi dal deserto, una steppa aridissima che in primavera dopo le piogge diventa verde e fiorita di papaveri e fiordalisi.

La Siria è un paese per metà desertico ed abitato da beduini; un quarto della popolazione di tutta la Siria vive o lavora a Damasco. La religione più diffusa è quella musulmana, c’è una significativa percentuale di popolazione cristiana e una piccola minoranza ebraica.

Arriviamo al punto panoramico sul monte Kassioun da cui si gode una vista eccezionale di Damasco. È una serata dolcissima, sulla nostra testa splende la luna, una mezza luna perfetta; la vista di Damasco è imponente e suggestiva.

Al buio, sotto un lampione, Fernando legge e commenta il capitolo quinto del secondo libro dei Re; è il brano che parla di Naaman il siro, proprio di Damasco, malato di lebbra, della sua schiava israeliana e di Eliseo che lo guarisce.

Osserviamo dall’alto i punti più importanti della città, vediamo tantissimi minareti illuminati con luce verde (il colore preferito in tutto il Medio Oriente perché ricorda l’acqua, la vita, le oasi) e quelli della moschea degli Omayyadi che hanno luce arancione; non a caso Damasco è detta la città dai mille minareti. Ci sono 270 moschee, circa 90 chiese cristiane (di rito latino, ortodosso, melchita) e tre sinagoghe.

Dopo cena abbiamo un incontro con Fernando che ci presenta il programma del giorno seguente. Si sofferma poi sulla figura del Battista, il santo forse più amato dai fedeli di ogni paese e del qualesi conservano moltissime reliquie; una di esse si trova proprio nella moschea Omayyade che visiteremo domani.

Recitiamo il Padre Nostro secondo la Didakè (il catechismo scritto ad Antiochia verso il 65 d.C., quindi anteriore allo stesso vangelo secondo Matteo, composto nella stessa città) cantando l’acclamazione finale: "Tuo è il regno, Tua la potenza e la gloria nei secoli"; d’ora in poi, ogni giorno, lo pregheremo sempre così.



Secondo giorno:

Damasco

La giornata comincia con un momento di preghiera: recitiamo a cori alterni una preghiera di Efrem il siro e poi il Padre Nostro.

La prima tappa è il Museo: l’entrata è la facciata di un palazzo del deserto situato ad Ovest di Palmira, smontata pietra per pietra e ricostruita qui. Era un caravanserraglio del VII secolo che aveva una struttura rettangolare con unica porta di accesso e un cortile centrale su cui si aprivano le porte delle stanze. Era un caravanserraglio di lusso che al suo interno aveva moschea, pozzo, riserve di fieno per gli animali…

Ammiriamo vetrine con gioielli, armi, scimitarre, maglie di ferro; nella sala dedicata a Mari, il più antico insediamento della mezza luna fertile, mi colpisce il plastico originale di una casa di 4000 anni fa: la casa è senza finestre, ha un’unica porta, è quadrata al centro e circolare all’esterno. Vediamo la statua di uno Shakanaku, un sovrano intermediario tra la divinità e l’uomo: è calvo, ha la barba fluente, le mani sono raccolte al petto in preghiera.

Interessantissime sono le sale dedicate ad Ebla ( con reperti di più di 4000 anni fa) e ad Ugarit, città che risale a 3700 anni fa. Vediamo una tavoletta originale, piccolissima, con incise trenta lettere: sono quelle del primo alfabeto conosciuto.

In pullman percorriamo la circonvallazione esterna della città vecchia; sui muri perimetrali di qualche palazzo vediamo esposti tappeti colorati in vendita.

Ci fermiamo davanti alla porta romana, murata, che è diventata la facciata della Cappella di San Paolo. In questo punto i cristiani calarono dalle mura della città, in una cesta, Paolo quando gli ebrei volevano ucciderlo. Fernando legge tre brani degli Atti su Paolo e su questo episodio.

Attraverso la porta Orientale, quella da cui passò Paolo guidato per mano, perché non vedeva nulla, diretto alla casa di Anania, entriamo nella città vecchia e per raggiungere quella casa, ora trasformata in cappella, percorriamo i primi quattro metri del decumano, la via recta. La tradizione vuole che qui Paolo sia stato battezzato ed abbia riacquistato la vista.

A piedi, attraversando il quartiere cristiano, ci rechiamo alla moschea Omayyade, un luogo di culto sin dai tempi più antichi. Sull’antico tempio di Zeus i bizantini costruirono una basilica, dedicata a S. Giovanni Battista, che gli arabi trasformarono in moschea nel VII secolo.

A piedi nudi, entriamo nel cortile: nel centro c’è la fontana delle abluzioni e ai lati la Cupola degli orologi e la Cupola del tesoro in cui veniva custodito il denaro delle elemosine; la sua porta di accesso ha ben sette serrature le cui chiavi erano custodite da sette persone diverse. I minareti sono tre, uno di essi è il minareto bianco di Gesù da cui, il giorno del giudizio, il Salvatore (secondo i musulmani non crocefisso, non morto, non risorto, ma asceso al cielo) scenderà per salvarci.

Entriamo nella grande sala di preghiera e ci avviciniamo alla tomba del Battista; qui ha pregato il Papa durante la sua visita pastorale in Siria. Ci sediamo in cerchio sui tappeti e Fernando ci parla dell’importanza del dialogo tra cristiani e musulmani; ci dice che è fondamentale conoscersi.

Prima di cena celebriamo l’ Eucarestia come la celebravano i primi cristiani di Antiochia, seguendo la Didakè. Il tema delle letture è l’illuminazione: sia quella che ha trasformato Paolo da persecutore in apostolo sia quella di Bartimeo.



Terzo giorno:

Damasco – Sydnaya – Maalula – Krak dei Cavalieri – Tartus – Arward – Lattakia

Siamo diretti a Sydnaya, parola che significa Nostra Signora; lì si trova il grande monastero mariano di rito ortodosso, visitato anche dai musulmani, a cui si recava anche la sorella di Maometto. Fernando introduce la visita al santuario parlandoci di Maria nel Corano; mi colpisce particolarmente la nascita di Gesù: Maria partorisce all’aperto, nei pressi di una palma, e il Bambino la consola offrendole acqua sorgiva e datteri freschi.

Visitiamo il santuario, in cui si conserva una bellissima icona di Maria dipinta da S. Luca (l’autore del Vangelo dell’infanzia che è anch’esso icona di Maria): si sta concludendo una celebrazione religiosa. Regna la tipica atmosfera delle chiese ortodosse: incenso, candeline, lampadari accesi, moltissime icone, splendida iconostasi, altare che appare dietro l’iconostasi. Prevalgono il colore azzurro delle volte e l’oro delle icone.

Senza scarpe, in religioso silenzio, entriamo nella cappellina buia in cui si venera l’icona. Dal soffitto pendono turiboli spenti, le pareti sono piene di icone scure e di ex voto (gioielli, gambe, piedi, mani che sono simbolo di vita…); il pavimento, a mosaico di vetro, è coperto da tappeti.

Arriviamo a Maalula, ove ancora si parla l’aramaico, la lingua di Gesù.

In questa zona piena di grotte, abitate un tempo da eremiti, proprio là dove il Santo viveva o predicava, si trova la chiesa, di rito melchita, dedicata a San Sergio, il primo martire siriano.

Si entra nel luogo sacro attraverso una porta volutamente piccola per impedire l’accesso ai cavalieri a cavallo e per imporre l’inchino devozionale. Era un antichissimo tempio pagano, di cui rimangono capitelli antichi e soprattutto un altare semicircolare, di forma pagana, unico al mondo ad essere utilizzato in una chiesa cristiana. Un frate recita il Padre Nostro in aramaico.

Ci dirigiamo verso la grotta di Santa Tecla, figlia di un generale romano pagano, vissuta nel II sec. Illuminata da Paolo, Tecla si convertì e, perseguitata dal padre, si rifugiò a Maalula. Ma la montagna davanti a lei era chiusa; Tecla pianse e le sue lacrime fecero aprire la roccia e sgorgare una sorgente che allagò il passaggio impedendo agli inseguitori di raggiungerla.

Percorriamo a piedi questo passaggio incassato tra due alte pareti di roccia tormentata da fori, incisioni e grotte con affianco un rivolo di acqua corrente. Salendo una lunga scalinata arriviamo alla grotta in cui è sepolta Tecla e dove c’è la sorgente di acqua miracolosa.

In pullman, mentre ci dirigiamo ad Homs, l’antica Emesa romana, che ha dato i natali a Giulia Domna, moglie di Settimio Severo, e all’imperatore Eliogabalo, Fernando ci parla dell’importanza dell’incenso per gli orientali; poi la guida ci parla di Maometto, degli episodi miracolosi che hanno accompagnato la sua vita, del Corano e dell’importanza del numero diciannove: il primo verso del Corano ha diciannove lettere, i nomi di Allah e di Cristo sono ripetuti un numero di volte divisibile per diciannove, senza resto, e lo stesso vale per le singole lettere dell’alfabeto…

Arriviamo al Krak dei Cavalieri, la possente fortificazione crociata degli Ospitalieri di Malta della fine del X secolo, ancora ben conservata; il castello si trova a 650 mt sul livello del mare ed è costruito su una piattaforma rocciosa. È costituito dalle mura esterne su cui si innalzano ben tredici torri e dalle mura interne con l’edificio centrale; le due parti erano separate da un ampio e profondo fossato su cui si abbassava un possente ponte levatoio. Il Saladino, grande eroe per gli arabi, feroce per i cristiani, dopo aver sconfitto i crociati e conquistato Gerusalemme, cercò di espugnare il Krak. Ma dovette rinunciare perché, dopo essere penetrato nella prima cinta, si trovò davanti numerose altre linee di difesa ancora più robuste.

Vediamo la Torre della Principessa che nascondeva il ponte levatoio; vediamo le scuderie con scolpiti nella pietra i fori per legare i cavalli, i magazzini con orci in terracotta, un pozzo profondissimo, la cucina in cui si poteva usare un tegame di cinque metri di diametro, la grande sala riunione, i dormitori, le latrine, la cappella poi trasformata in moschea.

Arriviamo a Tartus dove ci imbarchiamo per l’isola Arward, un’isola di grande importanza strategica, ultimo avamposto conquistato dai musulmani. A gruppetti facciamo il giro dell’isola; vediamo reti di pescatori, scheletri di barche in costruzione, resti di fortificazioni e povere case.

Andiamo poi a Lattakia, la città fondata da Seleuco che la chiamò così dal nome della madre.

Dopo cena Fernando ci prepara alla visita di Ugarit; poi spiega il Salmo 19 che recitiamo a cori alterni.



Quarto giorno:

Lattakia – Ugarit – Apamea – Ebla – Aleppo

Siamo diretti ad Ugarit, città dalla posizione felicissima, stretta tra due fiumi quasi paralleli, con il mare vicino e le montagne che fermano i venti del deserto. Vediamo all’ orizzonte il monte Tzafon, che significa nord, su cui dimorava il dio Baal. La città è di forma circolare, con l’acropoli e la parte bassa; non vi sono stati fatti lavori di restauro, quello che vediamo è tutto originale; gli edifici avevano le fondamenta e il primo piano in pietra, il resto era in legno e fango ed ovviamente non ne è rimasto nulla. Visitiamo il palazzo reale, vediamo un cortile monumentale, un altare per i sacrifici, dei pozzi, la piscina, vari canali di scarico.

Vediamo le pareti inclinate di una camera funebre chiuse da sette pietre a chiave di volta: è il primo arco inventato dall’uomo; passiamo nel quartiere residenziale e in quella che probabilmente fu la dimora di un nobile. Guardiamo stupiti una vasca eccezionale: è enorme, ha la forma di una tazza con bordi e manici ed è scolpita in un blocco monolitico. Entriamo nella casa di Rapanou, lo scriba, in cui sono state trovate molte tavolette.

Saliamo poi in cima all’acropoli dove ci sono i resti, molto rovinati, del tempio di Baal. Il panorama è magnifico; a terra c’è una pietra nera: è un’ancora, un ex voto lasciato come ringraziamento per il ritorno a casa da un commerciante o da un marinaio.

In pullman Fernando completa la visita di questa città, che risale a 1700 anni prima di Cristo, parlandoci di Baal e dei miti ugaritici.

Siamo diretti ad Apamea, che prende nome dalla moglie di Seleuco, il suo fondatore; sorge su un altopiano e domina la valle dell’Oronte, offrendo un panorama magnifico.

Vediamo un campo in cui il cotone è stato già raccolto: rimangono gli arbusti, rossi e secchi, che saranno utilizzati per scaldare e per cuocere il pane; vediamo alcune tende di nomadi, le foglie larghe delle piante di tabacco, i fiocchi candidi del cotone non ancora raccolto.

La guida ci parla della religione musulmana e dei suoi cinque pilastri, del Corano, della preghiera da fare cinque volte al giorno ( non sempre alla stessa ora, ma seguendo i ritmi del sole), dell’importanza per una donna della scelta irreversibile di portare il velo.

Siamo arrivati ad Apamea, città di grande importanza militare che raggiunse il massimo splendore con i romani nel II sec d.C.; entriamo dalla Porta Nord e cominciamo a percorrere il cardo, quel cardo larghissimo (trentasette metri), lungo due km ai cui lati si susseguono due file parallele di colonne, in asse perfetto. Sono colonne del periodo romano, erette su basamenti del tempo di Seleuco, alcune delle quali presentano particolari scanalature a spirale.

Arriviamo ad Ebla, città che risale a più di 4000 anni fa, la cui scoperta è il vanto di una missione archeologica italiana; la nostra guida ha partecipato ai lavori di scavo e ce ne parla con passione. Nel 1975 nell’archivio reale sono state trovate 17000 tavolette e tuttora si susseguono importantissime scoperte.

Il terreno del sito è stato tutto quadrettato in settori, per catalogare esattamente i vari reperti. Visitiamo, nel settore Q, il palazzo del principe ereditario che ha alla base pietre originali, perfette, di dimensioni enormi (circa 4 metri per 2,5) tagliate ad angolo retto; al di sotto del palazzo si trovavano le sale circolari della necropoli.

Bellissimo è il Palazzo reale G, risalente al 2400 a.C., le cui pareti si innalzavano fino a venti metri di altezza. Il cortile è enorme, la scala reale è magnifica, sotto c’è la necropoli. Le tavolette erano poggiate su scaffali e l’incendio, fatto appiccare allo scopo di distruggerle, le ha invece cotte e conservate; sulla pavimentazione originale si vede il nero lasciato dall’incendio.

Vediamo gli scavi fatti due o tre settimane fa, vediamo la parte destra del palazzo così come è apparsa agli archeologi, vediamo blocchi di pietra a forma di parallelepipedo perfetto, non enormi ma numerosissimi, vediamo quattro vasche in pietra; su un mattone a crudo sono evidenti i segni delle dita dell’operaio che circa 4000 anni fa lo ha lisciato.

In pullman, verso Aleppo, città antichissima da cui è passato Abramo, in cui è sepolto Zaccaria, Fernando spiega il salmo 48; recitiamo questo salmo e il Padre Nostro.

Stasera il programma prevede il giro turistico di Aleppo.

La città illuminata è bellissima; passiamo davanti alla città universitaria e vediamo frotte di giovani diretti a una moschea, attraversiamo quartieri residenziali, mi colpisce particolarmente l’insieme di una moschea e di una chiesa illuminate. L’isola pedonale è affollatissima, ci sono negozi aperti, bancarelle, venditori di tamarindo; si diffonde il profumo del croccante.

Lo spettacolo della cittadella illuminata è stupendo; passiamo davanti al vecchio Hotel Baron; è famosissimo perché vi hanno dormito Laurence d’Arabia e Agata Christie.



Quinto giorno:

Aleppo- San Simeone - Città morte - Aleppo

Mentre ci rechiamo in pullman al Museo, piccolo ma ricchissimo, la guida ci parla dell’origine del nome di questa città, che gli arabi definiscono Al Shahaba, la rossa. Una leggenda narra che Abramo, dopo aver saputo che Sara era incinta, si fermò qui e munse la sua mucca rossa che dette tanto latte da dissetare tutto il popolo. In arabo halab significa mungere e shahaba significa rossa: da qui Aleppo la rossa.

La prima sala del Museo è dedicata a reperti della preistoria; nella sala dedicata a Mari vediamo la bellissima statua della dea con il vaso dell’acqua zampillante; in quella dedicata ad Ugarit mi colpisce in modo particolare un’ascia la cui impugnatura è lavorata in bronzo e oro con grande raffinatezza; nella sala di Ebla guardo stupita la busta di argilla usata per spedire le tavolette.

Ci rechiamo poi alla Cittadella; la collina su cui sorge è stata solidificata con delle colonne antiche poste orizzontalmente nella parte bassa del pendìo; se ne vedono le sezioni terminali.

Le fortificazioni più antiche risalgono al IV sec a. C., all’epoca di Seleuco,ma quelle che noi vediamo sono dell’epoca dei Mamelucchi (XIII-XV sec). Visitiamo la fortezza ed entriamo nella piccola moschea, ora sconsacrata, di Abramo.

Ci rechiamo poi alle rovine della basilica di San Simeone lo stilita e Fernando ci prepara alla visita parlandoci del monachesimo che, sbocciato in Egitto alla fine del terzo secolo, un secolo dopo cominciò a diffondersi in Siria.

Il monachesimo in questo periodo era caratterizzato da un forte radicalismo evangelico e da rigorismo ascetico: vi erano gli Stazionari che stavano in piedi giorno e notte, i Reclusi che si facevano murare in una torre, i Saloi che si fingevano pazzi per essere disprezzati, gli Stiliti che si facevano innalzare tra cielo e terra su una colonna…

In Siria ci sono quarantaquattro colonne: Simeone fu il primo stilita. In realtà la colonna gli serviva come luogo di predicazione; poi nacque la leggenda che vi abbia vissuto in cima per trentanove anni.

Visitiamo i resti della Basilica a grande croce greca: quasi quattro chiese unite da una cupola ottagonale (l’ottagono è simbolo di equilibrio e di resurrezione) posta al centro, sopra la colonna. Della colonna non rimane quasi nulla: i fedeli l’hanno portata via tutta, come reliquia, sassolino per sassolino.

È tardi e dobbiamo arrivare alla città morta in tempo per ammirare la piana di Antiochia dall’alto prima che scendano le tenebre; il sole, rosso fuoco, cala velocissimo verso l’orizzonte.

Siamo vicini alla frontiera turca, il paesaggio è estremamente brullo.

Ora a destra, ora a sinistra vediamo i ruderi di antiche città morte e immaginiamo queste antiche città bizantine, color pietra, durante i pellegrinaggi. Nel triangolo tra Antiochia, Aleppo ed Apamea, tra il secondo e il settimo secolo, ne fiorirono tantissime e i loro ruderi ne testimoniano l’ importanza.

Arriviamo alla nostra meta, la città morta di Baqirha, quando il sole è tramontato ma c’è una splendida luna che illumina i ruderi della chiesa e la grande pianura di Antiochia. Ammiriamo la bellezza del luogo, respiriamo il senso di pace che vi regna; Fernando ci parla dell’architettura di questa chiesa, assai simile a quelle delle altre città morte.

Ripartiamo ma dopo poco c’è una nuova sosta: è una sorpresa. Siamo sulla strada romana, di cui rimangono quattro chilometri, che collegava Apamea ad Aleppo; scendiamo dal pullman e camminiamo su quella strada su cui passò Zenobia, regina di Palmira, prigioniera, incatenata con catene d’oro.



Sesto giorno:

Aleppo - Eufrate - Rasafa - Palmira

La giornata inizia con una preghiera ecumenica: i novantanove epiteti di Dio Allah, letti dalla nostra guida – un musulmano – tradotti e commentati da Fernando – un sacerdote cattolico. Tutti iniziano con l’articolo Al.

Comincia la lode: Il più compassionevole… Colui che protegge… Colui che ama… Colui che è sensibile… Colui che risuscita…; sono epiteti che parlano solo di amore, pace, misericordia, riconciliazione.

Diretti al fiume Eufrate, in pullman percorriamo a ritroso la strada fatta da Abramo.

Rispondendo a domande che gli erano state fatte, la guida, quasi come se raccontasse una favola, ci parla della vita nel suo paese, degli stipendi che percepiscono i lavoratori, della necessità per molti capifamiglia di avere un doppio lavoro, dei problemi portati dal calo del turismo, del servizio militare che prevede anche sei mesi nel deserto, della organizzazione scolastica, del perchè tutti gli studenti portano la divisa: almeno a scuola, il più povero dei poveri e il più ricco dei ricchi sono uguali. Ci dà queste informazioni inserendole in una storia familiare, quasi una favola: quella di un ipotetico Abdullah, figlio di un commerciante; parte da quando, a sette anni, comincia a frequentare la scuola; finisce con la sua laurea in Economia e Commercio e il suo servizio militare.

Arriviamo alle pulitissime e limpidissime acque dell’Eufrate, il fiume padre, culla di civiltà.

Fernando legge e commenta il Salmo 137, "Sui fiumi di Babilonia/ là sedevamo piangendo…"

Cespugli di canne si protendono nelle acque, la sabbia è di un colore ocra bellissimo, ci sono sassi dal colore chiaro arrotondati dal fluire delle acque: percepisco e assaporo tutta la prodigiosa bellezza del posto… Un sole tiepido accarezza le nostre spalle, un venticello leggero fa stormire le foglie, lieve è lo sciabordìo delle acque.

In questa atmosfera magica e quasi irreale recitiamo il Padre Nostro.

Siamo ora arrivati alla città morta di Rasafa, detta anche Sergiopoli: qui si rifugiarono Sergio e Bacco, generali romani, perseguitati; qui conobbero e convertirono Giulia Domna, la moglie di Settimio Severo; qui San Sergio, San Bacco e Santa Giulia furono decapitati.

L’oasi di Rasafa era stata un tempo un importante centro di controllo del deserto, una sosta obbligata per le vie carovaniere; divenne poi centro di culto del martire San Sergio e vi fu costruita una imponente basilica. Gli attacchi dei persiani e successivamente dei musulmani e infine dei mongoli annientarono la città; il prosciugarsi dell’acqua sorgiva portò alla desertificazione dell’oasi.

La città è tutta costruita in mica, pietra locale, friabile e durissima allo stesso tempo, difficilissima da lavorare; con i raggi del sole la si vedeva luccicare a distanza.

Camminiamo sul cardo tra i riflessi della mica e arriviamo all’ingresso della Basilica del Martyrion con pianta a quadrifoglio; visitiamo poi la Basilica di S. Sergio a cinque navate.

In pullman la guida ci legge una poesia sulla rosa del deserto simbolo di immortalità, simbolo sacro per i beduini: la poesia è bellissima, le parole sono pronunciate con profondo sentimento; mi sento anch’io parte del deserto che sto attraversando.

Arriviamo all’oasi di Palmira, la bellissima città ricca di sorgenti d’acqua, tappa fondamentale per le vie carovaniere; nata nel V sec a.C., raggiunse il suo massimo splendore tra il II e il III secolo dopo Cristo.

Palmira, toccata dalle carovane che attraversavano il deserto, divenne sempre più ricca ed importante e formò, con un certo eclettismo, una sua lingua, una sua cultura, una sua religione. La città venne distrutta nel 273 da Aureliano, il vincitore di Zenobia, la splendida e giovane regina che aveva osato sfidare l’impero Romano e dichiarare la propria indipendenza da Roma.

Ci dirigiamo al tempio di Baal; sulla strada si aprono vari negozi che hanno caschi di datteri appesi fuori. All’esterno del tempio ci sono cammelli coperti da gualdrappe, pronti per i turisti che vogliano fare un giro a dorso di cammello.

L’ingresso è nei pressi della porta laterale attraverso cui entravano gli animali per i sacrifici e sono subito sopraffatta dalla vastità e dall’imponenza di questo tempio, costruito intorno al 50 a.C., che a distanza si vedeva scintillare per tutto l’oro che lo ricopriva.

Qui, duemila anni fa, il sette aprile, primo giorno di primavera, ogni anno iniziava un rito che durava sette giorni; nell’ultimo giorno sull’altare venivano sgozzati gli animali e un fiume di sangue riempiva il canale di scolo, profondo più di due metri. Il sangue veniva cotto e offerto a Baal che se ne nutriva. La carne degli animali veniva data in piccola percentuale al pellegrino che aveva offerto il sacrificio; un’altra percentuale era riservata ai sacerdoti, il rimanente era distribuito ai numerosissimi poveri, provenienti da ogni dove per essere sfamati.

Dopo aver visitato il sito, da un punto sopraelevato ammiriamo uno splendido panorama dell’oasi: è tutto un susseguirsi, un accostarsi di palme e di olivi.

Iniziamo la visita del colonnato, partendo dal grande arco monumentale. Ammiriamo le magnifiche decorazioni dell’arco, percorriamo il decumano fino al Tetrapilo: quattro colonne di granito rosso, una sola delle quali originale, dono di Cleopatra a Zenobia.

È scesa la sera, facciamo una passeggiata tra le rovine rimandando la visita a domani.

Prima di cena ci riuniamo per un momento di riflessione con Fernando; ci parla della crescita, dello sviluppo, dei problemi della comunità cristiana di Antiochia, del dissidio tra i tradizionalisti e gli innovatori sull’opportunità di imporre ai pagani, che si convertivano, tutte le tradizioni giudaiche. Poi ci legge parte di un’omelia pronunciata, dal bema, da San Giovanni Crisostomo: è un commento al Salmo 49, versetti 17 e 18, sulla ricchezza.



Settimo giorno:

Palmira – Bosra – Damasco

Riprendiamo la visita di Palmira che l’oscurità aveva interrotto e muoviamo di nuovo i nostri passi sul decumano fiancheggiato dalle maestose colonne. Vediamo le rovine del tempio di Nabu, il messaggero di Baal, poi quelle delle terme che erano vaste e imponenti la cui acqua, calda e sulfurea, era addolcita da essenze orientali, rose e gelsomini.

Arriviamo al teatro, ben conservato, in cui trovavano posto 3000 spettatori e che fungeva anche da tribunale; era inoltre il luogo in cui veniva controllata la quantità e la qualità delle merci delle carovane e in cui venivano fissati i prezzi.

La guida ci parla di Zenobia: quando fu catturata da Aureliano aveva ventotto anni, l’imperatore si innamorò di lei e le fece costruire una villa a Tivoli, città ricca di acque sulfuree; morì dopo pochi anni forse suicida, forse di dolore e di nostalgia della sua terra, forse per il freddo di Roma…

Siamo ora nella zona del Senato, passiamo poi per l’Agorà: soffia un vento fortissimo.

Visitiamo le sale del Museo: vediamo cippi e lapidi funebri, oggetti di uso quotidiano.

Ci rechiamo poi alla necropoli e visitiamo due tombe: la Torre di Elhabel, governatore della città nel 104 d. C., e l’Ipogeo dei Tre fratelli.

Le tombe a torre erano alte quattro o cinque piani, il pianterreno era il più importante e il più bello e vi trovavano sepoltura il proprietario e i suoi familiari; nel sotterraneo si trovavano le tombe dei servi. I loculi dei piani superiori venivano venduti e, nell’ultimo piano, affittati a persone estranee alla famiglia. I poveri venivano sepolti all’esterno, in fosse coperte da lapidi o cippi.

L’altro tipo di tomba, quella ad ipogeo, era scavata nel terreno; quella dei Tre fratelli è stata scoperta negli anni ’60 e restaurata recentemente. Consta di quattro sale disposte in modo da formare una lettera T capovolta; ha degli affreschi bellissimi che purtroppo stanno perdendo il colore a causa dell’umidità e della luce.

In pullman Fernando spiega il Salmo 107: commercianti, marinai, persino ladri, salvati dai pericoli della steppa, del mare, della malattia, della prigione si recano al tempio di Gerusalemme per ringraziare il Signore. Recitiamo questo salmo a cori alterni.

Durante il viaggio verso Bosra la guida ci racconta il seguito della storia dell’ipotetico Abdullah e della sua famiglia; oggi ci parla del fidanzamento e delle nozze del giovane: è un modo bellissimo per farci conoscere la realtà, gli usi della sua gente.

Arriviamo a Bosra, una tipica città romana, costruita da Traiano in basalto vulcanico, una pietra durissima e nera, sui resti di un’antica città nabatea.

Visitiamo la Cittadella araba, costruita subito dopo quella di Aleppo e dallo stesso architetto, utilizzando architravi, frontoni, portoni di accesso della città romana. Anche qui vediamo susseguirsi varie porte, anche qui ci sono feritoie per lanciare frecce e fori per l’olio bollente, ma la parte più alta riserva una sorpresa straordinaria: c’è un teatro romano, ben conservato, veramente splendido. Siamo in cima alle gradinate, piuttosto ripide, divise in tre settori con numerosi accessi separati, in cui trovavano posto ben 15000 spettatori. Gli arabi non lo utilizzarono come teatro perché gli spettacoli teatrali non rientravano nella loro cultura e lo usarono come scuderia. Per dare prova della loro forza e del loro potere lo circondarono in soli tre anni con nove torri poggiate all’esterno: così il teatro diventò una cittadella.

Visitiamo poi la città romana, una città viva, ancora abitata.

Entriamo dalla porta occidentale sormontata da un bellissimo arco romano, la porta del vento perché attraverso di essa il vento soffia impetuoso. Percorriamo il decumano, entriamo nelle terme e ne visitiamo le rovine; il sole sta tramontando e contemporaneamente da tre minareti sentiamo la voce dei muezzin. C’è un albero del pepe con i suoi granuli rosa; all’esterno delle loro case, costruite intorno e sopra gli antichi resti della città romana, fra pezzi di colonne e altri ruderi, giocano i bambini.

Quando ammiriamo la Porta Nabatea, unico monumento nabateo in Siria, è ormai buio.

Torniamo a Damasco; Fernando ci parla, partendo da Geremia 52, dell’esilio e del ritorno da Babilonia del popolo di Israele. La Bibbia non dà una precisa localizzazione dei luoghi in cui i deportati passarono e si fermarono ma è bello pensare che forse appesero le loro cetre presso l’Eufrate là dove anche noi ci siamo fermati.



Ottavo giorno:

Damasco - Tomba di Abele - Sorgenti del Barada - Damasco – Milano

Percorriamo la valle del fiume Barada, in aramaico Abana, cioè Padre nostro: oggi il fiume non c’è più, le sue acque alimentano l’acquedotto di Damasco e dissetano i suoi abitanti.

Siamo vicinissimi al confine con il Libano; le montagne sono brulle ed hanno il colore del deserto.

Ci fermiamo su un grande spiazzo, dove sorge la tomba di Abele sotto una cupola di undici metri; si dice che Abele fosse alto undici metri. A piedi scalzi entriamo nella moschea: al centro c’è un cenotafio enorme coperto da un drappo dai colori tenui; i musulmani hanno riconosciuto grande colui che agli occhi degli uomini non contava niente (il nome Abele indicava vanità, nulla) e non Caino, il fabbro, il bravo, l’esperto, l’efficiente.

Risaliamo in pullman, percorriamo a ritroso la strada già fatta e ci dirigiamo alle sorgenti del Barada. È uno specchio d’acqua abbastanza grande: sul pelo dell’acqua si vedono affiorare in cerchi concentrici le bollicine create dall’acqua sorgiva.

Ci sediamo a terra e preghiamo il Salmo 47; si conclude così il nostro cammino religioso in Siria , alle sorgenti della nostra fede.

Tornati a Damasco ci rechiamo alla Takiyya di Selim Pascià, del XVI secolo: sul suo cortile si aprono numerose botteghe artigiane che vendono solo oggetti fatti in loco: un poliziotto garantisce con la sua presenza l’autenticità dei prodotti.

Ci rechiamo poi alla Takiyya di Solimano, anch’essa del XVI secolo, con minareti tipicamente turchi, circolari, alti e slanciati. La sala di preghiera è chiusa per restauri e si prega nel portico esterno coperto di tappeti.

Prima di lasciare Damasco torniamo sul decumano, la via recta che percorriamo fino alla Porta Orientale.

Arriviamo a Milano a notte fonda; la mente cerca di ripercorrere tutto il cammino fatto in Siria. Ripenso all’obiettivo di questo viaggio: ascoltare, interiorizzare e poi dare un senso più profondo alla propria vita e lodo il Signore per l’occasione che mi ha offerto.

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