VIAGGIO STUDIO CIPRO - LIBANO
Diario della prof.  Mirella Ascione

04.05.05 – 11. 05.05

Come di consueto il viaggio è stato preceduto da due incontri preparatori in cui Fernando ci ha illustrato il cammino che faremo a Cipro e in Libano sulle orme di Barnaba, Paolo e Marco.

Il venticinque febbraio e il primo aprile ci siamo perciò ritrovati al Dehon dove, tra l’altro, abbiamo conosciuto i titolari dell’agenzia che ha organizzato il nostro viaggio, Anna ed Emin; Emin ci accompagnerà lungo tutto il percorso.

Fernando ci ha presentato l’intenso programma di ogni giornata; ha proiettato delle cartine geografiche per introdurci nella realtà di questi luoghi che hanno visto il cammino di Barnaba, Paolo e Marco. Ci ha poi letto e commentato i capitoli 8, 9, 11 e 13 degli Atti degli Apostoli.

Ci ha parlato di Saulo, persecutore dei discepoli del Signore, della sua illuminazione sulla via di Damasco, della protezione accordatagli da Barnaba, della Buona Novella narrata non solo ai giudei, dell’apostolato di Barnaba e di Paolo ad Antiochia, della missione di evangelizzazione a loro affidata per volere dello Spirito.

Si tratta del primo viaggio di Paolo: la comunità di Antiochia accompagnò Barnaba e Paolo a Seleucia, il porto di Antiochia. Da lì essi salparono verso Cipro prendendo con loro Giovanni detto anche Marco.

E il nostro viaggio inizia proprio da Cipro.

Entrando in contatto con la storia di chi ci ha preceduto impareremo a conoscere meglio noi stessi e la nostra storia di cristiani ed, essendo maggiormente consapevoli di chi siamo, potremo rapportarci meglio con il nostro futuro.

Sarà un viaggio intenso e ricco che ci farà ammirare e gustare spettacoli paesaggistici di notevole bellezza, che ci porterà fino a Tiro e a Sidone, che ci farà visitare siti archeologici di grande spessore e luoghi di culto delle prime comunità, che ci metterà a contatto con la realtà storico sociale e religiosa di due paesi e di due popoli dal passato antichissimo, martoriati entrambi da recenti guerre civili ed entrambi ancora attraversati da forti tensioni, che ci farà riflettere sul diffondersi del cristianesimo nascente e ci farà meditare su brani biblici del Vecchio e del Nuovo Testamento.

L’obiettivo che ci proponiamo è quello che ogni luogo visitato lasci in noi qualcosa, è quello di tornare diversi da come siamo partiti, è quello di sentirci veramente fratelli di ogni persona che avvicineremo; solo così metteremo a frutto l’occasione di maturazione che questo viaggio ci offre.



Primo giorno:

mercoledì 4 maggio
MONZA - MILANO – LARNACA - LIMASSOL

L’ora è comoda e l’ansia di partire tanta e così siamo arrivati presto all’appuntamento; il primo è stato Celestino, detto Tino, e poi mano a mano, accompagnati in auto da parenti o amici, tutti gli altri, accolti gioiosamente da Fernando. Ecco, sereno e sorridente come sempre, arrivare in bici Oreste, che aveva precedentemente accompagnato Lina in macchina; ecco Gabiella e Cesare che stranamente non arrivano trafelati all’ultimo secondo e con loro c’è un amico, Guido; ecco in forma smagliante Elisabetta che indossa una bellissima maglietta regalatela da Mario con impressa la scritta "Siamo fuori dal tunnel". Questa volta non sono soli: c’è anche la sorella di Mario, Rosanna, con il marito Enzo. Jole ed Angelo hanno la sorpresa di vedere arrivare, per salutarli, la figlia Rosita con il piccolo Mattia; ha tre anni e, malgrado la presenza di tante persone che non conosce, una bella parlantina. Ci sono Matilde e Paola; il poker di donne, che io per antonomasia amo definire le amiche, questa volta si è diviso in due coppie: per Adele ed Adriana è stato più comodo partire da Bellusco. Ci sono Gianni e Gabriella, i fedelissimi dei corsi biblici di Albino, e Antonia e Paolo, veterani dei viaggi di Fernando, ma per la prima volta con questo gruppo; Maria questa volta non è sola: partecipa al viaggio anche Giorgio, il marito. Mentre saluto Lucia ed Angela arriva il pullman con tutto il gruppo di Bellusco ed ecco che allora c’è un nuovo intrecciarsi di sguardi carichi di amicizia e di festosa attesa, un nuovo stringersi di mani, un nuovo tripudio di saluti e di abbracci.

Che gioia rivedersi e ritrovarsi! Ho quasi l’impressione che tutti, movendo ciascuno dalla propria casa, stamattina siano convenuti qui per una festa: per camminare insieme, per ascoltare, per vedere, per interiorizzare e per crescere.

Rivedo con gioia Luisa e mi chiedo se anche questa volta ha il bastone telescopico in valigia.

In pullman Marinella, che come sempre è la più giovane del gruppo, e Dianora, che è appena tornata da un viaggio in Giordania, distribuiscono i gadget offerti dall’agenzia e il fascicolo che Fernando ha preparato per noi; ha in copertina il disegno di un bel cedro del Libano e di una sua pigna ed è intitolato "Come profumo del Libano la nostra preghiera".

Fernando ci ricorda che nella Bibbia il Libano è sempre presentato come terra di sogno, come immagine positiva che indica bellezza, prosperità, fertilità; ci illustra poi le preghiere contenute nel fascicolo. Sono preghiere ortodosse che ci permetteranno di immergerci in quel mondo, sono inni Akathistos, inni dedicati alla Theotokos che la Chiesa ortodossa recita in piedi; c’è una preghiera mattutina dei monaci bizantini, un brano del Cantico dei cantici, il testo di un canto di Giuni Russo tratto dal Siracide, alcuni salmi, un brano di Osea. Per preparare il nostro animo alla spiritualità ortodossa recitiamo l’ Inno Akathistos al Santo e Vivificante Spirito: "Spirito Santo Consolatore, vieni e dimora in noi!". Enrico è il solista, noi rispondiamo in coro.

Dopo quasi quattro ore di volo arriviamo a Larnaca; ci accoglie Luciana, una bella ragazza siciliana che vive a Cipro e che lavora presso l’agenzia locale; ci presenta il nostro autista, Mikalis, e ci accompagna a Limassol.

Dopo cena abbiamo un incontro con Fernando che ci illustra il programma del giorno successivo e ci prepara a quanto vedremo. Ci ricorda il significato di alcune immagini utilizzate dai primi cristiani (il pesce, simbolo di vita; il pavone, simbolo di immortalità) e ci parla del sincretismo religioso che caratterizzò i primi periodi del cristianesimo.

Ci parla dell’importanza dei miti, che non devono essere banalmente visti come racconti irreali, quasi irrazionali: non rappresentano ciò che è accaduto ma ciò che accade sempre, sono una proiezione nel tempo delle origini di ciò che accade ancora oggi; i miti sono filosofia, una filosofia che vuole presentare i grandi misteri dell’uomo e vuole tentare di dare una risposta agli inspiegabili enigmi della vita. Solo con questa consapevolezza si capisce l’attualità del mito di Achille, il piè veloce, nella nostra epoca che vorrebbe vincere il tempo, solo con questa consapevolezza si comprende l’attualità del mito che parla di Urano e Gea (simbolo di una riproduzione scriteriata), di Kronos (immagine del tempo che fagocita tutto) e di Zeus (che stabilisce l’ordine).

Ci parla poi delle basiliche paleocristiane in cui i fedeli si raccoglievano nelle navate laterali, lasciando vuota quella centrale, quasi ad accogliere a braccia aperte la luce di Cristo che proveniva dall’abside volta ad Oriente. Quando nel Medioevo è invalsa l’usanza di raccogliersi nella navata centrale, quelle laterali furono utilizzate per le processioni.

Prima di andare a letto facciamo una passeggiata per le vie di Limassol. Ci incontriamo a gruppetti e ci sono un po’ tutti: Olivia e Carlo, Enrica ed Angelo, Stefania e Giuseppe, Marinella ed Ermanno, Tina e Camillo, Anna e Valerio… Le macchine tengono la sinistra e c’è molto traffico; i marciapiedi sono larghi ma, malgrado la dolcezza di questa notte cipriota, non vale la pena di prolungare la passeggiata: il susseguirsi di locali, di ristoranti e di negozi, le insegne luminosissime dai colori vivaci e contrastanti non è per noi allettante. E’ meglio andare a letto e, nel silenzio della propria stanza, ripensare alle cose che ci sono state dette e pregustare quanto ci aspetta.



Secondo giorno:

giovedì 5 maggio
LIMASSOL – KOLOSSI – KOURION – NICOSIA

E’ una splendida giornata e la iniziamo vicino al mare, sulla spiaggia, dove abbiamo un incontro con Fernando. A differenza delle piscine, la spiaggia non è molto curata, la sabbia in molti punti è sporca ma il mare è stupendo; malgrado sia presto qualche turista fa già il bagno.

Fernando ci parla dell’arrivo del cristianesimo in questa isola, terza per grandezza nel Mediterraneo, importantissima nella storia del passato.

Barnaba, il cui nome significa figlio della profezia ma che in realtà si chiamava Giuseppe, nativo di Salamina , è il primo ad accettare il modello nuovo di vita frutto dello Spirito del Risorto, basato sul concetto che tutto è dono del Signore, che niente deve essere tenuto per sé, che tutto deve essere donato gratuitamente e con gioia.

Nel 46, sedici anni dopo la morte di Gesù, gli apostoli sono ancora fermi a Gerusalemme dove inizia una persecuzione contro i discepoli ellenisti, non conservatori; alcuni si rifugiano ad Antiochia e là per la prima volta una comunità cristiana sente di dovere essere missionaria e sceglie allo scopo i suoi due più prestigiosi rappresentanti. Barnaba e Paolo, accompagnati anche da Marco, salpano da Seleucia verso Cipro e, dopo circa ventiquattro ore di navigazione, sbarcano a Salamina. Nell’isola di Cipro c’erano molte comunità giudaiche e l’evangelizzazione inizia proprio nelle sinagoghe, per poi estendersi, per il rifiuto dei giudei, anche ai pagani; successivamente, chiamati dal proconsole romano Sergio Paolo, che aveva sentito parlare di loro, Paolo e Barnaba si recano a Pafo. Sergio Paolo secondo la tradizione è il primo pagano convertito da Paolo e Barnaba. Si racconta che il mago Elimas, il cui nome ebraico era Bariesu, cercò di dissuadere Paolo dalla fede e questi lo rese temporaneamente cieco; il proconsole, colpito da ciò, abbracciò la fede cristiana. In realtà il messaggio biblico indica che chi si oppone alla Luce rimane cieco finchè non l’accoglie.

Recitiamo la preghiera mattutina dei monaci bizantini e poi saliamo in pullman.

Incontriamo la nostra guida greco-cipriota, Costas, che lungo il percorso ci dà informazioni di carattere generale sull’isola; ci dice che sarebbe troppo complicato e costoso togliere la guida a sinistra, retaggio della dominazione inglese, ci ricorda che da un anno la parte sud di Cipro fa parte della Comunità Europea, che il paese è una repubblica presidenziale; ci parla della flora e della fauna locali.

Costeggiamo la baia di Akrotiri, dalla sabbia nera, vediamo spiagge attrezzate con lettini ed ombrelloni, vediamo un bel lungomare e dei giardini; arriviamo al Castello di Limassol, accuratamente restaurato, sorto su fondamenta bizantine e che è frutto di interventi veneziani ed arabi: ospita l’importante Museo Medievale di Cipro. Ammiriamo oggetti in metallo, armi, un’armatura del periodo lusignano (1187-1489), un altare proveniente da una basilica paleocristiana a forma di mezzo ovale, bellissimi piatti bizantini in argento decorati con scene della vita di Davide (altri si trovano al Metropolitan Museum di New York), bassorilievi, ceramiche… C’è anche lo scheletro, di piccole dimensioni, privo di testa, di un soldato dell’epoca veneziana. Entriamo nella piccola cappella di San Giorgio, dalla volta ogivale, ove nel maggio 1191 Riccardo Cuor di Leone sposò Berengaria di Navarra, unica regina ad essere stata incoronata fuori dall’Inghilterra. Berengaria, promessa sposa di Riccardo, era naufragata al largo della costa e Isaac Comneno, governatore di Cipro, si era rifiutato di inviarle dei viveri; irato, Riccardo sbarcò sull’isola, sposò Berengaria, la incoronò regina d’Inghilterra, sconfisse Comneno e rivendicò il possesso dell’isola.

Usciamo nel giardino dove c’è una bella giacaranda in fiore e in pullman ci dirigiamo verso il Castello dei crociati di Kolossi.

Vi si arriva attraverso un percorso panoramico. C’è il lago salato di Akrotiri; si susseguono agrumeti, vigneti, piantagioni di giovanissimi cedri, eucalipti, giganteschi cipressi che assolvono la funzione di frangivento e formano alti tunnel. La terra ha un bel colore marrone chiaro e sembra mettere in mostra tutta la sua fertilità; un tempo qui venivano coltivati solo viti e canna da zucchero; la coltivazione degli agrumi è iniziata meno di un secolo fa.

Dalle rovine di un castello più grande si erge un torrione a tre piani circondato da un bel giardino. C’è un maestoso albero della famiglia delle acacie; un cipresso dal tronco enorme si erge maestoso: sul suo tronco si arrampica pigramente, camminando quasi come un animale preistorico, una grossa lucertola; ci sono piante grasse, giacarande, un albero del pepe selvatico, ciuffi di canna da zucchero.

Il castello, costruito nel XIII secolo dai cavalieri Gerosolimitani, distrutto dai genovesi, fu ricostruito nella seconda metà del Quattrocento dal gran maestro Louis de Magnac il cui stemma campeggia sull’ingresso. All’esterno vi sono i resti dell’acquedotto, del molino per macinare le canne, dello zuccherificio. All’interno ammiriamo quanto rimane di un affresco italo bizantino, molto rovinato, che rappresenta la Crocifissione; vicino alle finestre, lungo i lati degli spessi muri che formano il vano, vi sono delle panchette di pietra sedendo sulle quali più facilmente si catturava la luce del sole; il panorama dall’ultimo piano è splendido.

Fuori ci sono alcuni banchetti di arance: molti del gruppo ne comprano. Maria mi indica una cappellina ortodossa poco distante: è dedicata all’ Ayios Antonios. C’è l’icona e, davanti, una coppa piena di olio in cui galleggiano stoppini accesi. Anche Angela e Lucia vengono a vederla.

Siamo ora diretti a Kourion, città protetta da Apollo, una delle dieci città stato in cui era divisa Cipro prima della nascita di Cristo: l’aveva fondata nel XII secolo a.C. un eroe eponimo; le rovine che vediamo sono del periodo ellenistico e romano. Protette da un tetto in legno vi sono i resti della Casa di Eustolio, un cristiano ricco, forse commerciante, deI IV secolo d.C. Vediamo le fondamenta delle terme facenti parti della villa e bellissimi mosaici. C’è quello che rappresenta una pernice e Ktisis, lo Spirito della Creazione: una bella donna che tiene in mano una misura romana ad indicare che Dio ha fatto il mondo con misura; altri mosaici hanno disegni geometrici, la figura del pesce e di uccelli. Una lunga iscrizione, sempre su mosaico: In luogo di roccia e ferro, bronzo o diamanti luccicanti questa casa è cinta dai veneratissimi simboli di Cristo, documenta la diffusione del cristianesimo. Nel vestibolo di ingresso si trova una epigrafe di benvenuto e, sempre su mosaici, si leggono il nome di Kourion, quello di Eustolio e quello di Apollo, l’antico protettore. Questa villa, che aveva ventitré stanze, ci offre una importantissima prova di sincretismo religioso.

Ci rechiamo al Teatro, restaurato, che ospitava 2800 spettatori; i romani lo usavano come arena per gli spettacoli con gli animali e per le lotte dei gladiatori. Ora in estate vi si rappresentano tragedie greche e drammi di Shakespeare. Passiamo dall’agorà e arriviamo ai resti della Basilica paleocristiana: siamo di fronte ai resti del battistero a tre navate con vasca; a sinistra vediamo quelli della basilica vera e propria.

Facciamo una bella passeggiata a piedi; il panorama è delizioso: le lunghe scogliere bianche, che ricordano un po’ quelle di Dover, sono a tratti coperte da bassi cespugli verdi; il mare, blu cobalto al largo e azzurro intenso a riva, si infrange con una pigra risacca su una spiaggia chiarissima, il cielo è limpido, il giallo delle margherite e il viola dei fiori di cardo completano il trionfo dei colori.

Ci fermiamo alla Casa dei gladiatori e ammiriamo il famoso mosaico che mostra due coppie di gladiatori che si allenano alla presenza di un arbitro; Ellenikos e Marghereites, due campioni, due idoli del tempo, hanno le spade prive di punta, che terminano piatte. Proseguiamo verso la Casa di Achille ma non possiamo ammirare il mosaico che rappresenta il mito di Achille, smascherato da Ulisse con un inganno a Sciro (dove si era nascosto in vesti femminili) e costretto a partire per la guerra di Troia. Il mosaico è in manutenzione; solo Enrico, arrivato per primo, scavalca la recinzione e riesce a vedere qualcosa.

Risaliamo in pullman e ci fermiamo a dare un veloce sguardo allo Stadio di Adriano, lungo 216 metri: qui si svolgevano le gare di pentathlon.

Arriviamo al Tempio di Apollo Hylates, venerato come dio dei boschi circostanti e protettore della città. Il luogo era già un recinto sacro nell’VIII secolo a.C. ma i resti che noi vediamo risalgono al periodo romano. L’area del tempio era molto grande, circa 15000 metri quadrati e vi si accedeva attraverso due ingressi, da Paphos e da Kourion. Vediamo quanto rimane della palestra, della cisterna, del portico, dei dormitori; percorriamo la via sacra e arriviamo al tempio tetrastilo, a quattro colonne, preceduto dal pronao. I capitelli sono di stile cipro-corinzio con influssi nabatei: sono dei triangoli piuttosto massicci che formano quasi un stella. Due colonne, un angolo di muro e una parte del frontone racchiudono quella che era la zona sacra dell’altare; chi non autorizzato, anche inavvertitamente, toccava l’altare veniva gettato in mare dalle scogliere per placare l’ira del dio.

Siamo ora diretti a Pafo, passiamo vicino alla zona ove si trova la grande base militare inglese, aerea e navale, di Episkopi; vediamo le numerosissime villette tutte uguali ove risiedono le famiglie dei militari e, in alto, appartata, la grande villa del generale; in una zona arida e povera di acqua vediamo prati verdeggianti, il campo di calcio, quello di polo, di cricket, di rugby: il tutto rigorosamente recintato e con posti di guardia. Numerosi sono i dissalatori e altissime le antenne ricetrasmittenti.

Attraversiamo vigneti con piante ad alberello, ognuna delle quali, come ci dice Costas, produce anche 10/15 chili di uva; in questo periodo le donne raccolgono le foglie di vite con cui fanno gli involtini ripieni di riso e di carne che cuociono in umido.

Ci avviciniamo alla località chiamata Petra tou Romiou dove è nata Venere. Omero, IX secolo a.C., già la chiama Cipride e così la chiama anche Saffo. Il mare tra quei quattro pezzi di roccia bagnati dalle acque salate (uno sembra proprio una tartaruga) è di un azzurro un po’ lattiginoso: forse la schiuma da cui è nata Afrodite è rimasta qui a perenne ricordo di quell’evento …

Fernando in pullman ci parla del culto della dea, che personifica la forza vitale dell’amore, chiamata in modo diverso dai vari popoli: Isthar, Astarte, Afrodite, Venere; ci legge il brano di Erodoto, V secolo a.C., che parla del tempio della dea, delle ierodule e dei riti che vi svolgevano. Per legge ogni fanciulla, a Cipro come in Mesopotamia, in un determinato giorno dell’anno, doveva offrirsi nel tempio a uno straniero che sceglieva la donna a cui unirsi gettandole del danaro che poi restava al tempio; la donna non poteva rifiutarsi, ma doveva assolvere questo rito una sola volta. Le donne meno belle dovevano recarsi al tempio anche per più anni consecutivi prima di essere scelte.

Arriviamo a Pafo, la città capitale di Cipro al tempo del proconsole Sergio Paolo; prende nome da Paphos (tutta luce), il figlio che lo scultore Pigmalione ebbe da Galatea, la bellissima statua che lui stesso aveva scolpito e di cui si era perdutamente innamorato; impietosita, Afrodite trasformò la statua in donna.

Pranziamo in un ristorante all’aperto sotto un pergolato; ci sono alberi di arance, di nespole e un bel mandorlo; poggiati sugli alberi, o appesi, ci sono cesti per raccogliere la frutta.

Siamo a tavola con Anna e Valerio e chiacchierando piacevolmente gustiamo un ottimo pranzo a base di numerose mezze, saporiti antipastini, e vari tipi di carne. Al tavolo vicino regna tanta allegria: Gianni, Gabriella, Dianora e Luisa brindano con poco vino per volta ma tante volte; a un certo punto chiedono ancora un po’ di vino ai tavoli vicini e in pochi minuti il loro tavolo si riempe di numerose bottiglie …vuote!

Ci rechiamo nella zona di Kato Pafhos, che è sotto protezione dell’Unesco, e visitiamo le Tombe dei Re ove furono sepolti non i re ma personaggi importanti; successivamente vennero utilizzate anche dai cristiani. Si tratta di una necropoli del periodo tolemaico, le tombe per ora scavate sono nove: per mezzo di scale si scende in cortili sotterranei, in cui si aprono vani con nicchie, circondati da colonne monoliti o scavate nella roccia. Nell’anniversario della morte i familiari del defunto consumavano un pasto cerimoniale, il nekrodhipnos, e depositavano gli avanzi del pasto vicino al sepolcro. Visitiamo la Tomba 4, che ha un peristilio di colonne monolitiche con capitello dorico e metope, poi scendiamo nella Tomba 3 e, attraverso un percorso sotterraneo un po’ accidentato, usciamo dalla Tomba 7.

In pullman ci portiamo alla basilica paleocristiana, molto importante, ricca di mosaici, che aveva il pavimento in marmo prezioso, Khrysopolitissa, la piccola città dorata, dedicata alla Ayia Ciriaca.

L’iconostasi è molto bella, davanti ad essa c’è un altare in legno. Questa chiesa ortodossa viene infatti usata anche dai cattolici e dagli anglicani in quanto si trova in zona turistica e non ci sono altre chiese. In una bacheca vicino all’ingresso sono segnati i giorni e le ore delle rispettive funzioni religiose. E’ vicina ai resti di una precedente basilica molto più grande, distrutta dagli arabi nelle loro scorrerie, di cui rimangono numerose colonne ad una delle quali, tronca ed arrotondata, sarebbe stato legato e poi flagellato Paolo. In realtà Paolo, in quanto civis romanus, non poteva essere flagellato ma si dice che lì abbia ricevuto 39 frustate (40 meno 1, secondo la tradizione del tempo, perché 40 avrebbero ucciso; in realtà perché la frusta aveva 3 capi con 13 nodi ciascuno).

Ci rechiamo poi a visitare i magnifici mosaici romani, scoperti casualmente da un contadino mentre arava nel 1962.

Nella Casa di Aione vediamo un grande pavimento a mosaici diviso in cinque pannelli, di cui quello centrale è grande il doppio degli altri; sono di esecuzione raffinata e risalgono al IV secolo d.C.

Nel pannello centrale è raffigurata la sfida tra Cassiopea e alcune Nereidi; arbitro di questo concorso di bellezza narrato dal mito è il dio Aione, personificazione del Tempo, da cui prende nome la casa. Negli altri pannelli sono raffigurati la Sfida di Marsia ed Apollo, l’Epifania di Dioniso, il Trionfo di Dioniso, ed infine Giove (che si trasforma in cigno) e Leda. Fernando ci dice che quando i ricchi costruivano un pavimento a mosaico con i miti, volevano trasmettere attraverso di essi un messaggio e ci spiega il sincretismo religioso e il significato di queste scene. Il pannello centrale mostra Cassiopea nuda che viene incoronata: ciò indica che la bellezza di questo mondo rimane in questo mondo; Cassiopea sale al cielo, per diventare costellazione, senza la veste. Il satiro Marsia che, stolto, ha osato sfidare Apollo, il dio dell’equilibrio, è sconfitto e viene preso per i capelli e scuoiato: ciò indica che chi ha agito da folle deve essere purificato. L’epifania di Dionisio, nato due volte, una dalla madre Semele e un’altra dalla coscia di Giove, indica che l’uomo nasce due volte, una dalla madre e un’altra dalla forza di Dio; la scena forse ricorda il battesimo di Gesù. Il Trionfo di Dioniso, un trionfo composto e non un baccanale, indica la salvezza definitiva dell’uomo dopo la vita. L’episodio di Giove che si trasforma in cigno, simbolo di luce, indica la luce divina che entra in questo mondo: Leda prima tenta di fuggire, poi si trasforma in anitra, accoglie il cigno e diventa fonte di vita; da un uovo nasceranno i Dioscuri, Castore e Polluce, dall’altro Elena.

Nella Casa di Teseo vediamo il mosaico che rappresenta il Primo bagno di Achille: è un importante esempio di sincretismo. Scene del mito venivano rappresentate ricorrendo ad immagini tipiche dell’iconografia cristiana ed episodi evangelici venivano raffigurati ispirandosi ai miti. Il bagno di Achille sembra una Natività: Teti ricorda Maria, Peleo, con il suo bastone, è atteggiato come Giuseppe, le tre Parche ricordano i Magi.

Ammiriamo poi il mosaico rotondo da cui la casa ha preso nome: un grande labirinto fatto di cerchi concentrici circonda la scena in cui Teseo brandisce la spada contro il Minotauro, non più visibile; assistono Arianna, la personificazione dell’isola di Creta e quella del labirinto. Si leggono i nomi di tutti questi personaggi. In questa casa forse avvenne il colloquio di Paolo con Sergio Paolo. Questo mito è estremamente attuale: anche oggi ci sono dei moderni minotauri, la droga ad esempio, che distruggono la gioventù e che devono essere vinti.

Importantissimi sono anche i mosaici della Casa di Dionisio risalenti al II secolo d.C. Vediamo rappresentata Scilla, la bellissima fanciulla trasformata dalla gelosa Circe in un mostro ibrido, un po’ donna, un po’ cane, un po’ pesce. Vediamo il mosaico di Narciso (il giovane innamorato di sé stesso, dal cui sangue è nato il fiore) che ci insegna che l’autocompiacimento diventa autodistruzione; vediamo il mosaico di Apollo che rincorre Dafne, quello di Giove che sotto forma di aquila rapisce Ganimede, quello di Dioniso che offre un grappolo d’uva ad Acme, la perfezione, quello del trionfo di Dioniso…

Vediamo da lontano l’Odeon , passiamo accanto alla Saranda Kolones, il castello dalle quaranta colonne; vediamo i resti di molte di esse, ma non abbiamo il tempo di contarle!

In pullman Fernando riprende il discorso della nascita della Chiesa a Cipro. Dopo tre anni di permanenza nell’isola, Paolo e Barnaba tornano ad Antiochia per riferire della missione che era stata loro affidata. Ma successivamente, al momento di tornare a verificare la situazione delle comunità fondate, scoppia tra i due un insanabile dissidio. Paolo con Sila si recherà prima in Asia Minore e poi a Filippi e a Corinto; Barnaba con Marco torna a Cipro per una seconda evangelizzazione e vi rimane fino alla morte avvenuta nel 60; negli Atti degli Apostoli non si parla più di lui. La Chiesa di Cipro è stata quindi fondata da Paolo e Barnaba e portata avanti da quest’ultimo; gli Atti di Barnaba, apocrifi, scritti secondo la tradizione da Marco ma in realtà redatti nel V secolo, forniscono molte notizie su di lui, a volte fantasiose. Fernando ci descrive le tappe del secondo viaggio di Barnaba e Marco, sempre segnate dall’opposizione di Bariesus e poi ci legge il brano tratto dagli Atti di Barnaba relativo alla morte dell’ apostolo. Sempre per l’opposizione del mago, Barnaba, giunto a Salamina, fu catturato e il suo corpo bruciato; le ceneri, avvolte in un lenzuolo per essere gettate in mare, furono trafugate da Marco che, di nascosto, le seppellì in un luogo appartato e segreto della Mesaria, sotto un carrubo. Ma poi nel V secolo, al tempo dei contrasti con la Chiesa di Antiochia, Barnaba apparve in sogno all’arcivescovo di Salamina Anthemios rivelandogli il luogo della sepoltura. Fu così ritrovato il corpo (non le ceneri) dell’Apostolo con poggiato sul petto il Vangelo di Matteo (che al tempo di Barnaba non era stato ancora scritto). Ciò tuttavia bastò a far dichiarare la Chiesa di Cipro autocefala, cioè indipendente da quella di Antiochia.

Dopo cena abbiamo un incontro con Fernando che ci parla della città di Nicosia, poi usciamo con Jole ed Angelo per una piacevole passeggiata: questa intensissima giornata è finita.



Terzo giorno:

venerdì 6 maggio
NICOSIA – KYRENIA – BELLAPAIS – NICOSIA

Il sole di ieri ha colpito! Stefania, Marinella e Tino, malgrado le creme, si sono scottati; Giorgio ha il naso rosso; Camillo ha una dote particolare: riesce ad essere contemporaneamente abbronzato e rosso!

Ci riuniamo per l’incontro con Fernando; Lina è in leggero ritardo sull’anticipo, come a dire che è puntuale, ma Oreste è già impaziente e dichiara che si dissocia dalla moglie.

Fernando inizia dicendoci che sin dagli albori della vita dell’uomo, grande è stata la venerazione per la figura femminile, chiamata Gran Madre e poi,a seconda dei luoghi, Isthar, Iside, Astarte o Afrodite o Venere. Erano tutte personificazioni sia della Madre Terra che genera ed accoglie (nei tempi più antichi i defunti erano sepolti in posizione fetale, quasi per riconsegnarli alla madre) per generare di nuovo, sia della forza della passione che porta alla vita. Successivamente, in epoca paleocristiana, questo culto, depurato delle perversioni che lo accompagnavano e rinnovato nel suo significato più profondo, è stato proiettato in quello della Madonna. A Cipro, dove di grande spessore era stato il culto per la Gran Madre e per Afrodite, l’immagine della Madonna ha assunto particolare importanza. Come in tutta la Chiesa ortodossa Maria non viene mai chiamata per nome; la chiamano Panayia (tutta santa), Theoteknos (madre di Dio), Galatiossa (colei che allatta) o le danno un nome derivante dai luoghi ( ad esempio Signora dei Troodos)… e le hanno dedicato splendide chiese, monasteri, icone, inni, funzioni sacre. Il culto è accompagnato da una grande devozione, che non cade mai nel devozionismo, e da una spiritualità profondamente biblica.

Fernando passa poi a spiegarci la chiave di lettura delle icone, che sono appunto quasi dei libri da leggere e godere; le icone sono una finestra sul mondo divino: le figure che vi sono scritte sono statiche perché nel mondo divino non c’è movimento, sono ancorate all’ora perché nel mondo divino non c’è né un prima né un poi. La Madonna viene rappresentata secondo alcuni canoni ben precisi che le danno anche il nome. La Brefocratusa è colei che porta il Bambino, il tutto santo, rappresentato su fondo oro con una espressione adulta, fuori del tempo, con mano benedicente o con un rotolo in mano. La Madonna diventa anche lei tutta santa e indica come deve diventare tutta l’umanità; la sua testa è coperta da un velo, il marforion, con tre stelle: una sulla testa e due sulle spalle (la stella è simbolo di verginità) ad indicare la sua perpetua verginità, ante partum, in partu e post partum. L’Orante è la Vergine che prega: ha le mani congiunte in preghiera e Cristo, l’Emmanuele, il Dio con noi, è raffigurato sul suo petto. Questo è il messaggio che trasmette: ognuno di noi attraverso la preghiera è invitato ad accogliere il divino come lei ha fatto. L’Odighitria è colei che indica il cammino: con la sinistra regge il Bambino (che ha in mano un rotolo o un libro per indicare che si arriva a Dio attraverso la Parola) e lo indica con la destra. In tal modo mostra il cammino che lei ha seguito e che porta a Dio. L’Eleusa, la Madonna della tenerezza (o la Glykophilousa, la Madonna del dolce amore) è chinata verso il Bambino e tocca con la guancia la guancia del Figlio. Il suo sguardo non è mai rivolto al Bambino, come nei quadri che la umanizzano, i suoi occhi guardano noi. Messaggio: Maria ha accolto il Figlio ma sa che non è suo, non se ne impossessa, non lo tiene per sé , l’ha accolto per donarlo al mondo; indica così lo stato d’animo con cui ogni madre dovrebbe vivere la maternità. La Basilissa è la Regina rappresentata in trono con il Bambino in braccio, con accanto gli angeli; è la gioia di Dio, è la più pura di tutte le donne che occupa un posto d’onore in tutte le chiese, è la donna autentica, che ha realizzato il vero modello di persona, è l’esempio da imitare. La Galattotrephusa è colei che allatta; regge il Bambino con la sinistra e con la destra gli porge la mammella. E’ un’immagine molto vicina ai canoni rappresentativi del paganesimo, in particolare di Iside. Le icone della Dormitio Virginis rappresentano la Madonna vestita di nero sul letto di morte, il velo su cui si trova è bianco (indica il mondo di Dio) o rosso (indica la sostanza divina). Intorno vi sono gli angeli, gli apostoli, altri personaggi; accanto al letto di morte, in un ovale c’è Gesù con in braccio Maria Bambina (indica l’anima accolta da Dio) ma nessuno dei presenti lo vede; tutti guardano la salma. Bella è la tradizione di portare questa icona nella camera dei moribondi.

In pullman ci rechiamo al Museo di Cipro che si trova in Nicosia sud; accoglie la migliore raccolta di reperti archeologici dell’isola. Un magnifico vaso di alabastro, proveniente da una tomba di Kirenya, è rotto, ma il pezzo che manca permette di notare l’incredibile spessore; ammiriamo terrecotte (c’è un aratro con i buoi, un tino con degli uomini che pestano l’uva), crateri dipinti, ceramiche, vasi magnifici. In una vetrina enorme vediamo circa duemila figurine, di cui solo due sono donne (VII-VI secolo a.C.) provenienti da un santuario dedicato a Santa Irene; questo luogo era già sacro nel XIII secolo a.C. Le statuette sono di varia dimensione ed alcune hanno un leggero cromatismo. Veramente particolari sono le statue tombali (VII-VI secolo a.C.) di leoni e di due sfingi; ricorderemo facilmente la linguaccia insolitamente penzolante da una bocca leonina! Ammiriamo la testa di Afrodite proveniente da Salamina; la statua mutila delle braccia e delle gambe al di sotto del ginocchio di Afrodite di Soli; lo splendido bronzo, alto due metri, di Settimio Severo, l’imperatore che in realtà – ci fa notare Costas – era basso e grasso; il marmo di Eros, tenero dormiente, del III secolo d.C.; lo stupendo piatto d’argento, di epoca bizantina, che raffigura le nozze di Davide. Indimenticabili sono i reperti tombali provenienti dalla tomba 79 di Salamina che visiteremo domani: un letto in avorio, un trono in argento e bronzo, un altro in avorio, un calderone di bronzo (VII secolo a.C.) decorato sul bordo con grifoni e sirene. Interessante è la ricostruzione delle antiche miniere di rame; bellissime sono la statuette (XI-IV secolo a.C.) ex voto di puerpere: le partorienti, sedute e non sdraiate, vengono sostenute mentre la levatrice aiuta il neonato ad uscire dal grembo materno.

All’uscita del museo ci fermiamo nel negozietto a comprare cartoline; qualcuno compra il libro ed Enrico nota che la testa di donna in copertina assomiglia in modo incredibile ad Olivia. E così in molti la fotografano con il libro accostato al viso mentre Carlo la guarda sorridendo.

Scendiamo dal pullman a Porta Famagosta, la più importante delle tre porte che si aprono nelle mura della città che sono caratterizzate da undici bastioni, alcuni in zona sud, altri in zona nord, che prendono nome da illustri personaggi veneziani. Questa porta, la più elaborata e la meglio conservata, si apre nel bastione Caraffa: è quasi una galleria che attraversa le mura; vi ha sede un centro culturale e vi si tengono mostre.

A piedi ci avviamo verso la chiesa ortodossa dedicata ad Ayios Giovanni, che si trova nell’area dell’Arcivescovado; è la prima volta che ho l’occasione di chiacchierare un po’ con Antonia e Paolo e di conoscerli meglio.

Davanti all’ Arcivescovado si erge maestosa la statua, enorme, di Makarios III; sul marciapiede vediamo tre grandi uova di pietra, colorati uno in rosso, uno in giallo e uno in blu; c’è scritto sopra Kalò Pasqa, Buona Pasqua: domenica scorsa ricorreva la Pasqua ortodossa.

La chiesa, costruita nel 1662, sorge sulle rovine di un antico monastero dedicato a San Giovanni; è ad una sola navata con matroneo ed è priva di copula. C’è fila per entrare, si susseguono gruppi di turisti e purtroppo ci permettono di fermarci all’interno solo pochi minuti. E’ relativamente piccola di dimensioni, ma è la cattedrale ufficiale di Nicosia. Vi è molto oro, l’iconostasi è splendida; dal soffitto pendono grandi lampadari con gocce di cristallo e turiboli d’argento; altri turiboli sono posti in fila davanti all’iconostasi. La volta e le pareti laterali sono interamente affrescate con scene tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento. Riconosciamo l’albero genealogico di Gesù, la Creazione, scene tratte dal Vangelo, la Crocifissione, la scoperta delle reliquie di Barnaba, la raffigurazione di alcuni concili, un imponente Giudizio Universale posto, come sempre nelle chiese ortodosse, sull’uscita. Lungo le pareti, a grandezza naturale e ad altezza d’uomo, sono raffigurate immagini di Santi; sono uomini come noi che hanno saputo vivere in pienezza e perfezione la loro vita.

Andiamo a visitare il Museo delle icone. Costas ci parla di come viene scritta una icona: l’autore innanzitutto prega e trascorre una notte intera in meditazione, poi prepara il legno, lo stucca, prepara il disegno e calcola le misure , opera l’incisione, applica la doratura, i colori e infine pone l’epigrafe con il suo nome. Aiutandosi con degli appunti ci indica il significato simbolico dei colori che non vengono mai usati in modo arbitrario: oro = divino, eterno; bianco = luce, mondo di Dio; nero = profondità mistica; blu = freschezza; verde = speranza, serenità, presenza dello Spirito; viola = purezza; rosso = gioia, fede e sostanza divina; azzurro = umanità ma anche splendore e luce celeste. Vediamo due icone antichissime, le uniche preiconoclastiche presenti nel Museo; una molto rovinata ha al centro Gesù, l’altra, alla quale manca una grossa fetta dell’angolo superiore, riproduce i Santi Cosma e Damiano. Ci fermiamo davanti a varie icone della Madonna raffigurata nei vari modi illustratici da Fernando e mi colpisce in particolare una: è una Madonna che allatta il Bambino reggendolo con entrambe le mani e il Bambino succhia da una mammella che è collocata sulla spalla; evidentemente il monaco che l’ha scritta non aveva alcuna conoscenza del corpo femminile. Una bellissima icona raffigura l’entrata di Gesù in Gerusalemme: la prospettiva è rovesciata, le immagini davanti sono piccole, quelle più lontane sono progressivamente più grandi. Bellissima è anche una Dormizione della Vergine: il velo è rosso e la raffigurazione è pienamente rispondente ai canoni illustratici da Fernando.

Prima di raggiungere a piedi il ristorante, lungo la strada ci fermiamo in un ufficio postale per acquistare i francobolli per le cartoline: l’ufficio postale è vuoto e grande è lo stupore degli impiegati che improvvisamente si trovano di fronte tanti acquirenti. Chi batte tutti è decisamente Matilde che ne ha acquistato un numero incredibile: i suoi saluti arriveranno a tutto il mondo!

Dopo pranzo ci dirigiamo verso la linea di demarcazione, attraversiamo la desolata zona cuscinetto con tante case abbandonate , vediamo sventolare sulla terrazza di un posto di guardia due bandiere (rossa con falce di luna e stelle bianche quella turca e bianca, con due righe rosse parallele che hanno al centro su fondo bianco falce di luna e stelle rosse, quella turco-cipriota); sulla terrazza ci sono soldati con il mitra e dietro un albero c’è un mezzo blindato con un soldato sulla torretta, alla mitragliatrice; facciamo salire sul pullman la guida turca (una donna dall’età difficilmente definibile, ma non giovanissima: top bianco, jeans, occhialoni da sole, lunga coda di cavallo) che avrà solo una funzione di controllo ed entriamo in Nicosia nord. Il fianco di una montagna è stato disboscato e vi è stata disegnata una enorme bandiera ed una scritta: Sono felice di essere turco. La guida è sempre a sinistra, i cartelli sono scritti in turco e in inglese, i caratteri greci sono totalmente assenti; la città appare povera e sporca.

Siamo diretti a Kyrenia che si affaccia sul mare verso la Turchia visibile nelle giornate limpide; per arrivarci attraversiamo il Pentadattilo, la montagna che ha cinque speroni rocciosi; vediamo cipressi, carrubi, olivi, ma nel suo insieme la montagna è brulla.

Non c’è quasi nessuno in giro; sono le 14,30. Entriamo nel Castello che ha sull’ingresso due stemmi dei Lusignano, che rafforzarono e ingrandirono una roccaforte bizantina a sua volta costruita su un precedente fortino romano. Il castello ospita il Museo del Relitto in cui è esposto il relitto di una nave mercantile (circa 15 metri per 3, un solo albero, vela delle dimensioni di 10 metri per 6) scoperta da un sommozzatore a 33 metri di profondità nel 1967, naufragata a largo di Kyrenia circa 2300 anni fa. Al momento del naufragio la nave era in servizio da circa 80 anni; tutte le datazioni sono stati rilevate con le analisi del C14 fatte sul legno e sul carico. La nave trasportava circa 400 anfore piene di olio, vino, mandorle e l’equipaggio era costituito da 4 o 5 persone. Vediamo quanto rimane dello scafo originale, la ricostruzione di una sezione della nave con il suo carico di anfore e, in alcune vetrine, mandorle, fichi secchi, noccioli di olive, semini di uva, vasellame ed attrezzi vari. Ci sono anche varie anfore e, tra due lastre di vetro, la sezione di un sacco pieno di mandorle.

Facciamo il giro delle mura sotto un sole splendente e con lo sguardo puntato su un mare incantevole; fa caldo, il terreno è accidentato, i gradini sono ripidi ed irregolari: bisogna fare attenzione ma ne vale la pena. Entriamo nella Cappella bizantina di San Giorgio, con piccola cupola, nel tratto Nord delle mura; è molto bella con le sue quattro colonne sormontate da capitelli corinzi; è del tutto spoglia, c’è una piccola abside sulle cui pareti, in basso, rimangono tracce sbiadite di antichi affreschi. Fernando ci parla della diversa struttura delle nostre chiese e di quelle ortodosse: le nostre chiese sono costruite in modo da accompagnare i fedeli verso Oriente (le absidi sono sempre volte ad Oriente); in quelle ortodosse, che non hanno mai guglie e che sono l’immagine del Cielo che scende verso la terra, la comunità si riunisce al centro, sotto la cupola su cui è affrescato il Pantokrator. Nelle quattro arcate, a sostegno della cupola, sono sempre affrescati i quattro Evangelisti per indicare che la salvezza arriva dalla Parola; poi ci sono affreschi di scene bibliche e raffigurazioni dei Santi che guidano il cammino verso il Pantokrator e, infine, al nostro livello altri Santi che hanno praticato il Vangelo, che sono già nel mondo di Dio e mostrano che è possibile vivere secondo la Parola di Cristo. Durante le celebrazioni la comunità vivente celebra con tutti coloro che l’ hanno preceduta. Sulla porta di uscita c’è la raffigurazione del Giudizio Universale per ricordare che la vita sarà valutata: non è una minaccia ma un invito a spendere bene la propria vita.

Per tornare al pullman passiamo lungo il porto: ci sono ormeggiati vari yacht, qualcuno ha i fiori freschi. Vicino al mare si susseguono ristoranti con tavoli all’aperto e grandi ombrelloni; sono le 15,30 ma c’è ancora qualcuno che mangia. Costas ci dice di essere nato qui, a Kyrenia, e di esservi vissuto fino all’età di dodici anni; poi al momento dell’occupazione, si è spostato nella zona sud dell’isola.

Arriviamo a Bellapais (dal francese de la paix), detta anche Abbazia bianca dal colore delle lunghe tonache bianche dei monaci Premonstratensi. Fondata nel XIII secolo, dedicata alla Madonna, ricevette grandi privilegi dai Lusignano; i turchi la conquistarono nel 1571 e la dettero agli ortodossi; i monaci, che divennero famosi per la vita scandalosa che conducevano e per le numerose concubine, lasciarono l’abbazia nel 1976. Il chiostro con i suoi archi gotici è grazioso, nel giardino ci sono alti cipressi e piante fiorite, un po’ più in là camerieri apparecchiano lunghi tavoli coperti da candide tovaglie. Il sarcofago romano posto sul lato nord del chiostro era usato dai monaci come lavabo prima di entrare nel refettorio che ora viene usato per spettacoli. Entriamo nel refettorio (dalle finestre c’è una splendida vista del mare) e subito vediamo, in fondo, su una pedana rossa, un pianoforte a coda. Fernando è sul pulpito in pietra traforata e ci parla della Madonna, poi chiede ad Enrico di raggiungerlo e recitiamo l’Akathistos alla Theotokos, la Madre di Dio. Ancora una volta la voce di Enrico, calda e chiara, è quella solista.

Per festeggiare il compleanno di Enrica, che ricorre oggi, viene fatta una foto di gruppo a tutte le donne, cantiamo il Tanti auguri; poi per mezzo di una scalinata saliamo sulla parte alta ad ammirare il panorama.

In pullman Fernando ci parla del nome di Cipro nell’antichità: nella Bibbia l’isola è chiamata Kittim (da Kition, l’antico nome di Larnaca, città che commerciava con la costa della Fenicia) e i suoi abitanti, detti anch’essi Kittim , erano i discendenti di Jafet. Altri popoli, in particolare gi egizi, la chiamavano Alashiya; di questo nome c’è eco anche nella Bibbia. I Greci la chiamavano Kupros. Omero, nell’Iliade, narra che la lorica, cioè la corazza di Agamennone era stata inviata dal re di Cipro quando si seppe nell’isola dei preparativi della guerra di Troia.

Il pullman parcheggia nei pressi di Porta Kyrenia e a piedi ci dirigiamo verso l’antica cattedrale cattolica di Ayia Sofia (trasformata in moschea con l’aggiunta di due sottili minareti dopo la conquista dei turchi) ed ora chiamata Selimiye Camii. E’ il più grande esempio di arte gotica a Cipro e rassomiglia ad alcune cattedrali francesi; qui si sposavano i re. Al tempo dei Lusignano le navate risplendevano di oro, poi ci furono le spogliazioni, ad opera dei genovesi. L’interno, molto ampio, ha la classica struttura gotica verticale, il pavimento è interamente coperto da tappeti rossi punteggiati di grigio con lunghe strisce gialle a disegni regolari, la nicchia in cui si trova il mihrab è molto colorata. Per mezzo di una scala scomodissima saliamo al piano superiore dove vediamo un medaglione con un bassorilievo: c’è un agnello con la croce; stranamente non è stato distrutto dagli arabi. In una piccola sala laterale vediamo delle pietre tombali del periodo dei franchi e dei veneziani; il custode le bagna e così le incisioni appaiono evidenti.

Mentre usciamo dalla moschea, Antonia mi dice di essere rimasta particolarmente colpita nel vedere una cattedrale gotica, che ancora conserva intatta la sua struttura di chiesa cattolica, trasformata in moschea ed indubbiamente è una cosa che fa pensare.

All’esterno c’è molta sporcizia, dei bambini giocano a pallone ed Enrico, passando, tira anche lui qualche calcio; ci sono negozi di souvenir che vendono oggetti in rame o in legno intarsiato, tappeti, cuscini; c’è anche un antiquario che, tra gli altri oggetti, espone una carrozzina per neonati, ormai fuori moda ma che mi ricorda quella che avevo per i miei bambini. Provo un senso di tenerezza e il mio pensiero corre lontano, lontano… Passiamo accanto ad alcuni falegnami che lavorano all’aperto e arriviamo in un caravanserraglio costruito nel 1572 ad opera di Mustafà Pashà. Al centro c’è il pozzo con sopra la banca; tutto intorno c’è un portico su cui si aprono qualche negozio e qualche caffè; Jole compra uno scialle bianco scintillante di luccichini che forse indosserà a un matrimonio, Gabriella invece ne compra uno nero con decorazioni in perline e lo inaugura subito. Carlo scatta una foto a me ed Enrico, io ho in mano il fedele compagno: il quaderno di appunti. Gianni osserva e commenta che questa è l’icona di Mirella!

Torniamo in albergo e lo troviamo trasformato: nell’ingresso e sulla scala che porta alla sala ristorante ci sono fiori bianchi e decorazioni in tulle; sì, nella sala accanto a quella in cui ceniamo c’è un ricevimento di nozze. Gli invitati sono moltissimi, i camerieri, tutti sudati, si muovono freneticamente portando vassoi e vassoi… nel corridoio che dà accesso alla sala del ricevimento c’è una lunghissima fila ordinata. Ceniamo osservando incuriositi ma a un certo punto la nostra attenzione è attratta da altro. Un cameriere porta una torta al cioccolato, con una candelina color argento accesa, con su scritto Happy birthday e la posa davanti ad Enrica, che stupita e contenta, la spegne; in realtà sono tutti stupiti perché nessuno di noi ha organizzato la cosa. E’ stata Anna, la moglie di Emin , la titolare dell’agenzia che ha organizzato il nostro viaggio, ad avere dall’Italia questo dolcissimo pensiero! Questo sì, e non i semplici auguri fatti a Bellapais, è un festeggiamento ufficiale! Cantiamo nuovamente la canzoncina di rito, facciamo un applauso e trattandosi di una signora, non diciamo l’età. Ma… possiamo dire che fino ad ieri aveva 58 anni e che è molto più giovane di me che ne ho appena compiuto 60! Invece i nostri rispettivi mariti, Angelo ed Enrico, sono proprio coetanei!

Intanto il ricevimento di nozze continua; Cesare , Guido e qualche altro si affacciano nella sala per curiosare; io con Adele faccio un giro di ispezione e vedo che tutti, rigorosamente in fila, vanno a fare gli auguri agli sposi. Voglio andare anch’io ma Adele non se la sente ed allora mi accompagna Rosanna. Facciamo la fila, ammiriamo la sposa, radiosa e rotondetta nel suo abito bianco, lungo e pieno di brillantini e perline, notiamo che ogni invitato, nello stringere la mano allo sposo (abito nero, camicia bianca e grande fiore bianco all’occhiello) gli consegna una busta che subito viene inserita in una grande scatola bianca. Arriva il nostro turno: senza lasciare nessuna busta, stringiamo la mano agli sposi, facciamo loro in inglese i nostri migliori auguri, speciali perché arrivano dall’Italia, veniamo invitate a partecipare alla festa, ringraziamo ed usciamo.

E’ tardi ed andiamo a dormire: la giornata di domani sarà lunghissima.



Quarto giorno:

sabato 7 maggio
Nicosia – Salamina – Famagosta – Larnaca – Beirut

Ancora una volta la giornata è cominciata presto e con un incontro in cui Fernando ci presenta il programma di oggi; recitiamo la Preghiera del mattino riportata nel nostro fascicolo e poi saliamo in pullman. Mentre stiamo per partire Angela si accorge di aver dimenticato in camera, messo in bella vista sul comodino proprio per non dimenticarlo, il biglietto del volo che stanotte ci porterà in Libano. Meno male che qualcuno ha chiesto a tutti di controllare!

Percorriamo la zona cuscinetto, perdiamo molto tempo al posto di blocco, sale la guida turca; così oggi abbiamo ben tre guide: infatti anche Luciana è sul nostro pullman.

Tutti i palazzi di Cipro hanno sul tetto i pannelli solari e dei grandi serbatoi, molto antiestetici che permettono però di avere l’acqua calda a basso costo; i numerosissimi palazzi beige tutti uguali che vediamo poco dopo il confine hanno addirittura un bosco di serbatoi sul tetto.

Attraversiamo la Mesarya, la grande pianura posta tra le due catene montuose dell’isola, in cui d’estate la temperatura sale fino a 42 gradi durante il giorno e scende di notte anche di 10-15 gradi. Costas ci parla della flora e della fauna di Cipro e ci tiene a precisare che l’isola è nata dal mare e non ha nulla a che fare, anche dal punto di vista geologico, con la Turchia; inoltre a Cipro ci sono i cedri e in Turchia no. La tensione tra le due etnie è forte e palpabile e Costas appena può fa battutine sui turchi; il fatto che tra noi ci sia Emin, che è turco, forse lo stuzzica ancora di più. E’ significativo il fatto che ieri Emin, che ha un nome dal significato profondo (Colui di cui fidarsi), sfogliando in albergo l’elenco dei prefissi internazionali si è accorto che ne mancava solo uno: quello della Turchia.

Fernando ci parla della diffusione del cristianesimo nell’isola: la sua penetrazione fu lenta e non priva di difficoltà a causa del sostrato morale dell’isola poco favorevole alla diffusione di una morale elevata come quella evangelica; all’inizio si diffuse soprattutto nella zona, ricca di giacimenti di rame, di Tamassos. Diocleziano vi fece deportare moltissimi cristiani per farli lavorare in quelle miniere di cui abbiamo visto una ricostruzione ieri al Museo. Dopo tre secoli non vi era ancora una netta separazione tra il paganesimo e il cristianesimo: la casa di Eustolio testimonia il permanere di un certo sincretismo tra la devozione ad Apollo e la fede in Cristo. Poi ci parla di Lazzaro, vissuto per 30 anni a Larnaca e diventato vescovo, sul cui sarcofago casualmente scoperto, era riportata la frase di Giovanni Lazzaro, l’amico di Gesù; successivamente ci parla di alcuni santi, significativi per Cipro.

S. Ilarione, nativo di Gaza in Palestina, figlio di genitori pagani, a 15 anni scelse di ritirarsi nel deserto egiziano dove rimase moltissimi anni facendo miracoli; a 63 anni si recò a Pafo ove operò molti miracoli e poi per cinque anni visse su una montagna nei pressi di un tempio pagano.

S. Spiridione, nato a Cipro da famiglia povera, rimasto vedovo si dedicò alle comunità cristiane. Divenne vescovo e partecipò al Concilio di Nicea; fece molti miracoli. Le sue reliquie, a seguito dell’invasione saracena, furono portate a Costantinopoli; il suo corpo, trovato intatto, emanava profumo di basilico.

S. Elena, seguendo una visione, fece scavare sotto il tempio di Venere che aveva fatto costruire Adriano sul luogo del S. Sepolcro; là nella cisterna distante circa 40 metri, in cui probabilmente erano state gettate e ricoperte di terra (ora vi sorge una cappella) trovò tre croci e riconobbe quella di Gesù perché la salma poggiatavi sopra si rianimò; furono trovati anche i chiodi e la predella su cui i piedi di Cristo avevano poggiato. Fernando coglie l’occasione per spiegarci che nelle icone la Croce ha sempre tre legni orizzontali: uno in cima con l’iscrizione, un altro è il sostegno per le braccia e l’ultimo è il suppedaneo, sollevato verso la destra del Crocifisso, ad indicare che il buon ladrone è in Paradiso, mentre l’altro è precipitato all’ Inferno. Riprende poi a parlare di S. Elena che lasciò metà della croce a Gerusalemme e portò l’altra metà a Costantinopoli ; sbarcata a Cipro, che era afflitta da una grave siccità, fece dividere la predella in quattro parti e ne lasciò due a Cipro: una in una chiesa in montagna, l’altra in una chiesa appositamente costruita presso Larnaca. L’avidità religiosa di possedere una reliquia della Croce fece sì che il Sacro Legno venisse diviso in frammenti piccolissimi; attualmente nel mondo c’è un numero immenso di tali reliquie.

S. Epifanio di Salamina, unico grande teologo di Cipro, dottissimo (parlava cinque lingue) ma privo di moderazione e tatto nelle discussioni, deciso oppositore di ogni novità interpretativa della Bibbia e in particolare di Origene e dei suoi seguaci, combattè contro ottanta eresie e scrisse il Panarion per insegnare a difendersi da esse come dal veleno dei serpenti. Nominato nel 367 Metropolita nella sede episcopale di Salamina, morì in mare nel 403 e fu sepolto nella chiesa a lui dedicata, famosa per lo splendido pavimento ad opus sectile ; purtroppo attualmente non è aperta alle visite. Estremo conservatore, incapace di accettare che ricorrendo alla cultura classica, alla filosofia e alle altre religioni il messaggio evangelico poteva essere compreso meglio, senza assolutizzarlo, ha segnato con le sue idee la struttura della chiesa cristiana. Basti ricordare che era iconoclasta, che fu fautore del celibato dei preti (non istituito da Gesù e non presente nella chiesa antica), che si oppose al sacerdozio delle donne basando la sua teoria sul fatto che alla Madonna non era stato affidato alcun ministero sacerdotale. E’ a lui che dobbiamo l’iconografia di un S. Giuseppe vecchio e con barba (per spiegare infatti il brano evangelico di Marco in cui si parla di fratelli e di sorelle di Gesù aveva detto che Giuseppe era vedovo e aveva avuto altri figli dal precedente matrimonio. Gerolamo, invece, suo contemporaneo, sosteneva la verginità sia di Giuseppe che di Maria e, poiché il termine ebraico indica generalmente i membri di una famiglia e non solo i fratelli, parlava di cugini di Gesù.); ora più nessuno parla di Giuseppe vecchio e vedovo e lo si rappresenta come un giovane di 18 o 19 anni quale realmente era.

Arriviamo a Salamina, la città fondata da Teucro nel XII secolo a.C., e ci rechiamo alla Tomba dell’Apostolo Barnaba. E’ una cappella in pietra ombreggiata da un carrubo che ha tanti baccelli verdi; all’interno ci sono nidi e rondini che volano. Per mezzo di una scala un po’ sconnessa scendiamo nella cripta scavata nella roccia: il sarcofago, su cui sono poggiate tre icone, è coperto da un drappo rosso; vicino c’è un contenitore pieno di olio in cui galleggiano molti stoppini accesi, due donne anziane vestite di nero armeggiano per accenderne altri, Elisabetta le aiuta.

Vicino ci sono il Monastero - Museo e i resti di una basilica paleocristiana del V secolo, a tre navate, dedicata a Barnaba.

Nell’antico katholikon è esposta una raccolta di icone; vediamo persone che con devozione le toccano e le baciano; vicino all’icona di Barnaba sono attaccate delle gambe ex voto, apparentemente di cera; l’iconostasi è aperta e si vedono un altare, il tabernacolo, il Crocifisso; davanti ci sono tre alti candelabri.

Nelle ex celle monastiche, che affacciano su un cortile interno circondato da portici, si trova il Museo archeologico, il più importante di Cipro Nord. Vediamo reperti dell’età del bronzo, ceramiche, reperti del periodo della Grecia classica, di fattura ottomana e dell’epoca veneziana.

Il complesso è sorto nel luogo del ritrovamento delle presunta tomba di Barnaba che fu appunto all’origine dei privilegi accordati nel V secolo alla Chiesa di Cipro e della dichiarazione della sua autocefalìa. Infatti poteva essere dichiarata autonoma solo una chiesa che riusciva a dimostrare di essere apostolica, cioè fondata da un apostolo. Nessun altro Arcivescovo (al di fuori dei grandi cinque patriarchi di Costantinopoli, Alessandria, Gerusalemme, Antiochia e Roma) infatti poteva, come quello di Cipro, portare lo scettro imperiale e non il pastorale ricurvo, indossare il mantello color porpora e firmare i documenti con l’inchiostro cinabro (rosso) proprio degli imperatori. Nei primi 1000 anni della storia del cristianesimo il Vescovo di Roma era un primus inter pares: non c’era ancora il primato di Roma.

All’esterno c’è un banchetto che vende frutta secca di tutti i tipi e dolcetti tipici; molti del gruppo si fermano a fare acquisti.

Ci rechiamo alle Tombe dei re a cui si accedeva tramite dromoi, corridoi o rampe d’ingresso, in cui sono stati trovati i manufatti più importanti ed il letto d’avorio e i troni che abbiamo visto al Museo di Cipro. Il feretro del defunto veniva portato qui su un carro trainato da cavalli e veniva cremato assieme ai cavalli e ad alcuni servi; sono stati trovati scheletri di cavalli che si erano spezzati il collo nel tentativo di fuggire e di esseri umani con mani e piedi legati. Protetti da lastre di vetro vediamo gli scheletri di alcuni cavalli, uno ha ancora intera la dentatura.

La mia attenzione è attratta da una grande conchiglia fossile che spicca sulle pietre della recinzione: Cipro è proprio nata dal mare.

Entriamo nel sito archeologico di Salamina e ci dirigiamo verso il teatro. Si tratta di un teatro romano, non appoggiato su una collina, costruito da Augusto, restaurato e tuttora usato per spettacoli. Ci sono diciotto file di alti gradini, la scena è grande ed è limitata da due statue acefale, dalle vesti drappeggiate, mutilate anche nelle braccia.

Entriamo nel gymnasium: rimangano parti della pavimentazione, delle colonne, alcune con capitello; quelle d’angolo avevano il basamento a forma di cuore. Delle numerosissime statue di un tempo ne rimangono poche: sono acefale e sono vestite; è quanto si è salvato dalla distruzione fatta dai cristiani. Tra queste vi sono le statue di Ercole e delle tre Parche; non è casuale, ammoniscono che non bisogna puntare tutto sul corpo: nessuno può sfuggire alle Parche.

Nell’angolo sud occidentale della palestra vi sono le latrine con 44 posti; è ancora possibile vedere il condotto dell’acqua, alcune hanno ancora i braccioli. Un tempo comunicavano direttamente con il ginnasio; poi i cristiani, per motivi di pudore, hanno costruito il muro che ancora vediamo.

Nelle terme sono visibili alcune piscine e parti del sistema di riscaldamento ma le cose più interessanti sono un affresco probabilmente cristiano, rimasto parzialmente sulla volta di un ingresso, che raffigura due visi, uno dei quali angelico, e alcuni mosaici. In uno di questi si riconoscono il dio del fiume Eurota e le ali del cigno in cui si sta trasformando Zeus; di un altro rimangono una faretra e delle gambe, forse di Apollo e di Artemide.

Mentre in pullman ci rechiamo a Famagosta, la città dalle numerosissime chiese (pare 365, una per ogni giorno dell’anno) perché numerosissimi erano i peccati di cui farsi perdonare, Fernando ci parla del famoso assedio, iniziato nel 1570, ad opera dei turchi di Lala Mustafà Pashà, e di Marcantonio Brigadin. I turchi erano 200000 e avevano 150 cannoni, i greci e i veneziani erano complessivamente 8000 e avevano solo 90 armi di piccolo calibro. Dopo dieci mesi di assedio, quando ormai i veneziani riuscivano a nutrirsi solo di gatti e di topi ed erano stati decimati dalle epidemie, ci fu la resa dietro assicurazione che i civili non sarebbero stati molestati. L’accordo prevedeva che gli ufficiali veneziani e lo stesso Bragadin fossero portati a Creta su navi turche ma Lala Mustafà pretese di trattenere un ufficiale a garanzia del rientro delle navi; Brigadin reagì opponendosi, allora il Pashà fece fare a pezzi tre ufficiali, fece tagliare il naso e le orecchie a Brigadin, lo gettò in prigione e dopo dieci giorni lo fece scorticare vivo. Il corpo fu sbudellato, riempito di paglia e fatto sfilare per le vie della città. Ora, riscattato dai discendenti, riposa nella chiesa di S. Giovanni e Paolo a Venezia. Da questo terribile episodio derivò la battaglia di Lepanto.

Ci rechiamo a visitare l’ex cattedrale di S. Nicola ora moschea Lala Mustafà Camii, importante monumento in stile gotico fatto costruire nel XIII secolo dai Lusignano, assai simile alla cattedrale di Reims. Le due torri furono decapitate durante il bombardamento del1571; i turchi aggiunsero un minareto, distrussero tutto ciò che era inerente al culto cristiano, costruirono il mihrab e il mimbar. Sul piazzale si trova un grande sicomoro coevo della chiesa.

L’interno è tipicamente gotico con mirabili opere di traforo e magnifiche vetrate policrome; il colore dominante dei tappeti è il verde.

Prima di salire in pullman saliamo su un bastione delle mura e scattiamo qualche foto. Usciamo dalla zona turca, passiamo attraverso la base militare inglese e rientriamo nella Cipro del Sud dove ci fermiamo a un ristorante.

Siamo diretti a Larnaca, l’antica Kition, città in cui nacque il filosofo Zenone, il fondatore dello stoicismo. Fernando ci dice che Zenone (discepolo di Cratere, il filosofo cinico che con disprezzo aveva gettato in mare tutti i suoi beni) aveva intuito la relatività dei beni terreni ma non li aveva visti nell’ottica cristiana di doni da donare. Quasi tre secoli prima di Cristo, qui a Kition, erano fiorite delle concezioni vicine all’insegnamento evangelico: l’uguaglianza di tutti gli esseri umani, la fratellanza fra gli uomini, la necessità di un reciproco aiuto…

Il Museo Pierides, privato, così chiamato dal nome dell’archeologo che iniziò la raccolta, è piccolo ma molto curato e vi vediamo reperti bellissimi. L’uomo che urla (risale al 3000 a.C.) ha una grande espressività: le mani sono sotto le orecchie, la bocca è spalancata, la testa è concava e l’acqua, che vi penetrava attraverso un largo foro, usciva da un membro prominente. Vediamo delle statuette tra cui una donna che allatta, degli idoli, bellissimi oggetti in vetro, lampade ad olio, anfore dipinte a colori rosso e nero, antiche carte di Cipro, magnifiche icone. Ci fermiamo davanti ad una vetrina che contiene piccole statuette di animali: cinghiali, leoni , maiali, scimmie, tartarughe … è quasi un piccolo zoo del 750 a.C. Nel corridoio vi sono cassapanche intarsiate con il coperchio aperto: una lastra di vetro copre tessuti ricamati che Gabriella osserva con grande attenzione. La cura con cui è tenuto il museo è evidente nei particolari. Persino le cartoline sono di grande qualità.

Con il pullman passiamo accanto al lago salato: a distanza vediamo, sul lago, un boschetto da cui svettano i minareti della moschea dedicata al Sultano Hala. In inverno è habitat di numerosissimi fenicotteri rosa. Alla fine dell’estate un tempo venivano da tutta l’isola con gli asini per raccogliere il sale, ma ora non più, lo si importa; il lago è alimentato esclusivamente da acqua piovana: se non piove e in estate è asciutto. Fernando ci dice di aver letto su libri ben attendibili che non si riesce a spiegare scientificamente il permanere di tanta salinità; Enrico, che ha avuto per anni occasione di occuparsi proprio di miniere di sale, dà una lunga spiegazione arricchita di dati tecnici e di un po’ di numeri percentuali, ma non riesce a convincerlo.

Narra una leggenda che un giorno Lazzaro, assetato, passò attraverso una grande vigna e chiese alla proprietaria un grappolo d’uva; a seguito di un brusco rifiuto trasformò la vigna in lago salato. Sarà vero che non ci sono spiegazioni scientifiche o Fernando cercava solo un modo insolito per raccontarci la leggenda? Impossibile capirlo … è serio e nega di aver scherzato.

Arriviamo alla Chiesa bizantina Angheloktisti, dedicata alla Madonna degli Angeli, talmente bella che si diceva fosse stata costruita, come indica il suo nome, proprio dagli angeli. Nel nartece sono esposte antiche icone e, ammassati da un lato ci sono grossi sacchetti, quasi dei cuscini, ripieni di foglie di ulivo: vengono portati la Domenica delle Palme, lasciati lì e bruciati il giorno di Pentecoste. Interessante è il mosaico, forse del VI secolo, che occupa il catino absidale. La Madonna in piedi, con il Bambino in braccio a sinistra e accanto due Arcangeli, ricorda il mosaico di Teodora nella chiesa di San Vitale a Ravenna; insolitamente c’è la scritta Ayia Maria. C’è anche una bellissima icona della Madonna seduta con il Bambino in braccio e con accanto San Barnaba e San Lazzaro.

Fernando ci spiega che nelle chiese ortodosse la posizione delle icone non è mai casuale: fondamentale è quella del Pantokrator, con vicino quella della Madonna; c’è sempre la fila delle icone che raffigurano le varie festività liturgiche (Battesimo di Gesù, Presentazione al tempio, Entrata in Gerusalemme, Resurrezione …) che in occasione di esse vengono staccate e messe in evidenza; al di sopra ci sono le icone degli Apostoli. Non mancano mai quelle del Santo patrono, degli Evangelisti, degli Arcangeli.

Nel gruppo ci sono tre coppie che quest’anno festeggiano anniversari importanti: Marinella ed Ermanno i venticinque anni di matrimonio, Tina e Camillo i trenta, Enrico ed io i quaranta ed allora ci facciamo fotografare nel giardino della chiesa assieme a Fernando; c’è una bella coincidenza: a quindici anni di distanza Marinella ed Ermanno ed Enrico ed io ci siamo sposati nello stesso mese e nello stesso giorno.

La Moschea del Sultano Hala, uno di luoghi più sacri dell’Islam perché costruita nel luogo in cui era morta cadendo da cavallo la zia paterna di Maometto, è suggestiva da lontano, ma deludente da vicino anche perché ci sono lavori in corso. L’interno è in fase di restauro; la porta è aperta e ci muoviamo nell’interno tra le impalcature, nel buio.

Ultima visita della giornata è quella della Chiesa di San Lazzaro: nel cortile regna una atmosfera festosa, ci sono gli sposi e tanti invitati. Entriamo: ci sono molte candele accese e persone che pregano. L’iconostasi è molto grande, le icone sono separate da fregi, due icone sono messe in evidenza, quella della Resurrezione (con la prospettiva rovesciata delle montagne molto grandi benché lontane, con l’immagine di Cristo che occupa tutto l’ovale azzurro da cui esce, con le porte infrante e con Adamo ed Eva ed altri personaggi richiamati alla vita) e quella di San Giorgio, festeggiato con una settimana di ritardo a causa della data della Pasqua. Un tempo la chiesa era piena di affreschi, distrutti dall’umidità; si notano capitelli romani usati per sopperire alla mancanza di materiali. Sul pilastro di destra, guardando l’altare, c’è una grande icona che raffigura la rianimazione di Lazzaro mentre gli astanti si tappano il naso per l’odore di putrefazione; in posizione simmetrica, dall’altro lato, c’è una grande urna dorata con cupola che conserva il cranio di Lazzaro. Sopra vi sono poggiati tre vasi di fiori e, sparsi, petali di rose rosse: da un foro centrale coperto di vetro si vede il cranio.

Su un tavolo ci sono delle pagnotte pronte per la celebrazione di domani (gli ortodossi si comunicano con pezzetti di pani intinti nel vino) e una torta chiamata colliva che ha la parte superiore divisa in quattro parti, a croce: si alternano le parti coperte da mandorle e quelle coperte da chicchi di melograno. Costas ci spiega che questa torta, a base di grano bollito, farina di ceci, zucchero, sesamo bianco, mandorle, uvetta e melograno, si fa ogni domenica per commemorare i defunti; il sacerdote la benedice e, dopo la liturgia, ne distribuisce i pezzetti ai fedeli. Ci dice anche che il pane avanzato, dopo la distribuzione della comunione, viene portato a casa e consumato; solo una piccola parte viene lasciato in chiesa, a disposizione di chi, impossibilitato a partecipare alla funzione domenicale, voglia portarlo via nei giorni immediatamente successivi. Scendiamo nella cripta e vediamo anche qui cuscini pieni di foglie di ulivo; ci sono turiboli appesi e alcuni sarcofagi tra cui, coperto di lino, quello di Lazzaro con la scritta Lazzaro l’amico del Signore. In Giovanni,11 troviamo la presentazione di Lazzaro e delle sue sorelle (immagine più della comunità cristiana che non di una famiglia vera e propria) e la definizione di Lazzaro come amico del Signore, cioè pronto come Gesù, a servire gratuitamente il prossimo. Diventare amici di Cristo, ci dice Fernando, è il messaggio che dobbiamo portare con noi da questo viaggio.

Salutiamo Costas che, lasciandoci, afferma che Cipro è l’isola in cui i miracoli sono ancora possibili; con noi rimane Luciana.

Abbiamo un po’ di tempo libero, ci sediamo in riva al mare e Fernando ci prepara alla giornata di domani.

Ceniamo in un incantevole ristorante sul mare, la cena è a base di pesce e si chiude con un delicato dolce caldo ripieno di ricotta e poi … all’aeroporto. Salutiamo anche Luciana; il terminal è affollato e le operazioni di check in poco ordinate, ci auguriamo che con quella confusione non ci siano disguidi con i bagagli.

Dopo poco più di mezz’ora di volo arriviamo a Beirut: le valigie ci sono tutte; il controllo dei documenti è lungo e meticoloso. Ci aspettano Hassan, che sarà la nostra guida, e Samir, l’autista. Hassan ci dà il benvenuto, felice dopo di cinque anni di vuoto assoluto ci sia finalmente un gruppo di turisti italiani in Libano. Scopriamo che conosce l’altro Hassan, quello che ci aveva fatto da guida in Siria e di cui abbiamo uno splendido ricordo, e questa cosa ci fa piacere.



Quinto giorno:

domenica 8 maggio
Beirut – Beiteddine- Tiro – Sidone – Beirut

Siamo in pullman, manca Celestino; arriva con soli tre minuti di ritardo ed è una cosa insolita perché in genere siamo tutti in anticipo; mentre partiamo Fernando comunica che da ora in poi, se ce ne sarà bisogno, sarà proprio Tino a scrivere l’elenco dei buoni e dei cattivi; sono certa che subito tutti, e Tino in particolare, sentono in bocca un gran sapore di infanzia.

Hassan ci parla di Beirut ( il nome deriva dall’arabo bir, pozzo), delle sue numerose sorgenti, della storia del suo paese che è grande quasi come il Lazio, degli sforzi fatti per cancellare le devastazioni della guerra: si è lavorato molto negli ultimi anni, anche 24 ore su 24. Passiamo accanto al luogo in cui è stato massacrato Hariri: è impressionante vedere i palazzi sventrati e ci fermiamo presso i resti delle Terme romane, al cui restauro ha lavorato anche Hassan, uomo di grande cultura che insegna all’Università, dipinge, ha pubblicato molti libri, tiene conferenze e partecipa a convegni. Parla, con grande proprietà lessicale, un italiano scorrevole : ha vissuto e studiato molti anni in Italia. Le terme sono ovviamente ad un livello più basso di quello stradale e sono dominate dall’alto da un lato dal Palazzo del Governo, a cui si accede attraverso le numerose rampe di una grande scalinata, e dall’altro dalla Chiesa dei Cappuccini del XVIII secolo. Tra i resti delle terme cespugli di erbe aromatiche (accuratamente scelte perché già conosciute dai romani) emanano la loro fragranza. Vediamo i canali dell’acquedotto e una grande cisterna; vicino c’è una garitta e, davanti, un soldato armato in tuta mimetica. A piedi passiamo nella piazza del Parlamento; un tempo qui passava la linea verde, che, come dice Hassan, era sempre rossa a causa dei bombardamenti; in un locale di questa piazza Hariri era solito prendere il caffè.

Entriamo nella Chiesa ortodossa di San Giorgio; durante il restauro sono stati trovati due livelli, uno bizantino del IV secolo e uno medievale. Un soldato armato ci guarda dal portale d’ingresso. L’iconostasi ha molto oro ma mancano le icone: sono state tutte bruciate durante la guerra e le uniche che vediamo al centro sono delle riproduzioni. L’unico dipinto originale, con scritte sia in arabo che in greco, crivellato da fori di pallottole, si trova sulla porta laterale: sono tre scene della condanna di Gesù. Cinque fori su otto sono sulla veste rossa di Cristo, all’altezza del torace e delle braccia; non penso proprio che sia casuale ed ho l’impressione di toccare con mano una nuova condanna, anche questa volta senza assoluzione. Hassan ci dice che questa zona è destinata a diventare un grande giardino della pace; in questa area, oltre alla chiesa di San Giorgio, vi sono una chiesa cattolica ed un moschea in costruzione.

Ci dirigiamo verso la Grande Moschea, che un tempo era la chiesa di San Giovanni costruita dai crociati intorno al 1200. Sulla piazza c’è l’ambasciata italiana; un soldato armato riconosce la nostra nazionalità e ci addita la bandiera. Nella struttura della chiesa sono inserite alcune colonne e alcuni capitelli romani; quando è stata trasformata in moschea l’abside non è stata toccata, vi è solo stata aperta una porta con un’iscrizione. E’ presto, la moschea è ancora chiusa, non possiamo entrare.

Ci dirigiamo verso la zona più vecchia della città; sulle vetrine dei negozi sono esposte fotografie listate a lutto di Hariri; una Rolls Royce scoperta si ferma e ci lascia passare, il guidatore e il passeggero ci salutano.

Vediamo il muro inclinato che circondava la città di 5000 anni fa e in fondo il porto moderno di epoca francese. Dell’ antico porto fenicio non è rimasto più nulla, è stato demolito ma, attraverso sondaggi e scavi, è stato trovato il posto in cui attraccavano le imbarcazioni. Vediamo resti di fortificazioni crociate con colonne romane inserite orizzontalmente per renderle più solide, vediamo buchi nella roccia in cui venivano inserite le travi di tende preistoriche. Vediamo grosse macine per grano in pietra vulcanica nera, un sarcofago antico, i pilastri di un caravanserraglio ottomano distrutto durante la guerra.

Arriviamo a Piazza dei Martiri, la grande piazza in cui si sono svolte tutte le manifestazioni. Passiamo accanto al luogo in cui è sepolto Hariri: una grande distesa di fiori tutti bianchi, bandiere libanesi (due fasce rosse con in mezzo una fascia bianca più grande in cui è riprodotto un albero di cedro; il rosso indica il sangue dei caduti per l’indipendenza, il bianco è il colore della neve e della pace), candele , molti ritratti dell’ex presidente, un grande Corano aperto dai grandi fogli bianchi con caratteri arabi neri e fregi rossi e blu. Poco discosto c’è un altare con un enorme Corano aperto in marmo e due ritratti di Hariri; la gente viene in questo luogo in pellegrinaggio.

Mentre ci rechiamo al Museo Nazionale vediamo molti palazzi danneggiati dai bombardamenti e, quasi in contrasto, degli alberi di giacaranda in fiore.

Cominciamo la visita del museo dal secondo piano dove sono esposti in teche oggetti di piccole dimensioni a partire dalla preistoria fino all’epoca islamica; è possibile ammirarli nei minimi particolari perché sulle vetrine si trovano delle lenti di ingrandimento scorrevoli. Vediamo amigdali, terrecotte, vasi conici per offerte votive, bellissime statuette stilizzate provenienti da Biblo in bronzo e lamine d’oro, statuette di animali (ippopotami, capre, scimmie, un elefantino), gioielli in oro e in pietre dure, maschere funerarie in terracotta, una "fiasca del pellegrino" (quasi un’antica borraccia tonda e sottilissima in vetro policromo), monete, statuette di musicisti… In una teca ci sono delle conchiglie di murice poggiate su tre pezzi di stoffa leggera drappeggiati: è un esempio stupendo delle tinture color porpora che si facevano a Sidone; le tonalità di colore sono degradanti e vanno dal viola al rosa. A pianoterra si trovano invece oggetti di grandi dimensioni e mosaici. Particolarmente interessante è il sarcofago con iscrizioni fenicie, di Ahiram, re di Biblo, del X secolo a.C. Ai quattro angoli della base e al centro dei due lati corti del coperchio è scolpita una testa di leone, secondo una tradizione frequente nell’antichità; per preservarlo dalle profanazioni era stato sepolto a grandissima profondità, era stato coperto di terra, vi erano stati sovrapposti altri due sarcofagi pesantissimi e strati di pietre.

Ammiriamo la base di una colonna del V secolo proveniente da Sidone, dei sedili in pietra di Astarte, il sarcofago in marmo bianco con i due sposi distesi e il fregio con la storia di Achille, il mosaico che raffigura Europa rapita da Zeus e quello che raffigura la nascita di Alessandro …

In pullman Hassan ci fa un quadro cronologico della storia antica del Libano; lungo la strada fa fermare il pullman vicino ad un chiosco che vende frutta e acquista un casco di piccole banane e un sacchetto di prugnette verdi: vuole farci assaggiare la dolcezza dei frutti della sua terra.

Fernando ci parla della storia della chiesa cattolica in Libano, quella maronita: è l’unica a non avere doppio rito; tutte le altre, la greca, la armena, la siriana, la copta hanno sia il rito cattolico che quello ortodosso. Fu fondata da San Marone, vissuto tra il 350 e il 410, in Siria; quando ad Antiochia iniziò la persecuzione contro i maroniti accusati di eresia, essi si spostarono in Libano e si stanziarono nella valle di Kadisha, convertirono al cattolicesimo le popolazioni locali e furono accoglienti nei confronti di chi fuggiva dalla persecuzione siriana. Rimasero sempre uniti a Roma; quando i crociati arrivarono in Libano si stupirono di trovare dei cristiani cattolici anche dopo lo scisma. Fernando ci legge una preghiera maronita, scritta in un momento difficile di persecuzione, ancora attualissima: tieni lontana la guerra, la fame, la pestilenza … liberaci dall’oppressione … concedici di vivere in pace e poi ci dà delle informazioni sul rito maronita oggi. La liturgia è in lingua siriana; il celibato dei preti, secondo la tradizione antica, non è obbligatorio; si sposano in genere i preti dei villaggi e della campagna, rimangono celibi quelli delle città che proseguono gli studi di teologia e si dedicano interamente al servizio della comunità cristiana. Tra di essi vengono scelti i vescovi.

Arriviamo a Beiteddine, al Palazzo dell’emiro Bashir, costruito verso la fine del XVIII secolo da architetti italiani e da esperti artigiani di Damasco e di Aleppo; è un impressionante simbolo di potere e di ricchezza.

All’esterno c’è una fontana di fresca acqua potabile ed Hassan ci racconta che, per costruire l’acquedotto che doveva portare l’acqua fin lì, troppo costoso persino per Bashir, l’emiro, seguendo il consiglio di un servo che per attrarre la sua attenzione si era finto matto, fece lavorare gratuitamente per un giorno gli abitanti di tutti i villaggi che erano sotto la sua giurisdizione; da qui è nato il detto: Prendete saggezza dalla bocca del matto.

Entriamo in un cortile enorme su cui si aprivano le stanze degli ospiti che in una giornata potevano essere anche duemila; attraverso una scalinata con due rampe convergenti, passando sotto un’arcata con epigrafe di benvenuto e attraverso un magnifico portale in marmo intarsiato, entriamo in un secondo cortile abbellito da una fontana; in fondo, a mezza altezza sulla parete c’è un bovindo in legno, con una fascia centrale a colori, dalle cui finestre le donne potevano vedere senza essere viste. Visitiamo alcune stanze, una più bella dell’altra: le grandi finestre hanno vetri policromi, i pavimenti sono in marmo intarsiato, i soffitti e le pareti sono in legno di cedro scolpito e dipinto, i divani sono grandi e ricoperti di seta viola o rosso bordò; nelle stanze vi sono delle fontane, abbastanza vicine all’ingresso, anche a parete, che avevano la duplice funzione di rinfrescare l’ambiente in estate e di coprire con il loro fruscio le voci assicurando riservatezza. In inverno il riscaldamento era assicurato da un sistema di condutture di acqua calda sotto il pavimento. In una stanza c’è un’iscrizione in arabo sulla giustizia dell’emiro che alla fine della sua vita si era convertito al cristianesimo.

Visitiamo poi l’hammam riservato all’emiro e ai sui ministri: si susseguono una seria di stanze, decorate con marmi, con il soffitto a cupola; ci sono ambienti con piccole vasche in marmo con doppio rubinetto: si mescolava l’acqua calda e quella fredda e poi con delle ciotoline ce la si buttava addosso, come mi ha spiegato Dianora che in Giordania ha appena fatto una esperienza piacevolissima in un hammam. Come nelle terme romane vi sono i tre ambienti: frigidarium, tepidarium, calidarium, ma il riscaldamento era assicurato da condutture e non da ipocausto.

Ci rechiamo poi ad ammirare la splendida collezione mosaici che si trova nei locali delle antiche scuderie e lungo le mura che circondano i giardini. Molti, della grandezza di ampi pavimenti, provengono da chiese cristiane di tutto il Libano e risalgono ai secoli IV, V, VI; hanno disegni geometrici o stilizzati, riproducono animali e figure religiose. Notevole è quello di Ktisis, il fondatore: al centro di una croce greca c’è Ktisis = Cristo; nei quattro bracci della croce sono rappresentati quattro animali feroci; disposti geometricamente e separati da una sottile greca ci sono uccelli, uva e altri simboli cristiani. Cristo, che ha una lancia in mano ad indicare la Parola viva ed efficace, forte come una spada, sconfiggerà gli animali feroci operando una nuova creazione basata sulla pace; questo mosaico segna il passaggio dalla vecchia sapienza a quella nuova portata da Cristo. Un mosaico, di grandi dimensioni, raffigura tanti animali, miti e feroci, che si nutrono allo stesso albero della vita; un altro, grandissimo, rappresenta la Porta del Paradiso attraverso la figura di due pernici poste ai lati di una coppa e ripetute figure geometriche di cerchi in cui sono iscritti quadrati con al centro pernici o fiori stilizzati.

All’uscita Hassan regala a Fernando e ad Emin un libro scritto da lui sui mosaici della collezione e che è in vendita nel negozio di souvenir.

Ripartiamo ma presto facciamo una sosta a Deir al Qamar: sulla grande piazza si affacciano la casa dell’emiro, la moschea, un caravanserraglio, un tempo della seta; vicino, dall’altro lato della strada, c’è un grande cedro del Libano.

Tiro, in arabo Sour che significa pietra, la regina dei mari, ci accoglie con un sole splendente. Costruita su due isole, fu collegata alla terraferma dal sovrano Hiram I, salito al trono nel 969 a.C. ; dell’epoca fenicia non abbiamo resti perché, quando Alessandro Magno conquistò la città, irato per la resistenza opposta, durata dieci mesi, la rase al suolo: i suoi abitanti furono massacrati o resi schiavi. Tiro, come anche Beirut, Sidone, Biblo, Tripoli sorge su un promontorio e aveva due porti: uno verso sud, verso l’Egitto, e uno verso nord, verso l’attuale Turchia. La città ha decisamente l’aspetto di una città araba, moltissime donne portano il velo.

Dopo aver pranzato in un ristorante che alcuni (non io che sono astemia) ricorderanno per il prezzo folle a cui hanno pagato il vino, cominciamo la visita del sito di Al Mina. Vediamo delle bellissime colonne monolite di marmo verde cipollino e Hassan ne bagna una per farci apprezzare le sfumature del colore; sono alte circa otto metri, i capitelli visti dal basso sembrano piccoli ma mi rendo conto, da uno che è a terra, che sono alti quasi come me. Anche i pavimenti sono in parte in marmo e in qualche punto ricoprono precedenti mosaici (ne vediamo spuntare qualche pezzo); fu Settimio Severo a dare impulso all’utilizzo del marmo. La strada colonnata ha accanto i resti della terme, dell’arena (una costruzione quadrangolare con quattro, cinque gradini in cui si svolgevano i giochi atletici), di alcuni elementi della basilica: forse era il foro.

La collina in fondo segna il confine con Israele, il villaggio che si vede in alto, a 8 km di distanza, è Qana, la cittadina di Galilea in cui molto probabilmente Gesù ha trasformato l’acqua in vino. Il profumo di mare è intenso, ci sono cespugli ed alberi in fiore, il canto del muezzin si diffonde alto dintorno. Arriviamo al porto sud e ci appare in acqua, ben visibile, un carico di colonne coperte da incrostazioni calcaree e qualche alga; non è noto il motivo per cui la nave perse il carico: una manovra sbagliata, un terremoto … Il porto era ancora in uso in epoca bizantina, si vedono i resti del molo che proteggeva l’area. Ci fermiamo ad ammirare un sarcofago che viene dalla necropoli: sul lato lungo, in posizione centrale , c’è un medaglione con un bassorilievo di Medusa, la bellissima fanciulla che aveva osato gareggiare in bellezza con Atena che, irata, cambiò i suoi capelli in serpenti e dette ai suoi occhi il potere di trasformare in pietra chi l’avesse guardata e che è simbolo di morte; il coperchio, a capanna, è tutto lavorato con foglie stilizzate scolpite.

Fuori dal sito c’è una bancarella che vende pane; Gabriella ne compra uno che ha la forma di una morbida borsetta con manico. Lo farà seccare perché a ottobre, a Vedano dove risiede, ci sarà una mostra sul pane e lei, previdente e collaborativa … si porta avanti.

In pullman ci rechiamo al sito Al Bass. Vicino all’ingresso c’è una lunga limousine nera tutta decorata e con due grossi palloncini rosa a forma di delfino attaccati ai finestrini. Pensiamo di incontrare ancora una volta degli sposi ma invece ci rendiamo conto che si tratta di un compleanno: c’è una bambina, ad occhio di undici o dodici anni, tutta agghindata: vestito elaborato a più strati di chiffon rosa intenso (lo stesso dei delfini), pettinatura complicata, viso cosparso di luccichini …

Percorriamo la strada bizantina che ha blocchi di pietra posti ai margini in posizione orizzontale e al centro a spina di pesce. Ai due lati si stende la necropoli; i lavori di scavo, che durano da venti anni, non sono ancora terminati, c’è ancora molto da scoprire; durante la guerra civile i sepolcri venivano rotti con la dinamite per venderne i pezzi e i custodi, per proteggere i più importanti, li circondavano di muri.

Vediamo sarcofagi decorati, camere funerarie di epoca bizantina, un colombarium romano e uno bizantino, i resti di una chiesa; dominano gli archi dell’acquedotto romano. Questo sito fu anche necropoli paleocristiana: i cristiani riutilizzavano gli antichi sepolcri, vi incidevano la croce, grappoli d’uva, la testa di capra che è simbolo di immortalità. Vi praticavano anche il rito, ostacolato dalla Chiesa, del battesimo post mortem: i parenti lo impartivano alla salma dei defunti sulla quale veniva versata dell’acqua. Passiamo sotto l’arco di trionfo di Adriano, molto elevato, con due colonne e capitelli, e proseguiamo sulla strada romana, tutta a blocchi orizzontali, verso il circo, per costruire il quale fu distrutta parte della necropoli; gli archi dell’acquedotto ancora ci accompagnano. Il circo, il più grande del mondo romano, è spettacolare: la lunghezza è di 480 metri, la larghezza di 200; rimangano alcune delle tribune che giravano tutto intorno e che potevano ospitare 30000 spettatori seduti; al centro c’è un obelisco ed ancora ci sono le mete intorno a cui, con una curva strettissima, giravano i cavalli. I posti più richiesti erano quelli da cui si vedevano le mete e in cui si verificavano molti incidenti; vicino ad esse si mettevano persone che urlavano per spaventare i cavalli e rendere ancora più pericoloso, e quindi più spettacolare, la corsa. Nello stadio di Tiro, ricostruito negli studi cinematografici, è ambientata la corsa delle bighe del film "Ben Hur". Camminiamo nel circo e ci accompagnano tre bambine probabilmente provenienti dal vicino campo palestinese; la comunicazione non è facile, ma in qualche modo ci capiamo, salgono con noi su una tribuna, fanno con noi una foto di gruppo. Non posso fare a meno di pensare alla differenza tra loro e quell’altra bambina tutta agghindata, quasi mascherata.

In pullman facciamo le prove di canto per la celebrazione Eucaristica di questa sera.

Arriviamo a Sidone, la città della porpora; della collina formatasi nell’antichità per i detriti delle conchiglie di murex vediamo poco o nulla, è coperta da varie costruzioni. Siamo in ritardo e c’è il rischio di trovare chiuso il Castello del mare, eretto nel 1224 dai crociati su un’isoletta, là dove un tempo si trovava il tempio di Melkart, l’Ercole fenicio, e collegato alla terraferma da un ponte in pietra costruito dagli arabi. Vi arriviamo infatti mentre stanno chiudendo, ma sono cortesi e ci lasciano entrare. Percorriamo il ponte e ancora una volta vediamo le colonne in posizione orizzontale che rendono più solida la costruzione. Il castello è costituito da due torri unite da un muro; con una scala a chiocciola saliamo sul tetto e abbiamo l’impressione di essere su una imbarcazione, tanto il mare ci circonda da tutte le parti. Su alcune pietre vediamo il segno lasciato dagli scalpellini (frecce, triangoli) forse come elemento di identificazione del posto in cui collocare la pietra, forse per una esigenza artistica personale; su una pietra angolare c’è scolpito quasi un piccolo capitello. Il castello un tempo era molto più grande; i bombardamenti russi e francesi ne hanno distrutto alcune parti: vediamo nel mare colonne e grandi blocchi di pietra. L’isoletta che si trova poco distante è stata la cava che ha fornito il materiale per la costruzione della città. Usciamo dal castello, la soglia è costituita da una colonna di marmo trasversale, quasi un gradino su cui alcune grosse formiche si affannano per trasportare la buccia di un mezzo seme di zucca.

E’ il pomeriggio inoltrato di una domenica di bel tempo, dal clima mite e dolcemente ventilato; ci sono tante famigliole in giro, Camillo fotografa con la sua macchina digitale un gruppo di bambini che subito si affollano stupiti per vedersi nel display.

In Italia oggi è il giorno delle "festa della mamma" e i nostri cellulari hanno lavorato molto: mai come oggi si sono sentiti numerosi gli impulsi che segnalavano la presenza di messaggini … non c’è che dire, anche se sappiamo che è una festa tutta consumistica, siamo contente che i nostri figli si siano ricordati di noi …

Tiro e Sidone sono state spesso nominate sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento e Fernando ce ne parla; il miracolo della farina e dell’olio (1 Re,cap.17, 7–24) fu compiuto da Elia a Zarepta di Sidone dove abitava la vedova con il figlio; in Matteo (11, 20-22) Tiro e Sidone sono nominate due volte come esempio di città corrotte e una volta, sempre in Matteo (15, 21-28) a proposito della guarigione della figlia di una Cananea. All’inizio del cap. 21 degli Atti, Luca ci dice che Paolo, in viaggio verso Gerusalemme fece tappa a Tiro e vi si fermò una settimana e lì sicuramente vide i sepolcri antichi, successivamente riutilizzati dai bizantini , che abbiamo visto anche noi; nel cap.27 ci racconta che Paolo, in viaggio verso Roma, fece scalo a Sidone prima della tempesta e del naufragio.

Dopo cena, in albergo, dopo esserci messi in ordine e aver indossato i vestiti migliori che abbiamo portato con noi, in una sala messa a nostra disposizione, facciamo la Celebrazione Eucaristica secondo il rito maronita ed è con noi anche Emin. Jole legge la prima lettura, il Prologo degli Atti che parla anche dell’Ascensione di Gesù di cui oggi si celebra la festività; anche il Salmo responsoriale è in tema, lo legge Tina e tutti noi cantiamo il ritornello: Ascende il Signore tra canti di gioia; alleluia. Il Vangelo è il brano di Matteo (28,16-20) in cui Gesù appare ai discepoli in Galilea, affida loro la missione universale e li rassicura. Ecco io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.

Al momento della presentazione delle offerte ad uno ad uno, in fila ordinata, cantando, ci avviciniamo all’altare, prendiamo da un piattino e mettiamo nella patèra le grandi ostie spezzate in due con cui ci comunicheremo intingendole nel vino, dopo la Consacrazione. L’Anafora è quella maronita dei Dodici Apostoli ben più lunga dei canoni di consacrazione del rito romano: Fernando legge le parti riservate al sacerdote, Paolo quelle del diacono e noi tutti quelle del popolo. E’ molto bella. Al momento dello scambio della pace leggiamo la preghiera maronita dell’antica Anafora III di Pietro: una invocazione corale perché la pace, quella che è stata inviata a Maria, quella che gli angeli hanno proclamato a Betlemme, quella che il Signore ha donato ai suoi discepoli nel Santo Cenacolo di Sion, possa essere sempre presente tra noi.



Sesto giorno:

lunedì 9 maggio
Beirut – Aanjar – Baalbeck – Beirut

Cominciamo la giornata pregando il Salmo 92 in cui il salmista esprime la gioia di avere aderito al Signore: il giusto si ergerà come cedro del Libano piantato nella casa del Signore perché il giusto, come il cedro, ha radici profonde nella parola di Dio. Lo recitiamo a cori alterni: uomini e donne.

Fernando ci introduce la visita di Baalbeck, posta nella fertilissima valle della Bekaa tra le catene del Libano e dell’Antilibano dove nascono il Litani e l’Oronte. La valle, larga otto chilometri con un’altitudine variante tra gli 800 e i 1200 metri, era il granaio di Roma, è famosa per il suo vino ed alcune leggende collocavano là il paradiso terrestre.

In pullman Hassan ci parla del suo paese, degli sciiti, dei sunniti e delle altre sette islamiche, dei vari riti cristiani: complessivamente ci sono 18 sette religiose. A ciò corrispondono diversi partiti politici (ma a volte allo stesso partito politico aderiscono persone di diversa religione); rispetto ai 4 milioni di abitanti troppi sono i partiti, una cinquantina, e troppi i leader. Ci parla dei principali partiti, della guerra che ha insanguinato il paese, guerra tra partiti e non tra religioni, della presenza insopportabile e ingiustificata dei soldati siriani, che hanno appena lasciato il Libano, una presenza ingombrante che non è riuscita ad essere di aiuto.

A distanza si vedono le montagne, coperte di neve nella parte alta; le parti innevate sembrano dei radi ma spessi denti di un pettine che mollemente scendono lungo il crinale.

Siamo ad Aanjar, nome che indica l’acqua corrente; il villaggio fu costruito durante la prima guerra mondiale da profughi armeni che cercavano di sottrarsi al genocidio perpetrato dai turchi nei loro confronti.

Solo casualmente, a metà del XX secolo, alcuni archeologi scoprirono l’antica città mercantile ommayyade che fiorì per soli cinquanta anni: quando la dinastia Ommayyade fu sconfitta, la città venne abbandonata.

La città fortificata, un piccolo gioiello architettonico, venne costruita in un punto strategico per il passaggio di truppe e di carovane su modello romano-bizantino: il cardo e il decumano (alle quattro estremità vi erano quattro porte, a nord verso Baalbeck, ad est verso Damasco, a sud verso la Palestina, ad ovest verso Beirut) la dividevano in quattro quartieri di uguali dimensioni. Entriamo dal lato nord; ai lati del cardo ci sono colonne con capitelli unite da archi sulla destra e basi di colonne e pilastri quadrati sulla sinistra; più avanti è l’inverso. I muri presentano una tecnica bizantina, che si trova anche a Pompei, secondo la quale si alternano strati di grossi blocchi di pietra e strati di piccoli mattoni. I capitelli, di scuola bizantina di Antochia e di Apamea presentano simboli semplici: lance, foglie, disegni geometrici; gli archi poggiano sul pulvino e non direttamente sui capitelli, cosa che si vede anche a Ravenna. Sul cardo si innalza il Tetrapilo, struttura con quattro colonne poste all’incrocio tra due strade principali; ci sono i resti di nuclei abitativi e delle botteghe che erano circa 600.

La temperatura è mite, il cielo è terso, l’aria pulita profuma di montagna, il sole ci accarezza, regna una pace profonda.

Al centro del Grande Palazzo, del quale sono stati ricostruiti un muro e alcune arcate, si apre la piazza del caravanserraglio; ci fermiamo ad ammirare un elemento architettonico molto interessante: al centro di due capitelli compositi, che sovrastano due semicolonne poggiate su un muro, si trova una lunetta con un bassorilievo rovinato che sembra raffigurare un cammello e un altro animale. Entriamo nel palazzo la cui struttura a tre navate ricorda una chiesa e, seguendo il percorso che, per motivi di sicurezza, l’emiro percorreva per portarsi direttamente dal palazzo alla zona a lui riservata, entriamo in quella che era la moschea; il popolo pregava in una zona separata. La moschea, pur essendo nata come moschea, insolitamente aveva tre navate e il mihrab a forma di abside (evidentemente nella zona vi erano delle chiese e all’emiro piaceva questo tipo di architettura).

Vediamo anche quanto resta dell’hammam: ben poco del pavimento a mosaico, parte del forno, qualche pezzo originale dei tubi in terracotta.

Fuori dal sito c’è un negozio di souvenir e faccio acquisti: compro la riproduzione di due statuette stilizzate provenienti da Biblo (le abbiamo viste ieri al Museo di Beirut) da mettere in montagna nell’angolo riservato a tutti i ricordi dei viaggi e una sciarpa verde, tintinnante di tantissime monetine dorate, da regalare alla mia nipotina che è scout e che per i travestimenti richiesti per alcuni giochi cerca spesso le cose più impensate.

Risaliamo in pullman e durante il percorso vediamo dei tell (ce ne sono un centinaio lungo il Litani) e coltivazioni di papaveri da oppio. Il terreno è di un marrone intenso, grasso, già allo sguardo appare fertile. Passiamo accanto ad ex basi militari siriane, ora presidiate da soldati libanesi. Numerosissimi sacchetti di sabbia sono sovrapposti a formare protezioni a forma di U.

Arriviamo a Baalbeck, che significa la valle o la città del sole, e ci rechiamo alla cava, che dista circa 1 km dal sito, per vedere la pietra più grande del mondo, quella pietra dalle dimensioni enormi (lunga 21,36 metri, larga 4,60, alta 4,33,del peso di 1000 tonnellate, con 390 metri cubi di volume) tagliata, preparata e lasciata lì, non certo per difficoltà di trasporto visto che le tre pietre del triliton, che vedremo tra poco nel sito, sono di poco più piccole. Ci chiediamo stupiti come abbiano fatto a trasportare, con i mezzi di allora, simili materiali, eccezionali per quantità, peso e dimensioni, ma non sappiamo trovare risposta; non a caso gli antichi pensavano che fossero stati i Giganti a costruire questo antico, importantissimo centro di culto che ebbe fedeli anche in epoca cristiana.

Scendiamo alla pietra che ci appare parzialmente interrata ed inclinata perché geologicamente la faglia era inclinata; Marinella, non per niente la più giovane del gruppo, sale di corsa sulla parete inclinata, tocca la bandiera libanese e si fa fotografare; Angela e Tina ne seguono l’esempio.

Mentre seduta su un sasso prendo come sempre appunti, mi si avvicina Hassan e mi propone di scrivere assieme a lui un libro sul Libano; poi uno sponsor per pubblicarlo … lo troveremo. Sono sorpresa … sarebbe bello, ma non sono capace; lo guardo, sorrido, ringrazio e glielo dico.

Con il pullman attraversiamo la cittadina, decisamente povera, con negozi che in Italia non esistono più neanche nei paesini più sperduti, arriviamo al sito che i romani costruirono di dimensioni smisurate, forse per devozione, forse nel tentativo di rafforzare il paganesimo, forse per scelta politica come prova di forza e per incutere rispetto ai popoli assoggettati.

Saliamo le tre rampe, restaurate, di tredici gradini ciascuna e arriviamo ai Propilei: era un portico fiancheggiato da due torri con tetto in legno di cedro e pavimento a mosaici; ora rimangono alcune colonne in granito rosa, proveniente da Assuan, e pezzi di muri in cui vediamo le feritoie aperte dagli arabi quando trasformarono il complesso in fortezza. I capitelli un tempo erano coperti di oro, portato forse dagli arabi a Gerusalemme per la Cupola della Moschea, forse dai bizantini a Costantinopoli per la cupola della Basilica di Santa Sofia.

Attraverso una porta monumentale entriamo in una corte esagonale: a terra ovunque ci sono pezzi di capitelli, risuona l’eco. Entriamo poi nella gran corte, vediamo l’iscrizione, in latino, la lingua del potere, IOMH, Giove Ottimo Massimo Eliopolitano; vediamo il grande lastricato a due strati con cui i romani hanno coperto, quasi a cancellarli, i resti fenici del tempio di Baal: tutto doveva apparire di epoca romana. Vediamo delle esedre che un tempo ospitavano grandi statue, due grandi colonne su cui venivano messe fiaccole accese per vincere il buio della notte, grandi vasche usate forse per bere, forse per rinfrescare, forse per riti purificatori, i due altari. Ci fermiamo ad ammirare sul bordo di una vasca un bassorilievo rovinato, ma di cui si intuisce la mirabile fattura: raffigura la nascita di Venere , ci sono anche un flautista e una conchiglia murex.

Saliamo la gradinata a blocchi sconnessi ed entriamo nel Tempio di Giove, che per grandezza è il triplo del Partenone; intanto imperioso risuona il canto del muezzin. A terra ci sono enormi rovine: pezzi di frontoni decorati con greche, capitelli, pezzi di colonne, di cassettoni decorati, blocchi di pietra …Ci sono sei colonne intere con basi, capitelli e trabeazione che le unisce; le dimensioni sono stupefacenti. Enrico ed io ci facciamo fotografare tra di esse sentendoci minuscoli: in piedi arriviamo all’altezza delle basi: si intravede, più in basso, il Tempio di Bacco, più piccolo ma anch’esso più grande del Partenone.

Sempre accompagnati dal canto del muezzin passiamo su una pietra del triliton; più avanti vediamo a terra pezzi di trabeazione con grandi teste di leoni scolpiti, antichi sgocciolatoi da cui doveva uscire un torrente di acqua.

Ammiriamo nel suo insieme il Tempio di Bacco e ci sediamo sulla gradinata di accesso per una foto di gruppo; Hassan ne approfitta per polarizzare la nostra attenzione su un mosaico, proveniente da una villa della zona, posto in una nicchia laterale proprio di fronte a noi: Bacco, in posizione di riposo, poggiato mollemente a una botte, con accanto il suo lungo bastone ricurvo, ha in mano una coppa di vino; vicino c’è una pianta di vite. Hassan bagna la superficie del mosaico e i colori risaltano superbi. E’ splendido!

Il fregio intorno al portale di ingresso è mirabilmente decorato con uva, grano e papaveri, i tre prodotti della Bekaa; l’interno è magnifico: colonne scanalate, capitelli, nicchie sovrastate da archi o da timpani triangolari, fregi … il tutto in quella pietra dal colore caldo, a metà tra il rosa e l’arancione di cui è fatto tutto il complesso sacro. Dei gradini portano alla cella ove un tempo si trovava la statua di Bacco, la divinità che, come ci dice Fernando, è l’immagine dell’aiuto che Dio dà all’uomo per superare, attraverso l’ebbrezza, la sua difficile condizione. La statua, continua Fernando, era vuota e sotto di essa vi era un buco che portava a passaggi sotterranei: ecco da dove provenivano gli oracoli… Ed è proprio qui che gli archeologi hanno trovato la prova di questo tipo di statue di cui parla anche la Bibbia (Daniele 14, a proposito della statua del dio Bel, e Apocalisse 13, a proposito di quella di Domiziano, chiamato "la bestia") e che i popoli, ingenui, pensavano fossero capaci di mangiare, di bere, di parlare.

Percorriamo la galleria, tra le pareti in muratura e le colonne, alzando continuamente lo sguardo verso i cassettoni in pietra scolpita che la coprono; il tempio, invece, era coperto di travi di legno di cedro; passiamo accanto a una colonna venuta giù per un terremoto e rimasta appoggiata con una notevole inclinazione alla parete del tempio.

Ci avviamo verso l’uscita e passiamo accanto a un sarcofago su cui è rappresentato il mito di Adone; sul coperchio è sdraiato un leone dormiente dall’espressione serena che sembra dire: Dormi in pace!

Non possiamo visitare il Museo per mancanza di elettricità, usciamo dal sito, ammiriamo dall’esterno (perché non è possibile fare altrimenti) il Tempietto circolare di Venere, che è un gioiellino di cui rimane solo una sezione e torniamo al pullman.

Sono quasi sopraffatta dalla bellezza delle cose che ho visto, sono emozionata e felice ma allo stesso tempo turbata; il mio pensiero corre a tutte le fatiche, il sudore, il dolore, la disperazione, il sangue e la morte di chi ha lavorato per costruire templi a divinità di pietra, nel tentativo di avvicinare la terra al cielo per mezzo di colonne smisurate, e per rendere palese, anzi tangibile, il potere di Roma. E penso a Cristo che è sceso sulla terra, povero ed inerme, alla Croce con cui ha veramente unito il cielo alla terra e … prego.

Gabriella, che è seduta dietro di me, mi mostra una croce in ferro lavorato che si apre in due croci separate; l’ ha vista per caso su una bancarella e dopo lunga contrattazione, inseguimenti da parte del venditore, offerte, rifiuti e controfferte finalmente l’ ha comprata. E’ bella; anche Fernando la guarda con attenzione, dice che gli sembra un oggetto antico ma a nessuno viene in mente, neanche a lui, il perché si apra in due.

Arriviamo a Zahlé, una cittadina abitata da molti cattolici. Grandissime immagini sacre della Madonna, del Cuore di Gesù uguale a quello delle immaginette di quando ero bambina, di Santa Teresa sono collocate sulla strada; un impressionante numero di vecchi cavi elettrici si intrecciano sostenuti da pali formando quasi festoni aerei; anche qui, come a Beirut, vediamo tappeti stesi al sole sui balconi e anche qui li vediamo fermati con poltrone da terrazzo in plastica bianca opportunamente sistemate … a mo’ di mollette. Il ristorante in cui pranziamo è bello, ci è stato preparato un pranzo abbondante e gustoso; per accompagnare le mezze un cameriere prepara continuamente su una piastra rovente e tondeggiante grandi sfoglie di pane che viene portato ai tavoli caldo. Gabriella , che non può dimenticare la mostra del pane che si terrà a Vedano, se ne fa dare una che piega con cura; ma già stamattina aveva acquistato una pagnotta bassa , un po’ intrecciata … La sua valigia … sarà particolare!

Dovremmo visitare a Ksara, zona di pregiati vigneti e di produzione di Sauvignon, una cantina ma è chiusa ed allora torniamo a Beirut.

Mario ed Elisabetta, i registi ufficiali del filmino, passano con la cinepresa lungo il corridoio del pullman e ci riprendono tutti, anzi ci fanno anche dire il nostro nome e qualche battuta; è una bella idea perché così sono sicuri di avere immortalato tutti i partecipanti.

Il pullman ci lascia in albergo, portiamo velocemente in camera le cose che non servono e siamo pronti per andare alle Grotte dei piccioni, sul mare, dove Fernando ci parlerà delle visite che faremo domani. Mentre aspettiamo che arrivino gli ultimi, vedo Hassan e Tino che si allontanano velocemente; la memoria della macchina fotografica di Tino si è inceppata e deve comprarne una nuova. La missione viene compiuta in pochissimi minuti; speriamo piuttosto che non abbia perso le fotografie che aveva scattato perché Tino è un fotografo eccezionale.

L’albergo è poco discosto dal lungomare, ma nel breve tratto che percorriamo passiamo davanti alla Università di arte, decorazione e pittura in cui insegna Hassan. Seduti sui muretti antistanti l’ingresso ci sono ragazzi e ragazze che lo salutano festosamente: è palese che i suoi alunni gli vogliono bene. Ci fermiamo e … la decisione è subito presa: saliamo nelle aule in cui la nostra guida insegna. Si trovano al nono e al decimo piano del palazzo e dal balcone si vede un panorama mozzafiato del mare e dei faraglioni. Ci sono ancora dei ragazzi che lavorano alle loro opere: guardano esterrefatti questa massa di persone e non capiscono perché siano entrate lì ma quando, per ultimo, arriva Hassan tutto è chiaro e ci mostrano i loro lavori. Nelle aule regna un grande disordine ma pare sia inevitabile; Gabriella ci dice che, come sostiene sua figlia che ha studiato a Brera, l’ordine distrugge l’arte. Hassan, che ha vinto con un quadro (rimasto poi a Monza) un concorso di pittura organizzato dal Lions Club di Monza, ci mostra un suo quadro che si chiama "Vista dall’alto di scavi archeologici": è un olio dai colori scuri, ispirato da una fotografia aerea; in calce c’è firma e 1994. Ci spiega i sentimenti che l’ hanno ispirato (bisogno di luce, di rinascere); forse segretamente spera che qualcuno voglia comprarlo ma nessuno si fa avanti. Riprendiamo il cammino e penso ad Hassan: sappiamo molto dei suoi studi, delle sue pubblicazioni, delle sue doti artistiche, delle conferenze che ha fatto o che a breve farà, ma non sappiamo nulla della sua vita privata … se non che è nato a Tiro e risiede a Sidone o … forse è il viceversa.

Arriviamo alle Grotte dei piccioni e ci sediamo sulle rocce in riva al mare. La grande scogliera di roccia bianca stratificata si apre in due grotte in cui il mare penetra con piccole onde; è incantevole anche se, purtroppo, sull’acqua galleggia qualche bottiglia di plastica vuota. Ascoltiamo Fernando che, dopo averci distribuito e illustrato le cartine dei siti che visiteremo domani, ci presenta e commenta il Salmo 45, quello delle nozze di un giovane sovrano di Israele, il più bello degli uomini, con una principessa che viene da Tiro, che ha lasciato la sua terra, che deve dimenticare il suo popolo e la casa paterna, che al posto dei suoi padri avrà figli…

Alla luce del Nuovo Testamento, di brani tratti dal Vangelo di Luca, dalle lettere di Paolo e dall’Apocalisse, Fernando fa un commovente commento di questo Salmo. La spada di cui il re si cinge è la Parola di Dio, viva ed efficace, e Fernando ci invita a non stancarci mai di annunciarla ai nostri figli, ai nostri nipoti, a chiunque; le frecce con cui combatte sono quelle dell’amore; il profumo di mirra aloè e cassia, di cui olezzano le sue vesti, richiama la sepoltura di Gesù ed è la fragranza che continua nella Chiesa e che dovrebbe sprigionarsi anche da ognuno di noi: profumo di mansuetudine, misericordia, umiltà, bontà…

Dio non ha voluto che il poeta citasse il nome del re cantato nel Salmo: voleva che noi oggi inserissimo quello di Cristo. Le nozze di cui il salmista parlava sono quelle di Gesù con la comunità cristiana.

Intanto il sole, una enorme, splendida palla di fuoco, in pochi secondi si tuffa e scompare in questo mare della leggendaria Fenicia.

Dopo cena usciamo per una passeggiata sul lungomare, molti si fermano in una pasticceria per acquistare dolci arabi da portare in Italia: vogliono donare ai familiari o agli amici un po’ del sapore di questa bellissima terra.

Ci fermiamo a lungo ad ammirare i faraglioni sapientemente illuminati; non è facile descrivere con le parole lo spettacolo che offrono: rocce bianche calcaree si ergono maestose, i loro sottili strati geologici disegnano la roccia rimanendo orizzontali, piegandosi, alzandosi, abbassandosi in modo irregolare; chiazze di verde di una vegetazione che su quelle rocce, pur in ambiente ostile, nasce e si ostina a vivere; mare che nel buio della notte ha un colore indefinito tra il verde e il blu, leggermente spruzzato di bianco dalla schiuma di una pigra risacca …

Enrico cerca pazientemente di fare delle foto: è buio, il flash non basta, deve ricorrere alla posa e deve tenere immobile la macchina fotografica; ma io non ho fretta: guardo, ammiro, interiorizzo, inspiro profondamente il profumo del mare, mi sento commossa. Penso alla grandezza di Dio, alla meraviglia della Creazione, alla follia degli uomini che da sempre fanno la guerra e alle devastazioni che questa terra, assetata di pace, ha dovuto subire.



Settimo giorno:

martedì 10 maggio
Beirut - Nahr el Kalb - Grotte di Jeita - Biblos - I cedri – Bcharré – Beirut

In pullman Fernando ci parla del Mare Mediterraneo nella Bibbia, il "grande mare" che metteva paura e che noi costeggeremo per arrivare a Biblos, il luogo in cui è nato il mito di Iside e di Osiride, mito di morte e di resurrezione, il luogo in cui per una felice intuizione è nata la scrittura fonetica. Ci parla della grande divinità che dominava questa terra, Baal, il dio dell’uragano, della pioggia, del tuono, della fecondità degli uomini e degli animali. Un celebre inno di Ugarit cantava la potenza della voce di Baal e il salmista lo ha ripreso nel Salmo 29; lo recitiamo a cori alterni, uomini e donne. La parola Signore è ripetuta quattro volte nell’introduzione e quattro nella conclusione, l’espressione La voce del Signore è ripetuta sette volte nella parte centrale; ma non dobbiamo temere la forza di questa Voce, gli uragani provocati dalla Parola non devono spaventarci: il salmo si chiude con lo shalom, la pace con cui il Signore benedice il suo popolo.

Arriviamo a Nahr el Kab, il fiume del cane. E’ una gola ripida e scoscesa, ora attraversata dalla strada, un tempo ostacolo difficile da superare per gli eserciti invasori: i soldati dovevano passare in fila indiana ed erano estremamente vulnerabili. Per questo, una volta passati, scolpivano delle iscrizioni sui fianchi della gola; moltissime sono le steli: ce ne sono in latino , in arabo, in inglese, in francese, tutte contrassegnate da un numero romano, tutte sulla riva sinistra. Ci fermiamo ad osservare quelle che si vedono dalla strada: quella che vediamo per prima in caratteri arabi e con un cedro (l’unica incisa su una lastra di marmo fissata sulla parete rocciosa, tutte le altre sono scolpite sulla roccia) indica la data in cui, ventiquattro anni dopo l’indipendenza i soldati francesi lasciarono il Libano; la n.6 è una stele assira, molto rovinata, in cui però si riconosce la figura di un uomo con la barba; la n.4 è del 1920 e ricorda la prima guerra mondiale (c’è anche un monumento in bronzo: un drappo, un elmetto, delle foglie di alloro); la n.2 è in scrittura araba mamelucca alta e stretta, sembra quasi una greca. Saliamo su un antico ponte arabo in pietra, costruito sul basamento di un ponte romano, da cui si vedono le arcate dell’acquedotto romano. L’acqua, che dalla sorgente scorre per 10 km all’interno della montagna, è abbondante, pulita, un po’ lattiginosa: corre veloce verso il mare. Al di là del ponte, appoggiata sulla parete della montagna c’è una lunga scala a pioli; Enrico, come al solito davanti a tutti, vi sale e ci fa un foto mentre passiamo sul ponte, poi vi sale Cesare ed Enrico lo fotografa.

Siamo arrivati alle Grotte di Jeita; per prima cosa vediamo un filmato molto interessante, poi saliamo in funivia e , dopo un breve percorso, entriamo in quel meraviglioso mondo sotterraneo. Comincia la visita; le stalattiti e le stalagmiti offrono uno spettacolo incredibile: è tutto un susseguirsi di foreste ad alto fusto e di barriere coralline, di drappi che sembrano di seta e di pioggia di diamanti, di sembianze quasi umane e di figure di animali, di nevai e di colline, di guglie e di torri, di cattedrali e di castelli da favola e in fondo … una grande voragine a imbuto che ricorda i gironi danteschi. E’ tutto solo da gustare e da assaporare con gli occhi e con l’anima.

Dianora è vicina a me, mi dice che sta bene ma sente una forte, grande energia che la domina; io non la percepisco, sono soltanto ammaliata dalla bellezza che mi circonda.

In barca facciamo il giro della grotta inferiore; il percorso, piuttosto breve, è suggestivo, ma lo spettacolo è meno affascinate di quello della grotta superiore.

Siamo ora diretti a Biblo, la città del papiro da cui prese nome, tappa importante della strada su cui viaggiava il papiro dall’Egitto alla Grecia, chiamata Gebal nella Bibbia, e in pullman Fernando ci parla della storia di questa città, abitata già dal V millennio a.C., la prima della zona a raggiungere la ricchezza: il suo palazzo, di cui nulla per ora è stato trovato, era noto nell’antichità ed era pietra di paragone persino per quello di Ugarit.

Ci parla poi del mito di Adone, il bellissimo cacciatore figlio di Cinira re di Cipro e di sua figlia Mirra, amato da Afrodite ed ucciso giovane dal cinghiale di cui aveva preso le sembianze Ares geloso; dalle gocce del suo sangue sbocciarono anemoni rossi. Per decreto di Zeus, impietosito dal dolore di Afrodite, ad Adone fu concesso di trascorrere parte dell’anno tra i vivi con Afrodite e parte tra i morti con Persefone, la regina degli Inferi che si era anch’essa innamorata di lui; questo mito simboleggia il ciclo stagionale della natura che muore in autunno e si ridesta in primavera, come per una carezza di amore, dice Fernando.

A Biblo il culto di Astarte-Afrodite, assieme a quello di Adone, era importantissimo e si celebravano i misteri di Adone: su un letto di fiori veniva posto il suo simulacro e intorno le donne piangevano per poi esultare al momento della sua resurrezione. I positivisti hanno sostenuto che la Resurrezione di Cristo fosse una riedizione del mito di Adone, ma Cristo era un uomo storicamente vissuto, non il personaggio di un mito.

Per i misteri di Adone veniva fatto precocemente germogliare e crescere il grano, in anfore e in vasi, tenendolo all’oscurità, tradizione rimasta anche per la nostra Pasqua. Mentre Fernando parla il mio pensiero corre indietro, indietro nel tempo e mi rivedo bambina, quando anch’io, con mia sorella e con mia madre, verso la fine dell’inverno, seminavo dei chicchi di grano in vasi che mettevamo in cantina perché crescesse bianco; con cura andavamo regolarmente a controllarlo e ad innaffiarlo. Poi il giovedì santo adornavamo i vasi con nastri rossi e li portavamo in chiesa per il Sepolcro.

Siamo al sito archeologico e vi entriamo passando attraverso il castello medioevale costruito dai genovesi e non dai franchi come dicono le guide, ci dice Hassan: è a pianta quadrata con quattro torri ai lati. Dall’alto dei bastioni ammiriamo il panorama del sito: è incantevole, c’è il mare in fondo e tra le rovine oleandri fioriti di un rosa intenso, qualche palma, qualche cipresso. Vediamo le mura della città inclinate e scivolose costruite dagli Iksos, il colonnato romano, il tempio ad L , il tempio degli obelischi, il teatro …: tutta l’antica Biblo si distende davanti ai nostri occhi.

Rientriamo all’interno del castello che ospita un Museo e visitiamo le varie sale; nelle vetrine ci sono piccoli animali in terracotta, ceramiche, piccole lucerne, testine di marmo, gioielli in pietra dura … Poggiata per terra c’è una grossa ancora di pietra e sul muro la riproduzione topografica della città medioevale: una città piccola ma potentissima che controllava un ampio territorio. Molti dei reperti trovati in questo sito li abbiamo già ammirati nel Museo di Beirut.

Usciamo dal castello, passiamo accanto alle mura, che risalgono a 2700 anni fa, e a pezzi giganteschi di sculture egiziane (testa, piedi di una sfinge …) e arriviamo nel tempio ad L ; è costituito da tre vani, quello centrale ha una pietra tondeggiante al centro da cui veniva captata la forza del dio. Il Tempio degli obelischi si trovava ad est del tempio ad L, del quale forse era la camera per le offerte; ora è stato spostato per poter accedere a strati sottostanti di reperti.Qui venivano marinai e pescatori a far benedire le loro ancore e portavano statuette in dono; l’obelisco centrale era la stele su cui si poggiavano le offerte, gli altri obelischi erano degli ex voto.

Proseguiamo verso il mare e arriviamo al cosiddetto Pozzo del re, l’antica sorgente situata al centro della città; il mito di Iside e di Osiride, derivato da quello di Adone, si riferisce a questa sorgente.

Osiride, il dio buono che aiutava tutti nel loro lavoro, aveva come sposa la sorella Iside, che proteggeva ed aiutava tutte le donne; erano l’immagine di una società buona. Ma il malvagio fratello Seth, simbolo del male e di una società cattiva, con un inganno chiuse Osiride in una bara che gettò in mare. La bara arrivò a Biblo ed entrò nel tronco di un’acacia che il re fece tagliare per farne una colonna del palazzo. Anche Iside, che andava alla ricerca del suo sposo, arrivò a Biblo; girava piangendo intorno alla colonna ma nessuno si curava di lei. Allora si spostò al pozzo dove sedeva prendendosi cura delle ragazze che venivano ad attingere acqua. La regina, saputa la cosa, la chiamò a palazzo e le affidò la cura del figlio. Iside, per renderlo immortale lo circondò di fiamme, ma la regina la scoprì ed allora Iside dovette rivelare la sua identità : così ottenne in dono la colonna; poi Osiride ritornò alla vita.

Riprendiamo la strada verso in mare e vediamo per terra numerose ancore di pietra, passiamo accanto a resti di case neolitiche riconoscibili dai pavimenti bianchi in terra battuta, Hassan vede un qualcosa che attira la sua attenzione, si china e raccoglie una moneta antica tutta coperta di incrostazioni.

Arriviamo al Teatro romano, anch’esso spostato e ricostruito, e ci sediamo sulle gradinate; Cesare scende al centro dell’orchestra e canta una canzoncina in onore di Cristoforo Colombo. Enzo, genovese, ne segue l’esempio e a sua volta canta: è il celebre canto dell’emigrante che prova una nostalgia struggente per la sua Genova lontana, che desidera tornare a morire là dove riposa in eterno la nonna, il polo degli affetti della famiglia di un tempo, che chiama con nome emblematico Madunà. Canta molto bene e con una passione che commuove: immediati e spontanei scrosciano gli applausi, si vede che è emozionato e anche lui commosso; ci dice di essere contento di averci fatto cosa gradita perché così … magari lo porteremo ancora con noi in un altro viaggio!

Ci fermiamo presso lo scavo, profondo 15 metri, in cui era stato interrato il sarcofago (che abbiamo visto al Museo di Beirut) del re Ahiram; ai lati dello scavo ci sono i due sarcofagi in pietra che erano stati sovrapposti per proteggerlo. Segue il pozzo della tomba di Abi-Chemou, del XVIII secolo a.C., i cui splendidi oggetti in oro si trovano anch’essi a Beirut, nel Museo. Alcuni vi scendono per vedere da vicino il sarcofago; altri si accontentano di osservare dall’alto.

Passiamo dalla scala da cui scendevano i cananei di Biblo per andare al porto; forse anche Paolo ha camminato su quei gradini.

Costeggiamo il muro inclinato, privo di qualsiasi appiglio, degli Iksos ed usciamo dal sito.

Abbiamo un quarto d’ora a disposizione per fare acquisti nel suq ed anche io ne approfitto. Entro in un negozio per comprare due magliette con il cedro per i miei nipotini, le trovo e, mentre pago, mi cade l’occhio su alcune piccole lucerne ad olio che sembrano antiche. Il negoziante me le fa vedere dicendo che sono bizantine, che la loro autenticità è comprovata da un certificato; Enrico ci crede, io sono incerta se si tratti di una patacca autentica o di una autentica patacca , ma la cosa non mi interessa particolarmente: sono graziose, costano poco, penso che possano piacere ai miei figli & c., le cui case spesso profumano di incenso, per bruciarvi gli incensini a forma di piccole piramidi. Le compro e il negoziante le impacchetta … accludendo i certificati di garanzia che egli stesso compila!

Ci fermiamo alla Chiesa di san Giovanni Marco, costruita dai crociati nel 1120, in parte distrutta da un terremoto e poi ricostruita, che ha nel porticato esterno, accanto al portale di ingresso, il battistero: la cupola è sostenuta da archi e da quattro pilastri. Manca la vasca, si trova al Louvre. L’interno in pietra è buio, il soffitto è a volta, i pilastri sono ornati da mezze colonne; ci accendono le luci ed appare bellissima. L’altare è dominato da un grande Crocifisso in legno, nell’abside si aprono tre finestre strette e lunghe con vetri policromi con tonalità che vanno dal beige al marrone. Sono opera di un artista libanese, un prete, che ha voluto imitare una lastra sottile di alabastro. L’altare è coperto da una tovaglia bianca ricamata al centro, sul bordo che pende; Fernando nota subito il ricamo: ecco la spiegazione della croce comprata da Gabriella! C’è, infatti, una croce aperta da cui esce il Risorto. Le candele poggiate sull’altare sono a forma di uovo, simbolo di Pasqua e simbolo di vita.

A ristorante, mentre pranziamo, Hassan, pazientemente, aiutandosi con un coltellino, pulisce la moneta: su un lato c’è impresso un bue che probabilmente tira un aratro, non ha il tempo di pulire anche l’altro lato.

Risaliamo in pullman, per motivi di tempo saltiamo la visita di Tripoli, e tiriamo dritti verso la Valle di Kadisha; il boschetto dei cedri ad una certa ora chiude e non possiamo rischiare di arrivare tardi. Passiamo davanti a un castello arabo di piccole dimensioni costruito sulla roccia; sotto, sul prato c’è un pastore con le sue capre al pascolo E’ una bella immagine bucolica, rovinata purtroppo dalla cava aperta proprio alle spalle del castello.

Fernando ci parla della presenza, in alcuni brani della Bibbia, dei cedri il cui legno era usato nei palazzi dei re e nei templi. Mi colpisce quello di Geremia che ne parla allorché immagina che Nabucodonosor sia morto; fa con sarcasmo un elogio funebre del sovrano e, tra l’altro, dice che i cedri del Libano si rallegrano perché ora i taglialegna non saliranno più a tagliarli.

Entriamo nella valle, detta anche Valle dei Santi, per le grotte in cui si rifugiarono i seguaci di Marone, per i suoi numerosi conventi e le sue chiese. Mentre la percorriamo la valle ci appare in tutta la sua bellezza: il colore della terra è in alcuni punti giallo zafferano , in altri rosso, in altri marrone scuro, in altri viola; vediamo villaggi dai tetti rossi arroccati sulle pareti montuose, gole, chiese dei villaggi piccole ed essenziali, che hanno la forma di un cubo e un piccolo campanile al centro della facciata anteriore; sui muretti e a terra sono poggiati sacchetti di carta bianca pieni di sabbia che contengono i lumini accesi per Pasqua; vediamo lingue di neve sulle montagne e su una cima due nuvole che sembrano due scoiattoli contrapposti e, in lontananza, risplendere il mare di Tripoli appena velato da una leggera foschia. In giro non si vede nessuno, le case e i pochi negozi sono quasi tutti chiusi; per la presenza dei soldati siriani i cattolici maroniti hanno dovuto trasferirsi altrove e vi tornano solo in estate, per qualche giorno.

Arriviamo a quello che un tempo era un bosco sterminato ed ora è solo un boschetto di cedri, circa 300 di cui alcuni millenari. Percorriamo il sentiero che ci porta in cima, alcuni lo fanno con un po’ di fatica ma senza lamentarsi; in particolare Luisa, che non ha mai usato il suo raffinato bastone telescopico, ma che ha dovuto prendere tanti antinfiammatori. E’ stata proprio coraggiosa a venire perché soltanto due giorni dopo il rientro in Italia si ricovererà per essere operata. Brava Luisa!

Gli alberi sono maestosi e solenni, i loro rami si distendono orizzontali e paralleli, coperti di aghi verde scuro, i tronchi sono imponenti; in cima al boschetto ce ne sono due ormai morti. Il loro tronco, ripulito della corteccia e lucidato, in alto è stato scolpito con immagini del Crocifisso, più in basso c’è anche la scultura di una donna vista di spalle. Ci sediamo su uno spiazzo sotto di essi; Fernando ci legge e ci commenta il brano sulla sposa, tratto dal Cantico dei Cantici,4: Tutta bella tu sei, amica mia … vieni con me dal Libano, o sposa …il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano …fontana che irrora i giardini, pozzo d’acque vive e ruscelli sgorganti dal Libano. E poi legge e commenta il brano tratto da Osea,14. Parla il Signore: Io li guarirò dalla loro infedeltà … sarò come rugiada per Israele … metterà radici come un albero del Libano …e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano … Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, coltiveranno le vigne, famose come il vino del Libano

Solo Dio dà consistenza alla nostra vita, ci dice Fernando, e chi aderisce a Cristo e alle sue scelte sarà come cedro che affonda forti e profonde le sue radici nella terra.

Per concludere ci legge una vecchia leggenda narrata dallo scrittore brasiliano Paolo Coelho.

Nella foresta crebbero tre cedri che trascorsero interi secoli vedendo scorrere la storia, sognando e riflettendo sul loro futuro: il primo avrebbe voluto diventare il trono del re più potente, il secondo desiderava far parte di qualcosa capace di trasformare il Male in Bene, il terzo sognava di poter far pensare a Dio ogni volta che qualcuno l’avesse guardato. Ma arrivarono i taglialegna ed il primo fu utilizzato per costruire un ricovero per animali e una mangiatoia, il secondo diventò un tavolo molto semplice, il terzo, privo di acquirenti, fu tagliato e depositato in un magazzino. Gli alberi erano infelici e si lamentavano che i loro sogni non fossero diventati realtà. Ma, dopo anni, in una notte stellata una donna partorì un Bambino e lo adagiò in quella mangiatoia; passarono altri anni e una sera un Uomo, che sedeva con i suoi discepoli proprio attorno a quel tavolo, pronunziò delle parole sul pane e sul vino che aveva davanti; il giorno seguente un Uomo flagellato e deriso fu inchiodato sulla croce costruita con quel legno lasciato in un magazzino per decenni. I tre cedri capirono che i loro sogni si erano avverati, anche se non nel modo che avevano immaginato.

E’ ora di lasciare il boschetto ma, prima di scendere, Enrico ed io vogliamo distribuire a tutti questi amici un piccolo segno dal valore materiale insignificante: sono delle piccole nappe per le chiavi che ho fatto io in piena essenzialità, utilizzando solo avanzi di lana che avevo in casa. E’ il modo che abbiamo scelto per sottolineare l’importanza che diamo a questo anno in cui ricorre il quarantesimo anniversario del nostro camminare insieme: donare un segno simbolico della nostra casa, una casa che vorremmo sempre aperta e accogliente, con una porta spalancata che quando deve materialmente chiudersi ha sì una chiave, ma festosa. Mentre spiego che per noi questo anniversario, meno importante agli occhi di molti di quello dei 25 o dei 50 anni di matrimonio, è importantissimo perché nella Bibbia il numero 40 ha un significato profondo (indica tutta la vita) mi accorgo che mi trema la voce e che sono commossa.

Vicino al pullman ci sono dei negozietti in cui vendono oggetti in legno di cedro; alcuni comprano dei piccolissimi alberi di cedro che pianteranno in Italia.

Ci fermiamo a Bcharré, il luogo in cui è nato alla fine dell’Ottocento Khalil Gibran, il grande poeta libanese. Anche qui c’è un numero enorme di cavi elettrici che si intrecciano in modo allucinante; vediamo dall’esterno la casa natale del poeta e, a distanza, a mezza costa sulla montagna, circondato dagli alberi, il Museo a lui dedicato in cui si trova anche il sarcofago con le sue spoglie.

In pullman ripercorriamo a ritroso la valle; la guida di Samir è esperta ma molto veloce e in qualche momento preferiremmo che fosse meno disinvolta.

Fernando ci parla di Giuni Russo, la cantante siciliana dalla voce incredibilmente bella, morta ancora giovane nel 2003 dopo aver a lungo e con disperazione lottato contro il cancro e averlo alla fine accettato "in ginocchio". Ci parla della sua carriera artistica, dei suoi successi, del suo splendido cammino di fede, del grande influsso che ha avuto su di lei Santa Teresa, dei canti tratti da brani biblici che ha mirabilmente interpretato. E conclude facendoci ascoltare (ha proprio pensato a tutto!) un canto alla Sapienza; per noi è anche una preghiera. Sei cresciuta come un cedro del Libano come un cipresso sui monti dell’Ermon; è Dio che parla, e Giuni sente che parla rivolgendosi a lei, malata in modo inguaribile. E poi un altro canto pieno di speranza che si riallaccia al profeta Osea : Vieni chiunque tu sia, vieni: sei un miscredente, un idolatra, un pagano, vieni! La nostra casa non è un luogo di disperazione e anche se hai violato cento volte una promessa, vieni, vieni, vieni!

Siamo quasi a Beirut e di nuovo vediamo uno splendido tramonto sul mare; Hassan, su richiesta di Fernando, ci parla della situazione attuale del suo paese, della grave apprensione per la politica delle grandi potenze internazionali, del rapporto tra i popoli che dovrebbe essere guidato dal dialogo e dalla giustizia e che invece è mosso dal gioco di forze.

Commosso, con voce accorata, ci dice che il suo popolo è assetato di pace e ci chiede, tornati in Italia, di diffondere questo messaggio.

E’ ora di cena, esco dalla mia stanza per andare al ristorante ed in corridoio incontro Giorgio: non lo sapevo ma ieri alla Università di arte ha acquistato un quadro dipinto da uno studente ed ora questo ragazzo, molto emozionanto per il suo primo quadro venduto, gli ha portato la tela. Giorgio ce la mostra: il disegno è molto luminoso ed ha bei colori. Speriamo che riesca a metterla in valigia senza rovinarla! Mi viene in mente che nelle valigie dei fernandini domani ci sarà proprio di tutto: non solo capi di abbigliamento e souvenir, ma anche … pane, alberi e addirittura un quadro!

Dopo cena torniamo tutti nelle rispettive camere, ci sono i bagagli da preparare e la giornata di domani comincerà nel cuore della notte; solo Camillo esce a passo di corsa dall’albergo; ieri sera non aveva con sé la macchina fotografica e non aveva potuto fotografare i faraglioni illuminati: è per questo che corre a porvi rimedio!



Ottavo giorno:

mercoledì 11 maggio
Beirut – Larnaca _ Milano – Monza

Sveglia alle 4,00 , colazione leggera alle 4,20 , partenza alle 4,45.

Come sempre scendo per la colazione prima del previsto e come sempre Stefania e Giuseppe stanno già finendo; la giornata è cominciata presto stamattina, ma ancora una volta il gruppo è puntualissimo e compatto. Andiamo all’aeroporto, salutiamo e ringraziamo Hassan, che è stato una guida molto preparata, attenta e sempre disponibile, salutiamo Samir, che è stato un autista capace e … veloce.

Il volo per Larnaca è stato anticipato di un’ora e così abbiamo un’ora in più da trascorrere in quell’aeroporto. I fernandini si sparpagliano e cercano di impiegare al meglio questo tempo: c’è chi passeggia, chi legge, chi mangia, chi fa qualche ultimo acquisto, chi cerca invano di schiacciare un pisolino.

A Malpensa salutiamo Emin che tornerà a Milano con mezzi propri; noi restiamo ancora un po’ assieme: ci attende il pullman che ci riporterà in parte a Monza, in parte a Bellusco e mentre percorriamo l’autostrada Fernando ancora una volta ci parla.

E’ contento di questo gruppo che durante tutto il viaggio ha sempre spontaneamente, con naturalezza, mantenuto un atteggiamento gioioso e fraterno di condivisione, accoglienza ed aiuto reciproco.

Ognuno di noi, ci dice, ha nelle valigie qualcosa in più rispetto alla partenza (regali, souvenir, cedro, bottiglia di vino …) ma la cosa più importante è che da queste due terre che abbiamo visitato ognuno abbia portato con sé un arricchimento interiore. Abbiamo riflettuto sui miti, sui popoli antichi, sulla loro storia e sui loro sforzi per entrare in rapporto con Dio; abbiamo parlato della diffusione del cristianesimo sia a Cipro che in Libano, del sincretismo religioso, di Paolo , di Barnaba, di Lazzaro, di Epifanio di Salamina e del monachesimo; abbiamo visto come si leggono le icone ed abbiamo ammirato spettacoli della natura; abbiamo visitato siti archeologici, castelli dei crociati, chiese cattoliche, ortodosse e moschee; abbiamo letto e meditato la Parola del Signore ed abbiamo pregato; abbiamo toccato con mano le devastazioni portate dalle divisioni e dalle guerre e una volta di più abbiamo capito l’importanza della pace …

Fernando ci chiede di esprimere le nostre impressioni sul viaggio e lo facciamo in parecchi: il sentimento dominante è la contentezza unita a una certa commozione.

Ora stiamo tornando a casa e la speranza che abbiamo è di riuscire a metter a frutto tutte queste cose, di riuscire a comunicare ai fratelli la ricchezza interiore acquisita, di riuscire ad essere, come Lazzaro, gli amici di Gesù.

E’ il momento dei ringraziamenti che vanno a Fernando, stanco ma soddisfatto, che ci ha guidato con competenza e con passione, a Dianora, che tanto ha fatto per organizzare questo viaggio, a Marinella ed Ermanno.

Siamo a Monza e il pullman, come all’andata, si ferma a Piazza Citterio. Ed ecco che di nuovo è tutto un festoso intrecciarsi di voci che si salutano e di sguardi che si cercano.

Il pullman riparte, noi di Monza siamo arrivati; mentre con i bagagli aspetto Tino, che è andato a prendere la macchina con cui gentilmente accompagnerà a casa me ed Enrico, mi guardo intorno e penso che il nostro viaggio si chiude con una perfetta circolarità: ecco numerosi parenti e amici che sono venuti con l’auto a prendere qualcuno di noi, ecco Mattia, che con la mamma Rosita aspetta i nonni e sfoggia la sua bella parlantina, ecco Oreste che con il viso sereno e sorridente ci saluta mentre si allontana in bicicletta …

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